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Quinto Stato

Addio alla ricerca alimentare? i ricercatori occupano l’Inran

Mentre il governo smentisce il taglio di 200 milioni di euro all’università, conferma i 200 milioni alle scuole non statali, aumenta i fondi alle borse di studio (90 milioni, erano 246 nel 2009), assegna 10 milioni alle università private, i ricercatori occupano l’Inran, l’istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, uno degli enti di ricerca soppressi dalla spending review insieme all’istituto sulla ricerca metrologica, la Stazione zoologica Anton Dohrn, l’Istituto di studi germanici, l’Istituto di alta matematica e il centro di Fisica «Enrico Fermi».

Punto di riferimento italiano nella ricerca sulla nutrizione e la salute, questo ente era stato accorpato dalla finanziaria Tremonti del 2010 all’ex ente nazionale sementi elette (Ense) e all’istituto nazionale conserve alimentari (Inca). Il governo Monti ha deciso di fare marcia indietro. L’Inran viene così soppresso, l’ex Ense accorpato all’Ente Nazionale Risi (si occupa della tutela della risicoltura), viene soppresso l’ex Inca e il suo personale messo in mobilità, l’Inran di Roma viene incorporato nel Consiglio per la ricerca e la Sperimentazione Agricola (Cra). «Si crea il paradosso del controllore controllato – sostiene Angela Imperi della Flc-Cgil – si mettono insieme il Risi, che dovrebbe produrre e vendere le sementi e l’Ense che invece dovrebbe certificarle».

Nato come istituto di biologia della Sapienza nel 1936, l’Inran diffonde le tabelle di composizione degli alimenti e le linee guida per una corretta alimentazione. «Nel resto di Europa esistono istituti nazionali che si occupano di salute e nutrizione – afferma la ricercatrice Giuditta Perozzi – Per quale motivo oggi deve scomparire il polo italiano?».

I ricercatori temono che le compatibilità economiche stabilite dal governo avranno come effetto quello di vanificare una ricerca che è anche uno strumento di prevenzione delle malattie croniche, soprattutto quelle legate all’invecchiamento. A Mario Catania, ministro dell’agricoltura, chiedono di esprimersi contro questa ipotesi.

Angelo Camerlenghi, neodirettore della sezione di Geofisica dell’Istituto di Oceanografia di Trieste, un altro degli enti di ricerca “accorpati”, ha scritto al presidente della Repubblica Napolitano. Denuncia l’incertezza sul futuro del settore e chiede che l’attività di ricerca non sia vincolata ai «risparmi risultanti da tabelle redatte a tavolino».