closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

Act of Valor?

AOV: il mondo come allucinazione videoludica

Si proietta in questi giorni per la stampa Act of Valor, film il cui slogan fa gran  vanto del fatto che gli attori sono “veri effettivi” delle forze speciali. L’implicazione “epistemiologica” e’ che se quei tizi con la faccia mimetizzata e gli elicotteri neri sono veri autentica per forza sara’ anche la  rappresentazione della guerra che propone. Un’operazione gia’ famosamente perpetrata da Green Berets, film prodotto nel 1968 da John Wayne (con piena collaborazione dell’esercito)  sui reparti speciali americani in Vietnam come risposta propagandistica al movimento contro la guerra. Act of Valor – uscito mentre la dottrina Obama promuove l’appalto sempre maggiore della guerra permanente ad azioni “chirurgiche” e reparti speciali –  nasce di fatto come filmato promozionale commissionato dalla marina ai due registi, Mike McCoy e Scott Waugh. Il filmato e’ stato poi commutato in un  lungometraggio sostanzialmente coprodotto dalla US Navy che ha messo a disposizione ingenti mezzi, armi, consulenti e infine anche i  veri Seals di cui sopra. Il film ha tutta la verve drammatica di un manuale di addestramento (seppure forse il piu’ costoso mai prodotto) ma daltronde per uno spot efficace non c’e’ bisogno di vincere l’oscar. AOV deve vendere un prodotto e lo fa senza remore e senza lesinare sulle bandiere al rallentie e sui guerrieri stagliati sui tramonti. Mentre si fregia di “verismo” pero’, simula invece il pathos del melodramma hollywoodiano piu’ convenzionale – con l’aggiunta di  lunghe sequenza girate in soggettiva da “first person shooter” – i videogiochi sparatutto con shermata a fucile impugnato – da tempo sponsorizzati dall’esercito come incentivo all’arruolamento. La trama, programmatica, inizia con una squadra di Seals (quelli del raid su Bin Laden) mandate nella giungla del Costa Rica a salvare un’agente della CIA rapita da narcos senza scrupoli. I malviventi ispanoparlanti torturano la Giovanna D’Arco a stelle strisce e si scoprono avere delle connection jihadiste tramite un collega fanatico ceceno che assiste alcuni islamofascisti filippini dediti a massacri di bambini di asilo. Una filiera che presto  si allea coi cartelli di Tijuana per infiltrare il grande Satana e spargere il terrore nel cuore della democrazia. Il compendio insomma dell’immaginario paranoico  del militarismo xenofobo americano.  Una specie di  trailer per l’idea videoludica della geopolitica, nel momento in cui questa viene confutatata dalla sanguinosa cronaca di stragi quotidiane. Su questo sfondo AOV raddoppia imperterrito sul paradigma di conflitto giusto ed eroico rincarando ogni anacronismo patriottico con la sua rappresentazione pornografica di luccicante ferramenteria bellica. Un oggetto “iperrealista” che travisa la definizione di cinema (Peter Travers, su Rolling ha affermato “sarebbe come recensire  un manifesto per l’arruolamento”) ma che grazie anche alla promozione sovvenzionata dalle forze armate con tanto di lancio di para’ davanti al Cinerama di Hollywood per l’anteprima, ha scalato la classifica degli incassi.  La produzione parla di “cronaca romanzata” di una vera missione dei Seals – a noi sembra semmai un romanzo criminale colpevole della mitologizzazione di un conflitto che in questi giorni dimostra la sua crudele inutilita’ e il suo costo inumano.

  • alvise

    e dove sarebbe la differenza culturale-politica con le puntate di “Romanzo criminale”, trasmesse dai nostri canali tv ? Non raccontano forse “l’epopea” della banda della Magliana e i suoi connessi con i “servizi”?
    Da qualche giornale ora apprendiamo che a Roma ci sono ragazzini che si atteggiano al “Dandi” , uno dei capi della Magliana, che si comportava da guappo con le donne. I ragazzini lo fanno con le coetanee….
    Noi non abbiamo i Seals, ma i “Dandi” il “Libanese”, il “Freddo”….che mitizzano il conflitto con la Polizia .

  • Paolo1984

    sta a vedere che mo’ è tutta colpa dei serial televisivi..ma non scherziamo