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Street Politics

Addio a Mandiaye Ndiaye

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Addio al caro amico Mandiaye Ndiaye, uno dei senegalesi più creativi e generosi che io abbia conosciuto, la notizia ci riempie di sgomento.

Era emigrato come “vu cumprà“ dal Senegal in Italia tra mille difficoltà. Ha raccontato da attore l’Africa e il suo riscatto in Emilia Romagna e in Italia con il Teatro delle Albe.

Il villaggio di Diol Kadd, dove ho avuto la fortuna di vivere e insegnare l’italiano, piange il più grande dei suoi figli.

Riporto qui una mia recensione del suo Ubu Buur (Napoli, teatro San Ferdinando, 2007):

Antonin Artaud riconobbe in Alfred Jarry il precursore di un nuovo teatro, capace senza parole di stravolgere il pubblico al punto di costringerlo nudo. E’ quasi questa l’atmosfera creata dalla compagnia del Teatro delle Albe di Ravenna e dalla regia di Marco Martinelli nell’adattamento dell’Ubu re o Ubu buur (re in wolof, lingua del Senegal), scritto da Alfred Jarry, appena quindicenne, e presentato a Napoli in occasione del Festival del Teatro. 
Il teatro San Ferdinando, ristrutturato da pochi mesi, è di per sé un luogo assai bizzarro, incastrato tra palazzi di cui serve da fondamenta. Buio, luci accecanti e fumogeni disorientano all’ingresso lo spettatore, coinvolto già dalle prime danze degli attori, soprattutto giovani e piccoli contadini, tassisti e studenti del villaggio di Diol Kadd in Senegal, paese natale del protagonista Mandiaye N’Diaye (Padre Ubu) e da suoni e gesti della bravissima Ermanna Montanari (Madre Ubu), glaciale nel bianco del suo viso. 
Padre Ubu, ucciso il Re Venceslao, elimina ad uno ad uno i suoi compagni di battaglia trasformandosi in un dittatore sanguinario. Ma Brughelao, figlio di Venceslao, è pronto a spodestarlo. La tragi-commedia del potere descrive la barbarie post-coloniale che dilania senza tregua non solo l’Africa, ma qualsiasi paese, o meglio un’indefinita “Polonia”. La preparazione e il debutto dello spettacolo nel minuscolo villaggio di Diol Kadd giustificano le piccole imprecisioni della messa in scena nell’adattamento ai teatri europei. 
Il vero interesse di questo Ubu buur è nel linguaggio, coscienza del mondo. Il dialetto e l’accento romagnolo, l’improbabile ed estemporaneo “polacco”, il francese di per sé allitterato e divertito del testo di Jarry, l’avito wolof degli attori e l’italiano pop-scombussolato costruiscono un nuovo linguaggio che supera le traduzioni diventando lingua comune. Il pubblico è sconvolto dall’assalto dei guerriglieri che puntano le armi contro ogni spettatore e si rende partecipe delle dionisiache danze finali.