closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Ceci n'est pas un blog

Anna non gioca a calcio

C’è da rimanere indecisi su qual è stata finora la cosa più grottesca e ridicola intorno al polverone alzatosi per il “caso Anna Frank”, che già chiamarlo così dà il senso del tipo di dibattito a cui stiamo assistendo. Non sappiamo se sono le frasi di Lotito, la campagna lanciata da Repubblica, la corona di fiori nel fiume, la conferenza stampa fuori la Sinagoga, il Diario di Anna Frank letto allo stadio oppure l’autografo in campo di un calciatore sulle pagine di quel libro, fino a Renzi che proponeva di giocare tutti con la stella di David sulla maglia al posto dello sponsor.

C’è da imbarazzarsi ma ormai abbiamo lo stomaco di ferro e siamo abituati al peggio. Forse per questo non c’è spazio per la rabbia ma solo per la compassione.

Però, almeno per noi, a vincere questa volta è Sky News 24 che ieri pomeriggio lanciava un approfondimento dal titolo “Curve senza memoria”. Le curve che non hanno memoria, in un paese che di memoria ne ha zero, sono un problema. Ed indigna anche il fatto che l’amico di Arkan, Sinisa Mihajilovic, dichiari di non conoscere la storia di Anna Frank – come se davvero la conoscessero tutti la sua storia e non quella dell’icona pop-storica che è quel nome e quella foto in bianco e nero sono diventati nel frattempo.

Ma del resto cosa è successo? È successo che alcuni tifosi di una tifoseria ultras che da sempre rivendica la propria appartenenza politica alla destra neofascista hanno attaccato degli adesivi (che girano da anni intorno allo stadio, nei bagni dello stadio, sui muri di Roma) raffiguranti Anna Frank che indossa una maglietta della Roma, insieme ad altri che richiamano il “romanista ebreo”, “frocio” o “zingaro”.

Tutto già visto, già sentito, diremmo anzi roba vecchia se non sembrasse che dicendo così si sia scelto di sottovalutare il fenomeno. E invece questo non è. Le curve romane hanno una lunga tradizione in fatto di fascisteria. Sia sponda Lazio che sponda Roma, con le debite differenze. Non si tratta di un fenomeno degli ultimi anni, non è una novità dell’ultima ora in un calcio che mai aveva conosciuti l’onta del razzismo e dell’antisemitismo. Non si tratta, tanto più, di un fenomeno che potevamo immaginare finito, sepolto, solo perché negli stadi italiani non si vedono più da anni drappi con celtiche, tricolori della RSI, croci uncinate e via discorrendo. No. La scomparsa è imputabile solo al fatto che le autorità competenti hanno cominciato a sanzionare con denunce e DASPO chi le esponeva: un vero e proprio giro di vite che ha imposto ad alcune tifoserie la scelta tra proseguire in maniera testarda nell’esposizione e nella collezione di diffide, oppure “adeguarsi” ai tempi che correvano senza però che questo significasse l’abiura di una determinata identità politica sugli spalti. La cultura di alcune curve è la stessa da anni, i protagonisti si sono solo fatti più intelligenti di altri ed evitano di regalarsi a quei meccanismi di repressione e controllo sociale a cui tante volte ci si è distrattamente richiamati nello sciorinare infinite filippiche sugli stadi laboratori, salvo poi dimenticarsi il senso stesso di quelle parole che – come nella migliore tradizione pop – più vengono ripetute e meno sono capite, più vengono sloganizzate e meno efficacia mantengono.

A fronte di tutto questo, negli ultimi 2/3 giorni fioriscono “inchieste” sugli ultras neofascisti: le solite colonne di inchiostro trite e ritrite, dove la criminalizzazione delle curve è salvifica a priori; una panacea per lavare tutti i peccati senza tenere conto che queste curve non sono più quelle di 15/20 anni fa, come non lo è più il tifo largamente inteso o il movimento ultras – depotenziato dall’immediato post-Raciti, tra tessere del tifoso e DASPO a grappolo.

Ma soprattutto, gli ultras non sono più “i padroni” delle curve così come i fascisti non stazionano più negli stadi per reclutare nuove leve: non gli serve. Non ne hanno bisogno. Il progressivo scollamento sociale che impera nella città di Roma (come nel resto delle altre grandi città d’Italia) ha spostato il piano d’attenzione in luoghi altrettanto popolari ma dove le contraddizioni sono più forti e sicuramente non possono essere arginate dalla generalità di tifare la stessa squadra, come accadeva e accade tutt’ora in curva. Se una volta la cantilena dello stadio “come aggregatore in cui la nuova destra sociale forma e arruola nuovi adepti” aveva un senso, oggi sono le periferie ad essere l’incubatore principale dove il lessico neofascista trova consensi e partecipazione. Un lessico che diviene vulgata comune, comportamenti d’intolleranza derubricati a esasperazione sociale. Una sfilza di alibi al razzismo offerti in prima battuta al media mainstream che racconta – normalizzandola – la realtà di una società intrisa di razzismo e perdonata con qualche sdegno di facciata e un padre nostro. Quegli stessi organi di comunicazione che con perfetto tempismo hanno voluto accorgersi di quegli adesivi (i primi, ripetiamo, risalgono al 2013) e che sono complici di quanto accaduto.

Sì perché accanto alla condanna con sdegno dell’antisemitismo abbiamo una xenofobia normale e normalizzata, un razzismo compatibile. La sentiamo ogni giorno in tv. La leggiamo ogni giorno sulle pagine dei giornali. Salvo poi indignarsi se quei discorsi diventano pensiero comune; ma il nazismo, come il fascismo, è una cosa seria, mica è un Salvini qualsiasi o talk show politico da prima serata. Perché la retorica dell’antisemitismo ha in primis danneggiato proprio l’antisemitismo stesso, banalizzandolo, appiattendolo, depotenziandolo, tra una giornata del ricordo e un film in tv. Recentemente il neo vate del giornalismo televisivo, Enrico Mentana, in visita nella sede di un partito dichiaratamente neofascista ha preteso ad inizio “confronto” l’aburia delle leggi razziali. Del resto il fascismo stesso è fascismo solo se manifesta antisemitismo, altrimenti magicamente scompare come se davvero il punto sia odiare o non odiare gli ebrei. Idem per la retorica dei campi di concentramento nazisti, mentre Ministri degli Interni tricolori firmano accordi per la creazione di campi di reclusione per migranti in Libia, gestiti da bande di criminali, dove vengono rinchiusi non gli ebrei ma i ”migranti”, etichetta contenitore di tutti e tutte coloro che sono indesiderate. Li portasse a Ponte Galeria i suoi giocatori Lotito, li portasse nelle campagne pugliesi a vedere caporalato e dormitori da bestie, degni della peggiore Birkenau.

Ma soprattutto ha ragione oggi, tra le pochissime cose condivisibili lette, Alessandro Piperno che da laziale ed ebreo afferma sul Corriere che “è grottesco che la Lega Calcio inserisca in un evento sportivo un minuto di riflessione sull’antisemitismo” senza tener conto del fatto che il presidente di quella Lega sia stato più volte al centro di “gaffe” (come le chiamano i media) razziste e omofobe. È grottesco non solo perché negli stadi fa scandalo il “romanista ebreo” e non il “napoletano zingaro” o lo “juventino frocio”: lo è perché si pretende che sia Lotito o qualsiasi altro uomo di sport a toglierci da questa imbarazzante storia oppure a trasformare dei giovani razzisti in antirazzisti militanti.

E quindi non ci rimane altro che aspettare che questo circo spenga i riflettori per concentrarsi su qualche altra polemica assurda, mentre da domani torneremo a leggere di razzisti trasformati in “cittadini esasperati”, mentre respingeranno un’altra famiglia migrante avente diritto alla casa popolare di un quartiere della periferia cittadina, mentre l’ennesimo episodio di intolleranza in uno stadio verrà risolto con un’altra sceneggiata di facciata, in perfetto stile italico.

  • Mariano Pennarelli

    ottimo!