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Quinto Stato

Alla Sapienza contestata la Maker faire: «Una vetrina per il business sull’innovazione»

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Dal 16 al 18 ottobre aule e biblioteche chiuse e chi lavora o studia all’università dovrà pagare il biglietto. La protesta degli studenti dell’ateneo romano: “La fiera occupa lo spazio pubblico universitario e costruisce una vetrina per chi specula sull’innovazione”. Il dibattito politico è sulla natura della “Sharing economy”: modello cooperativo o modello imprenditoriale e su quali sono le relazioni possibili

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La «Maker faire», la fiera degli artigiani digitali (i «makers»), si svolgerà all’università Sapienza di Roma da venerdì 16 a domenica 18 ottobre. In questi giorni, l’imponente piazzale della Minerva e, prossimamente, anche il «pratone» sul quale affacciano le segreterie dell’ateneo più grande d’Europa, sono occupate dai tendoni e padiglioni che ospiteranno la fiera dell’innovazione tecnologica curata dal «digital champion» Riccardo Luna e dall’ideatore di Arduino Massimo Banzi.

La tre giorni «sapientina» è l’edizione europea di una fiera che ha calamitato oltre 1.5 milioni di visitatori complessivamente, sin dal suo lancio a San Mateo, in California nel 2006. L’anno scorso la Maker faire ha attratto a Roma oltre 600 invenzioni in mostra e 90 mila visitatori. Quest’anno i promotori intendono consolidare la fama della «più grande esposizione al mondo dopo le americane “Area Bay” e “New York”». L’iniziativa, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, ha un ventaglio di 55 sponsor, i principali sono Intel, Dws, Unidata, Eni, IngDan, Tim e poi Acea, Bnl, Google, Ibm, Cisco, tra gli altri.

La Maker faire è un potente concentrato teorico e informativo sulla nuova frontiera del capitalismo 2.0 che punta le carte sull’innovazione, la creatività, l’auto-imprenditorialità e l’idea del talento individuale o collaborativo. Per ospitare al meglio l’importante vetrina degli artigiani digitali (ne sono attesi 600). Il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio ha deciso la chiusura delle attività didattiche della città universitaria (lezioni, esami, convegni, seminari), il blocco dell’accesso alle biblioteche e alle sale lettura per favorire le operazioni di allestimento. Venerdì 16 e sabato 17 anche gli uffici saranno costretti a ferie obbligate. I docenti, i lavoratori e gli studenti interessati all’evento dovranno pagare il biglietto per entrare. Costi ridotti: dai 4 euro per studenti ai 25 per i tre giorni.

La recinzione dello spazio pubblico nel perimetro destinato alla fiera ha colpito non pochi docenti, ricercatori e studenti. Il passa parola è diventato in questi giorni una campagna promossa dagli studenti: «Maker fair… per chi?» con una pagina facebook dedicata. Il tam tam si è tradotto in un sit-in sul pratone della Sapienza e in un incontro con il prorettore alla ricerca Valente e il preside della Facoltà di Scienze Nesi. «Il nostro Ateneo sta approfondendo lo sfruttamento intensivo nella mercificazione dei risultati della ricerca scientifica – sostengono gli studenti – Perché occupare lo spazio universitario costruendo una vetrina per chi specula sull’innovazione?». La domanda chiarisce le ragioni della protesta: non è contro i makers, ma contro l’uso «business» del lavoro intellettuale o creativo di chi crea stampanti 3D, circuiti, cose, robotica, automazione.

*** La gallery della protesta ***

II ricercatori “Intermittenti della ricerca Roma” approfondiscono le ragioni della protesta. Sostengono che l’approccio “business” dell’evento è il segno del ribaltamento della filosofia della condivisione e della cooperazione (“sharing”) sottesa originariamente a questo genere di iniziative,”dove si mettevano in comune conoscenze specifiche, si praticavano forme di cooperazione e di condivisione dei saperi. La Maker Faire promuove invece la diffusione di quei saperi che la retorica di Gelmini e Giannini chiama “saperi utili”, vale a dire quelli direttamente spendibili nel mondo dell’impresa, identificandoli come unico modello per mettere in pratica i propri studi e le proprie competenze”.

L’argomentazione raccoglie uno dei punti principali del dibattuto sulla “sharing economy”: l’appropriazione dell’innovazione e la sua canalizzazione in un’economia proprietaria sullo stile, ad esempio di Uber. Le conseguenze di questo approccio sulla creazione e sulla trasmissione dei saperi sono immediate: la necessità da parte dell’artigiano digitale di ottenere un reddito dalla sua creazione è declinata secondo i canoni del “fare impresa”. “Questo modello – spiegano i ricercatori – sembra ricalcare il modello della Ricerca promosso dalle “riforme” universitarie degli ultimi vent’anni: incoraggiare la competitività e, attraverso l’economia della promessa, l’autosfruttamento, come se l’unica via per lavorare nel mondo della ricerca fosse l’autoimprenditorialità e la promozione di se stessi a discapito degli altri e della qualità della ricerca”. Modello cooperativo contro modello business, dunque. E’ il cuore della tensione che anima a livello mondiale la sharing economy.

«Riteniamo che un evento così gestito e costruito non debba costituire un precedente per l’università pubblica ma un unicum che non si dovrà mai più ripetere» spiegano gli studenti promotori della protesta che chiedono la trasparenza del ritorno economico per l’università; uno spazio autogestito nella fiera per gli studenti; l’accesso libero per chi lavora e studia alla Sapienza. Martedì 13 ottobre è annunciata una mobilitazione e venerdì 16 un corteo da piazza Aldo Moro.

*** La storia ***

«Vor­rei che gli stu­denti capis­sero il futuro invece di con­te­stare la Maker Faire», parla l’organizzatore della Maker Faire Mas­si­mi­liano Colella.

Salvatore Iaconesi: «Maker Faire, il problema è tra la governance della Sapienza e gli studenti», intervista al docente e artista Salvatore Iaconesi.