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Quinto Stato

Al Pigneto di Roma, tutte le feste di domani

pigneto

Cos’è il #Pigneto, di preciso? Non solo #movida, una geografia política urbana

(repost da La furia dei cervelli)

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Cos’è il Pigneto, di preciso? Un immaginario. E’ stato importato e poi “lavorato” seguendo linee autoctone. Ma di chi è questo immaginario? Vediamo. Il campo di elaborazione del nuovo discorso sul Pigneto è stato il Bobò,  cioè il «Bourgeois-bohemienne», poi declinato in «radical chic», infine «hipster», concetti diversi usati a sproposito, che cercano di delineare un campo sociale

Mi fermo a quella che può esserne considerata la radice. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila se n’è parlato così tanto da fargli prendere corpo e da convincere studenti, precari, professionisti a identificarsi con esso. Al tempo i Bobos sono stati presentati come un’élite illuminata dell’età dell’informazione. Precari, sempre impegnati a cercarsi una commessa. E per un certo periodo la formula è sembrata funzionare. C’è stata un’epoca in cui la diffusione a pioggia delle commesse da parte del pubblico e uno sgocciolamento di risorse nel privato sembrarono realizzare una sintesi tra uno stile di vita e la coscienza di uno status, il successo nel lavoro e una certa ribellione creativa. 

Bobos 

Di età media trenta-quarantenne, studenti, laureati, formati e masterizzati.  L’investimento immaginario, commerciale e amministrativo sui Bobos è riuscito ad affermare una nuova etica sociale mescolando una remota idea della controcultura negli anni Sessanta e il materialismo (auto) imprenditoriale degli anni Ottanta. 

A precari e alle partite Iva sembrò di avere trovato spazio di riconoscimento. Una cittadinanza, addirittura, per un «popolo» che aspirava ad essere una classe alta, pur essendo a tutti gli effetti precari sul mercato del lavoro immateriale. E’ ragionevole pensare che molti si siano sentiti partecipi di questo discorso.


Il Bobò è un’identità sociale costruita da individui assoluti ai margini del mercato: sconfina con la disoccupazione, ma vive a cavallo dell’innovazione culturale, professionale, artistica. Nel concreto, nella geografia sociale di un piccolo quartiere di una grande città come il Pigneto ha significato questo: portare una categoria sociale ad abitare una zona dove spuntavano come funghi i commercianti del tempo libero accanto agli studi professionali: pub, bar, ristoranti del Gambero Rosso, gelaterie biologiche e ristoranti greci, cineclub circoli Arci e gallerie d’arte, officine fotografiche e sale prove.Su questa coesistenza, fianco a fianco, a partire almeno dal 2007, è cresciuta l’isola pedonale e le attività che si sono installate nel dedalo di strade tra la Casilina Vecchia e la Prenestina, poco più di un chilometro quadrato diventato il simbolo del “piccolo Pigneto”. Questo spazio è stato il luogo di un esperimento ricorrente nell’immaginario commerciale che governa le città italiane: associare il Bobò vicino alla Flâneurie di cui parlava Benjamin a proposito di Baudelaire all’impresa del tempo libero.

Franco Citti, Accattone, al Pigneto

Sono stati questi gli elementi per creare un brand urbano: un’attrazione alla moda utile per creare un distretto del consumo serale. Mettere insieme la “povera fanciulla” della canzone dei Velvet Underground, quella che indossa gli stracci del giovedì sera fino alla mattina del lunedì successivo, insieme al ristorante da 30 euro a coperto. 

Una ciliegina su una torta fatta di troppi strati. Il free-rider che scarnifica la propria attività di impresa, il locale che gestisce fino alla sua funzione più nuda: la vendita di alcolici, dalla birra ai superalcolici. E il freelance alla ricerca di una qualità di vita, anche comunitaria, in un’esistenza povera di possibilità di reddito, ma non priva di suggestioni.

Non siamo a Notting-Hill

Il Bobò è stato chiamato anche a identificarsi con un discorso politico. A Roma, e anche al Pigneto, nel quindicennio del centro-sinistra al potere (Rutelli e poi Veltroni), interrotto da Gianni Alemanno, spartiacque nella storia recente della Capitale, questo significante è stato declinato con uno status symbol: il “creativo” consumatore di spettacoli, intrattenimento, tempo libero. Da qui si è iniziato a parlare (negativamente) di radical-chicchismo adeguato ad una piccola borghesia urbana desiderosa di consumare uno stile di vita.


Tutti a sentirsi protagonisti di un’industria culturale. La percezione era quella di abitare a Notting-Hill a Londra, con qualche variazione in stile romano. Tra i condomini scrostati della zona est della città, ville e palazzetti inizi novecento, si è pensato che un  mondo parallelo potesse inverarsi nel piccolo quadrante centrale del Pigneto. Bobos low-cost. Rispettando il gusto dell’understatement romano. 

Nel frattempo la crisi ha chiuso i rubinetti del pubblico, ha sgonfiato la bolla degli eventi culturali che ha permesso a Veltroni di far esistere una città piena di eventi culturali dettati dall’alto, da una politica culturale sapientemente calcolata in base ad una programmazione autoritaria, quella dei grandi eventi e dei grandi contenitori. 

Poco attenta alla sperimentazione, al laboratorio, alla promozione degli ingegni senza nome, ma fortemente attenta al mainstream, al gusto dominante, alla sensibilità del «cotto e mangiato» e alla cooptazione, al conformismo. Più che protagonisti di un’industria culturale, e di un Pil che a Roma cresceva vertiginosamente del 9%, i Bobos di epoca veltroniana erano dipendenti – in gran parte – del sistema di finanziamento pubblico degli eventi culturali. 

Il decennio ruggente del Pigneto (o almeno di una certa immagine del Pigneto) è stato il concentrato della storia di un segmento del quinto stato, quello dei lavoratori della cultura o della conoscenza prodotti dall’espansione del numero dei laureati indotto dalla riforma «Berlinguer-Zecchino» all’università, e dei dottorati di ricerca finanziati dal fondo sociale europeo. E poi della politica che ha sovvenzionato la cultura e l’associazionismo. L’esplosione della bolla finanziaria, poi la crisi, hanno fatto esplodere contemporaneamente quella dei «grandi eventi culturali», quella della formazione, degli affitti lasciando oggi sul terreno un nuovo proletariato. 


Il lato oscuro della privatizzazione

Da brand della città creativa, giovane, che doveva attrarre progetti d’impresa dal cinema alle arti figurative, dalla moda alle nuove tecnologie (cosa, in parte, avvenuta) oggi il Pigneto conosce il lato oscuro: privatizzazione, militarizzazione, scontro tra chi chiede sicurezza e chi vuole ristabilire un clima di tolleranza e apertura nel quartiere.

Difficile oggi considerare il Pigneto come un distretto urbano della creatività e del buonvivere, il cuore del progetto della “smart city” vagheggiata dagli amministratori che supportano i nuovi imprenditori nel commercio e nella ristorazione, loro alleati strategici. 

Il quadrante dell’isola pedonale è stato privatizzato e viene rigidamente controllato come 
Trastevere, Testaccio, Monti, Ponte Milvio, Tor Bella Monaca, San Lorenzo. Pattuglie di carabinieri in uniforme, in abiti civili, con posti di controllo e di blocco. Delibere per il contrasto dell’abuso di alcool e la verifica del rispetto delle norme igienico sanitarie di locali e ristoranti. Elicotteri, unità cinofile, fiamme gialle, blitz contro l’abusivismo e lo spaccio. Arresti, denunce a piede libero, la caccia alle dosi. Il controllo ossessivo di centinaia di auto e moto. Controllo del territorio, arresti, denunce. 

Il lato oscuro del Pigneto è il risultato di una contraddizione. Quella legata alla sicurezza, innanzitutto. La speculazione del narcotraffico nasce anche perché l’isola pedonale è stata trasformata da una politica dissennata delle licenze per bar, pub e ristoranti, frutto di una delle lenzuolate volute da Bersani quando era ministro delle attività produttive con Prodi e invocata da Veltroni che vedeva in questa liberalizzazione un’occasione per creare un’economia del consumo. 

Ogni liberalizzazione è accompagnata dall’esigenza di regolamentare la vita. E di disciplinarla a colpi di ordinanza. L’epoca di Alemanno nella Capitale è stato il concentrato di una serie di provvedimenti che hanno disciplinato la vita nelle piazze, con l’obiettivo di riportare all’ordine i flussi e le permanenze, gli scambi e le anomalie. Oggi con Marino la situazione non è molto cambiata.

“Movida violenta”

Questa economia ha prodotto un indotto informale, dipendente dalla concentrazione del consumo in pochi meri quadrati. Nel frattempo è cambiata anche la composizione di chi vive del piccolo traffico di stupefacenti. Dopo gli italiani, sono arrivati gli stranieri. E non è escluso che molti di loro siano irregolari o clandestini. Lo spaccio diventa l’unica possibilità di lavoro in una condizione di marginalità assoluta e di ricattabilità. 

Sul Pigneto pesa come un macigno la dinamica della liberalizzazione nelle modalità indicate dalla Unione Europea. La brutalità con la quale la liberalizzazione è stata praticata dagli enti locali. Sullo sfondo l’idea, praticata da centro-destra e dal centro-sinistra, sulle capacità taumaturgiche della liberalizzazione che produce crescita di reddito e occupazione.

Dalla metà degli anni Novanta, liberalizzare il commercio prima e i pubblici esercizi poi, è diventato il cuore della modernizzazione di un capitalismo fai-da-te, dove la liberazione degli spiriti animali passa anche attraverso un accesso facilitato in tali settori. All’origine della “movida violenta” che oggi lo Stato e gli enti locali vogliono reprimere non c’è una deriva patologica di giovani, folli di alcol e sostanze psicotrope. 

E’ invece un processo socialmente costruito dall’alto, risultato di una politica economica nei settori del commercio, dei pubblici esercizi e dell’artigianato alimentare, che hanno spianato la strada alla vittoria di operatori avventurieri, alle rendite di posizione, alla grande distribuzione, attenti alla massimizzazione della redditività. La stessa logica che ispira la speculazione urbanistica, immobiliare e del narcotraffico al dettaglio.


Si parla di gentrificazione

Nelle politiche urbane neoliberiste si parla di “gentrificazione” per indicare la sostituzione di una classe sociale “alta” con quella residente di un quartiere. Si allude alla sostituzione dell’attività commerciali tradizionali con altre legate ad una tipologia di consumo più costosa. Al Pigneto non sembra essere avvenuta una completa sostituzione degli abitanti tradizionali.  I soggetti che possono essere identificati nei “Bobos” sono numerosi, almeno quanti sono gli esercizi commerciali che attraggono consumatori da tutta la città, ma non possono essere identificati con una “classe”, per di più proprietaria, cioè capace di acquistare appartamenti. 

In maggioranza si tratta invece di giovani, e meno giovani, professionisti e studenti precari che sono in affitto, non formano una “classe” di proprietari, o un “ceto medio” tradizionale. In più queste figure che vivono accanto agli stranieri immigrati: cinesi, bengalesi, gli stessi che popolano la vicina Tor Pignattara. 

Tra gli italiani c’è anche chi, legittimamente, non vuole vivere in un quartiere residenziale, costosissimo anch’esso, e sceglie di andare in una zona più viva, piena di opportunità di incontri, all’insegna dell’apertura.
Più che un popolo di neo-imprenditori di se stessi, al Pigneto si è concentrato un piccolo flusso di lavoro indipendente soggetto alla speculazione immobiliare e a quella legata ai consumi e all’intrattenimento. Debole, come identità sociale e professionale, ma centrale per la vita di un’economia basata sul commercio del tempo libero e del tempo di vita. 

#Fattifortefanfulla

Alla fine di giugno 2014 il circolo Arci Forte Fanfulla ha interrotto le sue attività. Se si allarga lo sguardo, e ci si sposta di qualche centinaia di metri, al Pigneto spunta anche questa storia. Si tratta di un’associazione culturale tra le più frequentate, con 20 mila tessere.

Attiva dal 2007, quando il fenomeno «Pigneto» stava prendendo forma, il Fanfulla ha sviluppato di attività aggregative realizzando più di 1000 iniziative annuali: concerti, presentazioni, mostre, proiezioni, spettacoli teatrali, corsi di lingua e servizi di assistenza sociale e fiscale.

In cosa si è differenziato questo spazio da un quartiere concepito per consumare e non per vivere? Si è caratterizzato come un centro di servizi: il gruppo di acquisto solidale ha garantito ai soci prodotti biologici: vino, frutta, verdura, carne, miele, agrumi, sapone a chilometro zero. L’idea è stata quella di diventare un punto di distribuzione per i prodotti di aziende agricole della regione Lazio.

Un altro servizio erogato è stato quello dell’assistenza legale e sociale ai cittadini italiani e stranieri. Sono stati organizzati laboratori per la formazione linguistica con corsi di lingua italiana per stranieri, di lingua araba e di lingua inglese per i bambini. Poi anche lo sportello per la compilazione del «730».
E’ stato organizzata un’attività di promozione dell’editoria indipendente ed è stata anche fondata una società di produzione e distribuzione di film e documentari a sfondo sociale. In più, in questi spazi è stata offerta una sala prove gratuita per compagnie teatrali o per singoli artisti per brevi periodi. In un’altra sala è stato organizzato il coworking, adiacente all’area bistrot, con connessione internet gratuita.

Lo scambio dei servizi, e la produzione di eventi culturali, ha creato negli anni una rete di mutuo sostegno nella ricerca di casa, per la compravendita di mobili usati e per lo scambio di servizi, in modo da facilitare la vita di tutti nella mutua collaborazione. Il Forte Fanfulla è diventato un punto di riferimento per i bisogni dei soggetti sociali che popolano il Pigneto, al di là del loro status – vero o presunto – di Bobos.

Studenti, lavoratori, disoccupati, migranti, intellettuali, artisti, senza distinzione di genere, razza e religione, hanno iniziato a frequentare uno spazio che rispettava, in fondo, la percezione di un quartiere aperto e democratico.

Il Fanfulla è stato un’impresa sociale troppo grande che non è riuscita a sopravvivere al costo di un affitto troppo alto.

«Abbiamo cercato di mettere in atto una politica fruibile e popolare che, con il tempo, ha contribuito a una riqualificazione del quartiere dal punto di vista sociale e culturale – affermano gli organizzatori – Questo risultato è stato raggiunto grazie alla partecipazione e all’impegno di tutti i soci che hanno messo a disposizione le loro competenze professionali e artistiche e a tutti gli amici e i collettivi della scena indipendente, italiana e internazionale. Ma la nostra non è una resa, ma è una resistenza».

La speculazione non perdona. Spinge al gigantismo, e il gigantismo se lo possono permettere imprese speculative, non circoli culturali. E’ la contraddizione in cui si trova chi vuole produrre reddito dalla cultura indipendente, ma non ha i mezzi né la volontà politica di unirsi alla speculazione. Anche per questo il Pigneto è diventato un magnete anche per chi non vuole viverci o non può permetterselo.

Roberto Ciccarelli