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Popocatépetl

Aiuto! Arriva il Rally Dakar!

Rosario, Argentina

Celebrato da televisioni e riviste sportive, avversato da ecologisti e popolazioni locali, il Rally Dakar (ex Paris-Dakar) si svolge da tre anni in Sudamerica.

Con alle spalle 32 edizioni, 57 morti, decine di feriti, centinaia di incidenti, danni incalcolabili all’ambiente e al patrimonio archeologico, il serpentone di camion, auto, moto e quadrimoto porterà a gennaio la sua “avventura” dall’Argentina al Perù, passando per il Cile.

Nel 2008 – non si sa se pesarono di più le minacce di Al Qaeda o le proteste degli ambientalisti in Africa e in Europa (www.stop-rallyedakar.com) – fu lo stesso governo francese a raccomandare la sospensione di questo evento, kermesse annuale dell’industria del fuoristrada, definito “il rally più seguito del mondo” ma anche “ammasso di bolidi inquinanti”. Quell’annola Paris-Dakar, contro la quale l’organizzazione Stop Rallye Dakar raccolse più di 50mila firme, fu obbligata ad abbandonare le dune africane e a trasferirsi altrove.

Ma già nel2005, inFrancia, 24 organizzazioni sindacali e ambientaliste ne avevano chiesto la soppressione, tacciandolo di “spettacolo pubblicitario e mercantilista in uno scenario come il continente africano, marcato dalla povertà, la fame, l’Aids e l’indebitamento”.

 

Ci sono sport anche estremi – per esempio il parapendismo, il rafting, il velismo in solitario – che non sono aggressivi con la natura. Ma lanciare un’orda assordante di motori, seguita da un esercito di mezzi d’appoggio, meccanici, troupe televisive, reporter, ambulanze, elicotteri e fans sulle dune di un deserto – un ecosistema più fragile e abitato di quanto si creda – è uno sprezzante attentato al medio ambiente.

Tanto che in Argentina la Funam(Fundación para la defensa del ambiente) ha denunciato, in occasione dell’ultima edizione del rally, “la guida temeraria dei piloti di 186 moto, 38 quadrimoto, 156 auto e 72 camion su strade pubbliche, comela Statale 38, su cui hanno circolato con eccesso di velocità in direzione contraria, investendo automezzi privati e mettendo a rischio vite umane.”

Il presidente della Funam considera inaccettabile che il governo argentino “accetti condizioni coloniali perché più di 450 veicoli e i loro piloti possano giocare all’avventura e una ditta francese (Aso, Amaury Sport Organisation) faccia il suo gran business, che include una donazione di 5 milioni di dollari del governo argentino.”

Ricorda Mempo Giardinelli in un articolo rivelatore: “Il rally all’inizio era un safari ma presto ci si accorse del filone che rappresentava come vetrina delle più famose marche di veicoli, bibite, sigarette e altri articoli di consumo, più i diritti televisivi.”

 

Un giro d’affari milionario, insomma, e milioni di spettatori. Il sito ufficiale del Rally Dakar (www.dakar.com), che progetta l’anno prossimo di estendersi alla Bolivia  – ma in Argentina c’è già chi lo ha ribattezzato Rally Dañar (danneggiare) – vanta 1200 ore di diffusione di immagini in 190 paesi attraverso 70 emittenti, conta fra i suoi patrocinatori compagnie petrolifere come Elf e Total, imperi automobilistici come Wolkswagen e Mitsubishi e una quantità incredibile di inserzionisti. Fiera-spettacolo insomma, piena di polvere e rumore su percorsi difficili, con quel tocco di agonismo feroce, potenza motoristica e riprese aeree che fa la felicità di innumerevoli telespettatori in pantofole.

Ma c’è anche chi non gradisce. Intanto le popolazioni attraversate, specie quelle che abitano le pampas e le regioni semidesertiche – terreni prediletti dal rally – e che raramente sono consultate o avvisate del passaggio della gigantesca carovana. L’anno scorso, le comunità indigene delle valli del Calchaqui, nella regione di Tucumán, e gli abitanti di Salta hanno manifestato contro il passaggio del rally, dichiarandolo “una manifestazione non gradita e soprattutto non invitata”.

Il Grupo de conservación de flamencos altoandinos di Salta denunciò al ministero dell’ambiente argentino “un elevato impatto negativo in termini di frammentazione funzionale per la fauna, inquinamento e danni diretti alla flora, distruzione di geoforme, morte di esemplari della fauna silvestre, distruzione del patrimonio archeologico e storico, perdite materiali e rischio per le vite umane”.

Nel 2009, un gruppo di archeologi cileni denunciò che, per colpa di una deviazione imprevista del percorso, la carovana  passò su una zona di scavi nella Quebrada del Pelícano (regione di Coquimbo), un canyon proposto come patrimonio dell’umanità, e distrusse numerosi reperti di ceramiche e utensili preistorici.

La scia di quasi una sessantina di morti che il Rally Dakar si porta dietro va divisa in parti quasi uguali fra pubblico e piloti (o comunque addetti ai lavori).  L’annus horribilis è stato certamente il 1986, quando fra il motociclista giapponese Yasuo Kaneko, investito da un automobile, e i cinque passeggeri di un elicottero che precipitò – fra cui l’inventore della Paris-Dakar, Thierry Sabine – la competizione lasciò sei morti sulla pista.   

L’anno scorso, nell’autodromo cileno di Arica, un incidente elettrico ha ucciso il meccanico 25enne Cristian Cisternas e ferito altri due lavoratori. Nel 2009, alla prima tappa Buenos Aires-Cordoba, la giovane Sonia Natalia Gallardo è stata investita dal dérapage di un camion ed è morta sul colpo. Nel luogo in cui si trovava non erano stati messi nastri né transenne per il pubblico. I due piloti del camion vennero scagionati dal giudice in prima udienza.

L’elenco delle vittime è facile da trovare in rete; certe liste però contano solo i piloti morti, come se gli spettatori uccisi fossero “perdite collaterali”.

Altre cronistorie presentano le mine sotto i camion, le morti per pallottole vaganti o da infarto alla guida come una spolverata di paprika per aumentare la suspense della corsa.

Un altro vezzo del Dakar, che anche nella sua epoca euro-africana fu costretto spesso a modificare l’itinerario per via delle proteste, è quello di lasciare in sospeso fino all’ultimo il percorso di certe tappe, per aumentare la difficoltà della prova. Questo espone gli abitanti di alcune regioni attraversate, che non sono abituati a traffico di quel tipo, a rischi anche mortali.

Un’accusa frequente agli organizzatori è che, grazie alla benevolenza complice delle autorità, non li si obbliga neanche a presentare uno studio di impatto ambientale né a riparare i danni causati. Gli incidenti spettacolari – meglio se senza vittime o feriti – sono benvenuti dalle 50 troupe televisive ed entusiasmano il pubblico.

La catalana Laia Sanz, campionessa mondiale di trial

La pagina internet del rally, che nell’edizione 2012 partirà il 1º gennaio da Mar del Plata e arriverà il 15 gennaio a Lima percorrendo 9mila chilometri, esibisce, oltre a uno shop ufficiale e un gioco virtuale, due sezioni encomiabili: solidarietà e medio ambiente. Non c’è da grattare molto però per scoprire che la solidarietà con i paesi attraversati si limita a “donazioni” dell’ordine di 100mila dollari all’anno – una briciola rispetto al giro d’affari complessivo – incredibilmente ben amministrati, perché servono a edificare decine di “abitazioni d’urgenza”, promuovere corsi di alfabetizzazione e dotare varie famiglie di “attrezzature informatiche” (computer?).

In quanto al rispetto per l’ambiente, gli organizzatori hanno calcolato in 30mila t.eq.CO2  le emissioni totali della manifestazione (per metà causate dai competitori e metà dagli accompagnatori) e quantificano – secondo il sistema Redd, che monetizza l’ossigeno che respiriamo – in 200mila dollari il danno arrecato all’ambiente. Con questi soldi il Rally Dakar promette di finanziare il progetto Madre de Dios, per salvare dalla deforestazione 120mila ettari dell’Amazzonia peruviana che sarebbero stati distrutti nei prossimi dieci anni. E così il polverone è passato.    

 

Per chi vuole approfondire l’argomento, alcuni articoli interessanti facilmente reperibili, tutti in spagnolo:

– Mempo Giardinelli, “¡Es el medio ambiente, estúpidos!”, Página 12

– Martín Raffo, “La otra cara del Rally Dakar”, ANS – Agencia Nodo Sur

– Alfredo Montenegro, “Un amasijo de bólidos contaminantes”, Agencia Walsh

– Martín Mantxo (Ekologistak Martxan) e Joanna Cabello (Carbon Trade Watch), “Rally Dakar 2011 y su impacto en el medio ambiente”, diarioecologia.com