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Alla vigilia del voto tecnici e populisti perdono la bussola

Le urne per le elezioni amministrative si aprono, oggettivamente, in un paese allo sbando. Tra un governo non eletto e sempre più impopolare e partiti che non ispirano fiducia nemmeno ai propri iscritti , i quattro anni di crisi durissima che abbiamo alle spalle rischiano di sembrare una passeggiata.

Prima di partire per la sua casa di Milano, Mario Monti si è chiuso a Palazzo Chigi in un vertice di due ore con i ministri Fornero (Lavoro), Cancellieri (Interno), Di Paola (Difesa) e Severino (Giustizia). Sul tavolo tutti i dossier che scottano, a cominciare dai tagli ai ministeri più «pesanti» per il bilancio pubblico.

Nei palazzi romani tutti minimizzano la portata delle elezioni di domani. È molto significativo, per esempio, che Bersani abbia parlato più della possibile vittoria di Hollande che della tenuta di una città come Genova. Non sfugge a nessuno che se Marco Doria ce la facesse, due lati del vecchio «triangolo industriale» Genova-Milano-Torino sarebbero governati da sindaci di sinistra non del Pd.

La destra non sta meglio. La Lega – con la massima disinvoltura – è passata dalla poltrona del ministero al Viminale alla rivolta dei sindaci contro l’Imu. E dal mantra della «tolleranza zero» all’offerta di un’avvocato di lusso (un ex membro del Csm) al sequestratore bergamasco dell’Agenzia delle entrate.

Mosse da guitti all’ultimo stadio. Che però scherzano col fuoco di un disastro sociale e di un dolore di massa che teleschermi, Internet e giornali non possono far altro che rappresentare e moltiplicare in un infinito e illeggibile gioco di specchi in cui per paradosso tutte «le crisi» sono uguali e non si capisce più chi ha fatto cosa.

Non è difficile prevedere che a tanta sofferenza inascoltata seguiranno episodi di violenza. E la reazione immediata sarà la richiesta di più ordine e una riduzione dei già minimi spazi democratici.

Alla vigilia elettorale, insomma, la destra gioca al gioco di sempre: rassicurare l’insoddisfazione con un conforto tanto rapido quanto illusorio. Basta vedere le contorsioni del Pdl negli ultimi giorni.

Il partito del Cavaliere soffre come non mai il suo appoggio «coatto» ai professori. Lo stesso Berlusconi è rimasto sugli spalti, guidando dalle retrovie più che in testa alle truppe. E Alfano prova a sfilarsi dalla morsa dei professori con un numero verde del partito per gli imprenditori in difficoltà, una legge delega al governo per la compensazione dei crediti delle imprese, l’impegno ad abolire l’Imu sulla prima casa e a non far alzare le aliquote della seconda ai sindaci del Pdl. Mentre a via dell’Umiltà c’è chi si sgola per l’«appoggio esterno» al governo tecnico come se già oggi non fosse così.

Sono «botti» mediatici più che reali. La compensazione almeno parziale dei crediti delle imprese con lo stato e gli enti locali è già legge. La vararono nel 2010 proprio i ministri Berlusconi, Tremonti e Alfano. Peccato che – proprio come Monti oggi – non l’hanno mai attuata. E l’Imu, pensa un po’, l’hanno voluta tutti – anche Pdl e Lega – quando vararono il famoso federalismo municipale all’unanimità. I tecnici, certo, hanno alzato al massimo aliquote e rendite ma la «trappola» era già pronta.

C’è un limite al cinismo della politica e al furto della finanza. Perché stavolta la «guerra» di parole e cifre volteggia su milioni di persone sempre più divise tra chi ha e chi non ha, tra «chi è» e «chi non è».

Non è più la «mucillagine» di qualche anno fa. La bassa marea ha lasciato solo detriti.

dal manifesto del 5 maggio 2012