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All’estero i giornali sono molto più «assistiti»

In Italia il finanziamento pubblico ai giornali ammonta a 95,7 milioni di euro (decreto dipartimento editoria del 19 febbraio scorso sui contributi diretti): appena 1,50 euro all’anno a cittadino.

È una cifra notevole anche se, per dire, quest’anno il ministero dell’agricoltura verserà agli ippodromi e alle corse ippiche (anche loro in forte crisi) 250 milioni di euro.

In ogni caso è una cifra ben lontana dalla vulgata che tratteggia un pozzo senza fondo e cita come un mantra i tanti casi di truffa finiti nel mirino della magistratura come quelli di Angelucci, Verdini, De Gregorio, Bocchino… tutti parlamentari di centrodestra i cui giornali oggi o hanno chiuso o sono esclusi dal finanziamento pubblico per gli anni «sospetti». Oltre a un calo drastico delle risorse, il governo Monti ha infatti approvato nuovi criteri di finanziamento e controlli molto più rigorosi, incluso l’obbligo dell’equo compenso per i collaboratori.

Oltre a parlare di cifre senza mai dirle, i critici del finanziamento pubblico ai giornali ripetono anche un’altra falsità. Ieri purtroppo è toccato a Marco Travaglio, in prima pagina sul Fatto, scrivere che all’estero – presunta patria del giornalismo libero – questi contributi non esistono. Peccato non sia assolutamente vero. Contributi diretti esistono in Italia, ma anche in Francia e Finlandia.

Mentre quelli indiretti (Iva agevolata, sconti su tariffe postali, carta ed energia, etc.) di cui non si parla mai esistono invece in quasi tutti i paesi. E sono molto più consistenti. In Germania gli aiuti indiretti (soprattutto fiscali) superano i 560 milioni. E a Londra, culla storica del giornalismo, ammontano a ben 594 milioni di sterline (750 milioni di euro). Negli Usa liberisti addirittura superano il miliardo di dollari, 2,3 miliardi totali (pari a 1,6 miliardi di euro) se agli sgravi fiscali federali aggiungiamo anche quelli dei vari stati.

Queste sono le cifre ufficiali ricavate dallo studio più ampio sul finanziamento pubblico ai giornali pubblicato nel 2011 (anche il Fatto all’epoca ne diede conto ma solo in modo parziale).

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha esaminato i sistemi in vigore in 6 paesi occidentali: Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia, Finlandia e Stati uniti. Bene, confrontando i dati ufficiali i ricercatori hanno dimostrato che l’Italia è penultima (ultimi gli Usa) come stanziamento pubblico complessivo a sostegno di stampa e tv pubblica. E ultima come spesa pro capite (43 euro contro i 130 della Finlandia). In Francia i contributi diretti annuali superano i 400 milioni, che uniti a quelli indiretti superano il miliardo (anche a Parigi ora vogliono tagliarli).

Scarica il rapporto qui : Ten Years that Shook the Media 

Non è un caso però che qui da noi si parli sempre e solo di contributi diretti (che ormai sono poca cosa, la coda di un F-35) e si mandino a quel paese i «perfidi» giornali di partito o in cooperativa. I contributi indiretti, infatti, vanno a tutti (anche ai giornali quotati in borsa) in proporzione alle dimensioni: chi è più grande prende di più. È comprensibile perciò che di questi si parli poco (ne usufruisce anche il Fatto, come tutti). Quelli diretti invece servono solo a tutelare chi è penalizzato dal mercato perché quotidiano politico o è un editore puro (come il manifesto). Al netto delle truffe sono dimensionati su copie distribuite e giornalisti assunti in regola.

Nel 2012 finanziare oltre 30 giornali in cooperativa, non profit e di partito è costato 1,50 euro per ogni italiano. È bene sapere che è di questo che si parla quando si chiede di abolire il «finanziamento pubblico» ai giornali.

  • Pingback: Editoria, da Grillo le forbici «liberiste» contro le cooperative | Matteo Bartocci()

  • Nuvolari2

    C’è una differenza però decisiva, fra finanziamento diretto e indiretto. Gli sgravi fiscali e gli sconti sui francobolli non foraggiano a fondo perduto aziende che altrimenti chiuderebbero. I finanziamenti diretti a fondo perduto, invece, consentono a realtà fallimentari di restare aperte, contro ogni logica e contribuendo ad un livellamento verso il basso della qualità del prodotto (se fa schifo e non vendo fa niente, tanto ci pensa “Mamma Stato” a finanziarmi per restare aperto).

    Quindi è importante distinguere sempre fra finanziamento diretto a fondo perduto e semplice sgravio fiscale.

    Per una informazione più sana, eliminare il finanziamento diretto a fondo perduto è essenziale. Viceversa lo sgravio fiscale ha senso di esistere (come per i CD musicali, per esempio, con l’IVA al 10% invece che al 21%) perchè agevola le vendite senza sconfinare in logiche assistenziali che finiscono spesso col condizionare il lavoro di informazione (non criticherò mai la mano che mi permette di restare aperto anche se non vendo) e influscono pesantemente sul decadimento della qualità del prodotto (non mi preoccupo di migliorare la qualità del prodotto anche se non vende, perchè tanto vengo comunque foraggiato a fondo perduto dallo Stato).

  • http://www.matteobartocci.it Matteo Bartocci

    Sarebbe un ragionamento logico se il finanziamento fosse a fondo perduto. E invece per fortuna per lei e per tutti non lo è. Il finanziamento pubblico è un rimborso parziale (circa il 30%) di spese già sostenute e documentate nell’anno precedente alla richiesta. Non è un finanziamento preventivo ma un rimborso ex post! In particolare lo stato rimborsa una parte dei costi del lavoro regolare a tempo indeterminato e di produzione (carta, stampa, distribuzione, etc.). Per cui al netto dei vari Lavitola, il sistema italiano è poco generoso rispetto ai paesi in cui vigono gli sgravi fiscali ma politicamente equo per i cittadini: non si finanziano tutti i giornali indiscriminatamente (anche quelli quotati in borsa, per dire) ma solo quelli in cooperativa (i cui “padroni”, come nel manifesto, sono i lavoratori stessi), non profit (che non possono per statuto distribuire profitti) e quelli di partito. Perché questi stessi giornali, proprio per la loro natura “di parte” e le loro dimensioni prevalentemente piccole, sono i più penalizzati dalla raccolta pubblicitaria (provare per credere). La logica assistenziale, come la chiama lei, innerva per sua natura l’intervento pubblico: cos’è la cig alla Fiat se non un’assistenza? Cos’è la pensione sociale? Cosa sono i finanziamenti, questi sì a fondo perduto, dell’Europa e delle varie regioni per riconversioni industriali che a volte durano lo spazio stesso del finanziamento?
    Sul fatto che chi riceve fondi pubblici non sia critico con lo stato che li elargisce il manifesto, e tanti altri giornali – basti pensare all’Unità quando governava Berlusconi – sono la riprova che quanto lei dice è falso. I giornali “veri” vivono dei propri lettori. Tutti. Su quelli “falsi” o finalizzati alla rapina di soldi pubblici lo stato e la magistratura stanno facendo una meritoria opera di bonifica che invece di delegittimare il finanziamento pubblico dovrebbe rafforzarlo. In ogni caso, il finanziamento pubblico italiano all’editoria ammonta per ora a 95 milioni di euro ripartiti tra un’ottantina di testate. Meno di quanto una sola azienda italiana, la Natuzzi, ha preso da Europa e Puglia per non chiudere impianti che invece, purtroppo, proprio in questi giorni sta chiudendo.

  • Fausto

    Tutto questo per dimostrare che i giornali devono ancora succhiare soldi e sangue dallo Stato? Se fossero liberi, volentieri, ma siccome sono delle vere e proprie aziende legate e strumentalizzate ai partiti politici, è malsano finanziare i giornali ed avere i terremotati ancora nelle baracche.