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Quinto Stato

Anche gli avvocati sono lavoratori (dipendenti)

avvocati

Stop a incompatibilità tra lavoro subordinato e professione legale. Una iniziativa legislativa per abrogare l’incompatibilità tra lavoro subordinato e professione di avvocato promossa dagli avvocati Mga, Consulta professioni Cgil, Nidil d Filcams.

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Abrogare l’incompatibilità tra lavoro subordinato e professione di avvocato. È il contenuto della proposta di legge presentata alla Camera oggi da una delle più promettenti realtà sindacali tra gli avvocati – la Mobilitazione generale degli Avvocati – e dalla Cgil. Alla presentazione erano presenti anche Chiara Gribaudo e Valentina Paris (Pd) e Andrea Maestri (Sinistra Italiana – Possibile). I tre deputati hanno firmato la proposta, alla cui definizione ha partecipato la Consulta delle professioni della Cgil con il coinvolgimento delle associazioni forensi e delle categorie Filcams e Nidil del sindacato di Corso d’Italia.

«Con la nostra proposta – ha spiegato Cosimo Matteucci, presidente di Mga – vorremmo portare tanti lavoratori nella sfera della contrattazione collettiva, inserendo la loro professione nel contratto nazionale che già esiste e garantisce ottimi livelli di tutela dei diritti e delle retribuzioni a moltissimi lavoratori impiegati in studi professionali». «La formula che noi proponiamo è quella dell’attuale contratto collettivo nazionale di lavoro per i dipendenti di studi professionali -ha aggiunto Cristian Perniciano della la Consulta delle professioni della Cgil – perché solo con il contratto nazionale si potranno definire i parametri che in un rapporto di lavoro definiscono la subordinazione o l’autonomia di un collaboratore».

Alla redazione della proposta che modifica l’articolo 19 della legge 247 del 31 dicembre 2012 hanno collaborato anche centinaia di avvocati riuniti in una ventina di assemblee tenute da Mga e Cgil in tutto il paese. Sappiamo che i tempi sono strettissimi -ha detto Chiara Gribaudo (Pd) – ma ci impegneremo perché la proposta venga calendarizzata alla Camera e venga discussa in aula prima che si concluda la legislatura».

«Sono decine di migliaia i giovani e meno giovani che, a causa di tale assurdo regime di incompatibilità, vengono sfruttati e precarizzati negli studi legali attraverso il mascheramento del rapporto di lavoro subordinato con improprie Partite Iva o, peggio, attraverso il lavoro in nero – sostiene Stefano Fassina (Sinistra Italiana) – La professione forense è l’unica tra le professioni ordinistiche a conservare l’incompatibilità. Non sarà facile raggiungere l’obiettivo, ma l’impegno può portare all’approvazione della proposta prima della fine della legislatura».

L’obiettivo di far decadere l’incompatibilità tra un regime di lavoro subordinato e la libera professione segna una discontinuità notevole nella storia dell’avvocatura. Come tutte le professioni autonome, anch’essa è ispirata all’ideologia del professionalismo borghese che impedisce di concepire l’avvocato come un lavoratore. Non a caso si parla di “libero professionista” che sta sul mercato alla caccia di clienti. La crisi dei redditi, il boom degli iscritti all’ordine forense e la trasformazione della professione in direzione di un’imprenditorializzazione integrale ha modificato a fondo questa impostazione secolare, non diversamente da altre libere professioni ordinistiche (architetto, ingegnere, giornalista ecc) e non ordinistiche (dai grafici ai consulenti ecc).

L’ingresso del socio di capitale negli studi legali ha reso ancora più evidente la trasformazione del “libero professionista” in un lavoratore autonomo sospeso tra autonomia e eterodirezione e del “dominus” – ovvero il “padrone” dello studio legale – in un imprenditore socio di un altro avvocato-imprenditore. Diversamente da altre professioni, dove un ingegnere o un consulente del lavoro può essere assunto come dipendente da un altro professionista, all’avvocatura è stata negata tale possibilità. Gli avvocati precari si trovano dunque in una situazione in cui non possono contare né sulle tutele previste per i lavoratori subordinati, né sulle libertà previste nella libera professione. Da un momento all’altro, questi avvocati possono trovarsi per strada con la difficoltà di reinventarsi a quaranta o cinquant’anni.

La situazione in cui versano gli avvocati precari è unica in Italia. L’incompatibilità esiste solo per loro, nulla di simile o anche solo di paragonabile è previsto per gli altri professionisti come ad esempio i medici, gli architetti, gli ingegneri, i commercialisti e i consulenti del lavoro, ognuno dei quali può essere assunto come dipendente da un altro professionista esercente la medesima attività lavorativa.

Questa trasformazione ha coinciso con il crollo dei redditi degli avvocati “subordinati”. Una condizione comune a tutto il lavoro autonomo. Secondo l’Associazione degli Enti di previdenza privati (Adepp) chi ha tra i 25 e i 30 anni guadagna in media 12.469 euro lordi all’anno. Chi ne ha oltre 50 guadagna 47.524 lordi all’anno. Da queste cifre bisogna sottrarre tasse e i minimi previdenziali pari a quasi 4 mila euro annui che gli avvocati sono obbligati a versare alla Cassa Forense.

In molti casi si tratta di una cifra di poco superiore al guadagno di un anno. Insomma per pagarsi la pensione, l’avvocato proletarizzato è costretto a versare il proprio reddito e, in molti casi, a indebitarsi. L’articolo due della proposta di modifica della legge 247 prevede la possibilità di attribuire all’avvocato-datore di lavoro i due terzi dei contributi annui dell’avvocato-subordinato, proprio come accade in un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato. I promotori dell’iniziativa ritengono che la precarizzazione della professione annulli questo aspetto decisivo. Nella proposta di legge si prevede una delega al governo su questa materia.

Vincolare il “dominus” al rispetto di un rapporto di lavoro propriamente detto può essere utile per fermare questa deriva, soprattutto nei casi di avvocati monocommittenti di uno studio, i cosiddetti “finti autonomi”. Non tutti gli avvocati sono tuttavia “finti autonomi” ed è possibile che lavorino, con gli stessi redditi dei colleghi monocommittenti, nella “libera professione”, senza cioè contare su un vincolo di dipendenza, né sulla possibilità di essere “assunti” secondo i criteri stabiliti dalla proposta di legge. Ora, è necessario comprendere quali saranno i suoi benefici per gli avvocati “precari” che restano lavoratori autonomi.