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losangelista

Alice nel paese dei blockbuster

Sulla carta deve essere  sembrato  il connubio ideale fra l’assurdismo vittoriano di Lewis Carrol e il piu’ immaginifico dei manieristi di Hollywood. Ma l’Alice di Tim Burton e’ in forte deficit di meraviglie, sostituite da effetti speciali pret-a-porter. Burton propone la conflazione delle trame delle due novelle di Carroll, “Le avventure di Alice” e la sequel, “Attraverso lo specchio”,  mescolando il cast di personaggi e trasformando la bambina in teenager dalle incipenti pulsioni indipendentiste poco vittoriane e molto Disney Channel. Non una grande sorpresa forse  visto che la sceneggiatura e’ firmata da Linda Wolverton autrice di Bella e la Bestia e Re Leone, anche se stupisce un po l’acquiescenza di Burton nel produrre un oggetto patinato come questo, che baratta la destabilizzante oniricita’ del testo originale con una narrativa omologata ai tre atti d’ordinanza hollywoodiana. L’ultimo dei quali ci propina la catarsi standard della  battaglia fra gli eserciti del bene e del male, trasformando il paese delle meraviglie in Terra di Mezzo. Piu’ altre stonature come il rapporto  quasi romantico  fra Alice e il cappellaio matto (e la backstory per lui di giovane creativo traumatizzato). Insomma un’Alice-Buffy a caccia di Jabberwocky e di autostima, protagonista invece che di un meraviglioso sogno, di una parabola con morale da serial TV e un buonismo da Hannah Montana. Ne’ giova un  3D che a differenza di Avatar con la sua integrazione umana-sintetica, torna ad essere trucco col principale scopo di incrementare gli utili di botteghino.

  • Stefano

    Assurdismo? Conflazione delle trame? La stance catarsi? La quasi romance? Ne senza accento? Essere gimmick?
    Che orrore.