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losangelista

Anwar Al-Awlaki: la Fatwa dei missili

L’”eliminazione” di Anwar Al-Awlaki, l’imam yemenita con cittadinanza americana,  e’ stata trionfalmente annunciata ieri con usuale retorica da bolettino di guerra. Il missile che ha “neutralizzato” il terrorista traditore ha inferto un nuovo duro colpo ad Al Qaeda, ha spiegato il presidente,  e a coloro che vorrebbero nuocere agli Americani.  Sin qui prassi ma e’ degno di nota che in seconda battuta il fatto un certo scalpore l’ha provocato: come rilevato qui dal New York Times gruppi musulmani e formazioni per la difesa dei diritti civili hanno fatto notare che nemmeno in Texas il codice prevede l’emissione ed esecuzione di sentenze di morte di cittadini a mezzo di droni e missili hellfire. La parola chiave qui e’ “cittadino”, termine non usualmente applicabile alle figure brune e sgranate che appaiono agli operatori di droni telecomandati  prima di vaporizzarsi sui loro schermi in lampi di luce, non insomma alle innumerevoli vittime combattenti o civili degli utlimi dieci anni. La logica della cittadinanza e’ perversa  ma nel caso di Al Awlaki (e di un altro americano-yemenita , Samir Khan, ucciso con lui) potrebbe pero’ fornire un appiglio costituzionale inedito contro gli assassinii telecomandati dato che come ha fatto notare l’ACLU (american civil liberties union) l’uccisione di cittadini da parte del proprio governo in base a intelligence segreta e senza alcuna istruttoria non e’ proprio confrome alla carta dei diritti. Se ci vuole il caso di un “americano” (Al-Awlaki era nato in New Mexico, tornato in Yemen all’eta’ di sette anni e tornato nuovamente in USA per l’universita’  prima di rientrare definitivamente al paese dei suoi genitori) per mettere in discussione le “uccisioni mirate” dal cielo, ben venga. Il presidente ripreso da tutti gli organi stampa ha riferito che Al-Awlaki, devoto integraista musulmano,  sarebbe stato implicato come “mandante”  di azioni terroristiche come  il tentato attentato aereo a mezzo mutanda e quell riuscito a Fort Hood l’anno scorso. Al-Awlaki sarebbe stato ispiratore, mandante ideologico e materiale oltre che principale propagandista della  jihad lanciando le sue fatwe infuocate in perfetto inglese, pratica che ricade evidentemnte sotto  l’aggravante di uso improprio di lingua madre. La narrativa del tradimento e’ particolarmente infiammatoria – come gia’ visto nel caso John Walker Lindh il californiano convertito a guerrigliero talebano passato anche lui dallo Yemen –  e le notizie su Al-Awlaki dipingono un quadro particolarmente odioso – ma le fonti perlopiu’ risalgono all’intelligence segreta di cui sopra amministrata da CIA, esercito e agenzia governative dato che non esistono notizie indipendenti. Le apologie di strage che sarebbero state  specialita’ di Al-Awlaki  (mai incluse nei servizi delle televisioni che adersicono in blocco all’invito di “censurare la propaganda nemica”) non sono pero’ nemmeno evidenti nei video che abbondano in rete. Qui l’imam appare come un oratore erudito, dal facile carisma, i suoi discorsi sono ossessivamente teologici come usa negli integralisti religiosi, a volte sono propedeutici come quello contro l’obesita’; qui parlando dell’11 settembre afferma enfaticamente che “nemmeno l’occupazione americana di terre musulmane giustifica l’omicidio di civili come le migliaia di persone morte a New York, e allo stesso modo quelle morti non giustificano l’aggressione americana”. Di  un intesita’ pacata, a volte sorridente, Al-Awlaki in questi video ricorda da vicino il Malcolm X del periodo post-conversione e c’e’ da scommettere che se anche fosse efettivamente colpevole di cio’ di cui  il pentagono lo accusa,  e’ destinato ora, da martire,  a diventare un simbolo piu’ efficace che in vita. Un’altra certezza: fin quando sara’ permesso condurre una guerra segreta, emettere sentenze senza processi e di cancellare ogni informazione indipendente le ingiustizie saranno assicurate.