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Poltergeist

Anima e cuore dell’Inghilterra

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La televisione britannica sembra esistere come manifestazione di uno sforzo titanico di essere diversa dalla televisione americana. Questa isoletta intirizzita tra i rigori artici e le fiorite sponde della Normandia ha sempre amato distinguersi ferocemente da chiunque gli stesse intorno. Un Davide berniniano, perennemente accigliato e con la fionda tesa a colpire a morte ogni Golia gli si parasse davanti. Così come si picca di non esser tuttavia parte dell’Europa, e ne combatte le lusinghe dardeggiando e sbuffando, allo stesso modo produce, trasmette e propaganda una televisione antiamericana, semplicemente perché l’America è senza dubbio il gigante della televisione mondiale, per quantità e qualità. Non c’è serie che non riservi battute, alzate di spalle, rimbrotti o vere e proprie parodie della televisione oltreoceano. Gli americani in televisione sono tutti belli e alti, snelli e con dentature tratteggiate col goniometro. E allora in televisione gli inglesi sono brutti, stortignaccoli e tarchiati e con arcate dentali che metterebbero in crisi il più volenteroso dei dentisti. Se nella televisione americana gli ambienti sono brillanti, colorati, pieni di oggetti ed elementi di arredamento notevoli (anche quando sono volontariamente brutti), gli ambienti inglesi sono imperterritamente squallidi, ingolfati di ninnoli senza valore e senza significato, immersi in un grigiore senza appello. E poi i protagonisti, che nel bene e nel male, anche quando sono serial killer irredenti, in America sono sempre in fondo simpatici, muovono a empatia. I protagonisti inglesi sono spesso antipatici senza scusanti, persino ottusi e cattivi senza essere attraenti. È pur vero che questo modo di ritrarre persone e cose riflette il mondo, com’è sempre il caso in televisione, e l’Inghilterra è un paese che socialmente, culturalmente e politicamente è molto distante dall’America. Ed è proprio per questo che la televisione britannica è più seducente e interessante di tutte le altre televisioni della provincia dell’impero americano. In Italia, dove spesso scimmiottiamo le serie americane nel tentativo disperato di essere alla loro altezza, otteniamo lo stesso effetto che fa Little Tony a chi conosce Elvis Presley. Il personaggio più graniticamente e paradigmaticamente inglese è l’ispettore Foyle, personaggio della serie Foyle’s War che è andata in onda tra il 2002 e il 2015. Nella punta più meridionale dell’Inghilterra, sulle coste da cui “durante le belle giornate si vede la Francia”, l’ispettore Christopher Foyle, un attempato e pacato cockney, cioè un londinese di bassa estrazione, investiga casi di omicidio nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. La condizione periferica in cui si trova il protagonista, perché è costretto a vivere in estrema provincia quando è abituato alla vita cittadina, e la perifericità stessa delle vicende narrate, che si svolgono lontano dai pericoli della città e dal coinvolgimento diretto nella guerra, pur essendo in tempo di guerra, rende questa serie curiosa ma anche emblematica. Staccata dall’Europa e dalla confusione della guerra, eppure letteralmente a portata di sguardo del continente che appare nella serie un terribile mostro pericoloso, la cittadina del Sussex in cui si svolgono le vicende può ben considerarsi una metafora dell’Inghilterra tutta. Hastings, questo il suo nome, partecipa sì alla vicenda Grande del secolo, e ospita fuggiaschi o produce munizioni, ma non è veramente coinvolta nella guerra. Si sente orgogliosa dei suoi sforzi, ma in fondo anche emarginata. L’ispettore Foyle (recitato da un eccezionale Michael Kitchen che sorride tanto sommessamente da rendere impossibile un’anamnesi dentaria) è poi veramente il paradigma dell’inglese: ambivalente eppure fermo, silenzioso ma pungente quando serve, incrollabilmente legato alla tradizione ma anche pronto ad abbracciare la modernità quando è opportuno. Cerca in tutti i modi di far esonerare il figlio dalla guerra ma quando poi questi si arruola di sua spontanea volontà ne è fiero. Ama perdutamente una donna che lo ha rifiutato e ha sposato un altro uomo, ma quando lei, vent’anni dopo, torna da lui dichiarandogli il suo amore, Foyle è a disagio e la manda via dicendo che la cosa è sconveniente. Foyle è il tipico britannico fiero di chiamarsi inglese ma infelice di dover vivere proprio in Inghilterra. In un episodio, il rappresentante del governo americano è uno sbruffone che viene definito da Foyle “un mentitore, un ladro e un assassino”, che ha fatto fortuna rubando a un inglese un’invenzione automobilistica. Dopo aver rifiutato di condividere con lui il denaro guadagnato, finisce per uccidere l’inglese per evitare di venire smascherato. Foyle non può arrestarlo perché l’americano ha portato con sé un patto che concede all’Inghilterra 50 navi da guerra, di cui ha estremo bisogno. La ragion di stato sembra prevalere ma Foyle avverte l’impostore che la guerra finirà e lui non dimentica. Non credo sia possibile concepire una parabola più vicina alla storia passata e recente dei rapporti tra Inghilterra e America.