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Nuvoletta rossa

Aliti di Drago: la lunga estate calda di Bonelli e Aurea

La copertina del numero 1

Dragonero: la copertina del numero 1

Dice che che il fumetto italiano è fiaccato dalla vocazione irrimediabilmente “facile” tipica della serialità. Sarà. In effetti, il best-seller assoluto è sempre un certo ranger del Texas con la camicia gialla, inchiavardato intorno alle trecentomila copie mensili di venduto al netto di annual, ristampe o speciali per le feste comandate. Ma dentro e intorno a via Buonarroti, il mercato delle collane “a quaderno” continua a dare prove di vitalità più che discrete.

Due esempi freschissimi, accomunati dalla contemporaneità dell’uscita nelle edicole, da un legame per così dire filosofico e dalla rispettiva appartenenza a una generazione di autori. Quelli cresciuti sulle invenzioni dei maestri “indie” degli Anni 80, da Pazienza a RanXerox al Magnus maturo di I briganti, esplosi sulla scena con fumetti non privi di enzimi gradevolmente perturbanti e vocati al racconto seriale tout court. Dragonero è la prima collana propriamente fantasy di Sergio Bonelli Editore. Il sequel del romanzo a fumetti uscito nel giugno 2007, ora disponibile solo in formato elettronico. Protagonista della storia, un nerboruto spadaccino che dopo aver ucciso un drago e averne accidentalmente bevuto il sangue acqusisce il potere di una chiaroveggenza da fare invidia a qualsiasi capocorrente Pd. A uno sguardo superficiale, il linguaggio e le ambientazioni sembrano mutuate da quelle di J.R.R. Tolkien e relativi epigoni. Ma al word processor c’è il Luca Enoch di Sprayliz, Gea e Lilith, ora in tandem con un bonelliano “new wave” come Stefano Vietti: oltre la superficie tutta azione del racconto, quindi, non si rinuncia a salutari metafore “social” o letture antieroiche che ricordano il western crepuscolare. Un sentore che ritorna anche sedendosi in cerchio con il “party” di Dragonero, un melting pot che comprende umani, orchi ed elfi ma che nelle interazioni ricorda molto i siparietti all’insegna del comic relief collaudati da Bonelli padre e figlio, con quattro pard diversissimi ma ben assortiti persi in uno scenario selvaggio. Disegni abbaglianti di Giuseppe Matteoni, mano certosina e densa di contaminazioni “americane”, micidiale controllo dei chiaroscuri e un lavoro di production design che ammanta senografie e attrezzi di scena di una gravitas degna dei migliori cartonati d’oltralpe. Fumetto pop ma non troppo, insomma, più vicino all’estetica ricercata e problematica della recentissima e ottima LeStorie che ad altri fantasy di Casa come Zagor Martin Mystère o Nathan Never.

LongWei: la copertina del numero 1

LongWei: la copertina del numero 1

Diverso ma complementare il discorso per Drago Maestoso alias LongWei, miniserie targata Aurea e firmata dallo sceneggiatore e creatore del personaggio Diego Cajelli insieme con una nutrita squadra di collaboratori: gli sceneggiatori Stefano Ascari, Luca Vanzella, Michele Monteleone e Francesco Savino, i disegnatori Luca Genovese, Gianluca Maconi e Daniele “Kota” De Nicuolo… La nuova miniserie targata Aurea, infatti, nasce sull’onda della buona tenuta creativa e commerciale di John Doe, un “cult” durato dieci anni sull’onda di un impianto fantastico imbevuto di ironia. E l’ironia sembra essere anche la cifra stilistica della nuova produzione che ambienta nella capitale morale, attualizzandoli al noir urbano, i canoni del cinema di arti marziali di Bruce Lee e Co. Come nel fantasy di Enoch e C., anche qui i modelli sono scopertissimi fin dal primo numero, con il protagonista impegnato a difendere dalle losche mire della triade un ristorantino incastonato nella Chinatown milanese di via Paolo Sarpi e limitrofe. Ma se i topoi e le reference sono quelle di L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente, con le coreografie Wu Xia fotografate e riprodotte maniacalmente in ogni dettaglio dai disegnatori della collana, il clima ultraviolento e ironicamente sopra le righe si rifà alla lezione del poliziottesco di Lenzi, Castellari, Massi & C., già ampiamente collaudato da Cajelli nel sorprendente trittico di Milano criminale. Fra un colpo d’ascia nell’Erondàr e una pedata in faccia al Giambellino, insomma, nell’afa agostana si può rimediare anche un’avventura o un sorriso. Non un risultato da buttare via, nella estate del generale scontento.