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Horror Vacuo

Conversazione con Amalia Piccinini (special Guest: Dash Snow)

Amalia Piccinini  feat. Horror Vacuo – Special Guest: Dash Snow

Amalia, i tuoi sentieri (dall’arte alla scrittura) formano un libro d’incanti magici. Pittrice ma anche critica d’arte con i piedi nelle storie e nei volti che incontra. Come s’incastrano, in te, la passione e il talento delle persone che guardi negli occhi?
Tutti gli artisti che ho incontrato sanno che li ho guardati negli occhi, li ho ascoltati, ho osservato il loro lavoro, ne ho scritto indagandolo e lasciando sempre che fossero loro a parlarne per primi.

Con aria intimista, la tua rubrica, ospitata da Flash Art, avvicina in maniera inedita Italia, Europa e Stati Uniti d’America. Quando hai realizzato che New York New York era molto più di una rubrica?
Quando ho cominciato a notare che gli artisti che incontravo volevano portare la loro voce da un mondo all’altro. La rubrica era uno spazio per raccontare la propria arte e la propria esperienza in America, un modo per far sapere cosa stavano facendo in quel momento preciso del loro percorso, era un pezzo di vita a New York.

Quali pensieri colmano la ricerca di talenti emergenti?
Trovo importante dare voce anche alla scena emergente: per un artista, è una fase piena di visioni, intuizioni, ambizioni. Mi sono sempre interessata agli early years degli artisti.

Che cosa ti divora: la curiosità, una complicità, le fantasie?Più di tutto mi divora la mia vita interiore.

Quando hai pensato per la prima volta a un mezzo d’espressione come New York New York?
Quando nel 2007 il direttore di Flash Art, Giancarlo Politi, mi propose di scriverla. Ne sentii immediatamente l’enorme potenzialità, ci ho messo tempo a dargli il taglio che volevo, all’inizio avevo solo un titolo, un sottotitolo e la fiducia del direttore. E’ stato un processo molto bello crearla, scolpirla, renderla unica nel suo genere.

Davanti al mare gelato di galleristi in crisi finanziaria ed artisti sempre meno garantiti, dove sta la tua soglia e quale universo insegui tu per non perdere la speranza?
Cammino da anni nel mio universo fatto di determinazione, scoperte e integrità, sono molto curiosa di vedere se sarò capace di aggiungere qualcosa alla storia della pittura. Non credo esattamente nella speranza, ma nel continuare a camminare.

Come ti sei avvicinata ad Amy Arbus e qual è la cosa più bella che ha scelto di condividere con te?
L’ho contattata attraverso la sua galleria, mi ha risposto dopo un mese. Ha condiviso con me i suoi ricordi della New York degli anni ottanta, i segreti della sua rubrica di allora On The Street, e il suo amore per l’insegnamento.

Quando un’artista straniera a New York, come Agathe Snow, ti accoglie nel proprio spazio, le geometrie dell’incontro che pieghe prendono?
Una piega di confronto. La Snow che è nata in Corsica si è trasferita a New York a sedici anni, quando ne aveva ventitré ha sposato l’artista Dash Snow che ne aveva diciotto e insieme hanno vissuto la loro giovinezza nel Lower East Side prendendo coscienza del loro fare arte e creando alcuni dei lavori più interessanti di quel periodo. Quando sono stata a casa sua, ho pensato molto a questa cosa, lei ha solo due anni meno di me, ma io non mi sono trasferita a New York a sedici anni, pensavo a come sarebbe potuto essere e a quanto il nostro percorso fosse stato diverso. Due vite parallele.

Chi ti ha insegnato qualcosa di raro? Chi ti ha stregata e chi spaventata?
Tutti gli artisti sono rari nella loro sensibilità. Tutti mi hanno insegnato qualcosa, ognuno a suo modo. Terence Koh mi ha stregata, è una persona magnetica. Anche Federico Solmi mi ha colpito, ha una passione immensa per l’arte e per il proprio lavoro. Non credo che un artista possa spaventare.

Che ricordo hai di Dash Snow?
L’ultima volta l’ho visto per caso a SoHo, era fermo sulla strada, un amico lo ha raggiunto e si sono abbracciati. L’ho sempre visto con amici, era un giovane tra i giovani.

Qual è il riconoscimento che la tua memoria srotola con piacere?
Mi ha scritto una persona anziana, dicendomi che ha la quinta elementare, ma che attraverso la mia rubrica si è avvicinata all’arte contemporanea e che le sembra di essere a New York con me ogni volta che la legge. Ne sono onorata.

Cosa, per te, è vacuo nell’arte?
Trovo difficile pensare che un’opera d’arte abbia qualcosa di vacuo, se invece penso ad alcuni meccanismi e a tante delle persone che girano intorno all’arte, allora lì, a volte, un forte vuoto lo riesco a sentire.

New York New York 

  • Claudio vestrini

    Nel Buddhismo Tibetano,il concetto di Vacuità viene illustrato da autorevoli maestri come “Mancanza di esistenza indipendente di ciascun fenomeno o oggetto”. In altri termini, ogni oggetto della nostra esperienza sensoriale, facende parte del mondo, è Vuoto, in quanto non esiste indipendentemente da tutto il resto. Esso esiste invece in dipendenza assoluta da tutto il resto. Ciò comporta che l’oggetto “albero” non esiste come albero a se stante, ma in dipendenza del seme, della terra che lo nutre, dell’acqua piovana, del sole, dell’aria, delle nuvole, in ultima amalisi dell’universo che lo contiene. L’albero è quindi vuoto di indipendenza ed è pieno di dipendenza da tutti gli elementi ora mensionati. Questa considerazione porta inevitabilmente ad una teoria dell’Uno come tutto integrato, coincidente con la visione della scuola indiana dell’induismo dell’Advaita vedanta. Inoltre la teoria della Vacuità, iscrive l’essere umano nella catena di tutti gli altri esseri senzienti che vivono in stretta dipendenza con l’Uno globale. In questo senso l’individuo è privo di un Se autonomo e separato, semmai è dotato di un Se cosmico ed integrato che deve riscoprire, risvegliandosi alla Verità, ovvero andando oltre l’apparenza di separazione, verso la verità di integrazione e totalità, sua vera e profonda natura