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Lo scienziato borderline

Accade oggi a Torino, negli anni sessanta

Sono stato al grande concerto ed evento musicale “Torino Beat 2016, decima edizione”, che si è svolto in quel monumento architettonico, oltre che musicale, che è il “Le Roi” di Torino: progettato da Carlo Mollino, ultimo genio dell’architettura torinese.

Sono successe cose, a quel concerto. Cose bellissime ed attese, e cose bellissime ed inattese. E per tutte quelle cose, sia le attese che le inattese, c’è poi uno da ringraziare. Father Superior, lo abbiamo soprannominato quella sera. Toni Campa, gentiluomo vecchio stampo, con l’agendina dei numeri di telefono più folta nella storia dei promoter musicali torinesi, insieme probabilmente a quella di Giulio Tedeschi. Con Luciana de Biase, anche lei presente e elegantemente attenta, è riuscito nel miracolo consueto: tutto è andato perfettamente, pur avendo da mettere insieme decine di artisti, oltre seicento spettatori paganti, e musica da far riuscire bene.

Toni Campa e i Camaleonti. Foto di Giuseppe Verrini

Toni Campa e i Camaleonti. Foto di Giuseppe Verrini

Il mio racconto sarà essenzialmente per fotografie e video musicali. Non servono molte parole.

Cominciamo dalle cose belle ed attese, per una serata che si chiama “Torino Beat”. Se aprono il concerto i Delirium:

Delirium. Foto di Giuseppe Verrini

Delirium. Foto di Giuseppe Verrini

Certamente ti aspetti che facciano Jesahel. Ma guardate l’effetto.

Se poi c’è Alberto Radius con la sua Formula Tre:

Alberto Radius. Foto di Giuseppe Verrini

Alberto Radius. Foto di Giuseppe Verrini

Ti aspetti che faccia “Folle Sentimento”. Ed è sempre un piacere da ascoltare.

Già meno ti aspetti che Alberto Radius faccia “Nel Ghetto”, che con il Beat c’entra un po’ poco, ma ti riporta ad un certo 1977 ed è stata la colonna sonora per una generazione che è la mia.  Qui il video ha l’audio un po’ scadente, dato che a tratti non ho potuto evitare di cantare. Eh no, io non ci sto.

Se uno dei clou della serata sono I Camaleonti:

I Camaleonti. Foto di Giuseppe Verrini

I Camaleonti. Foto di Giuseppe Verrini

Uno aspetta soltanto e spera che facciano “Perché ti amo” del 1974, dato che ai tempi ha ancora fatto in tempo a farne la colonna sonora di uno dei suoi primi amori estivi (this is dedicated to Carla, with love)

Poi iniziano alcune cose inattese. Un altro punto fortissimo della serata sono i Dik Dik, che raramente le mie orecchie hanno sentito musicalmente più in forma di questo 16 febbraio 2016

Dik Dik. Foto di Giuseppe Verrini

Dik Dik. Foto di Giuseppe Verrini

Solo che non puoi mettere qui i video che hai registrato, perché dopo il concerto, parlando con loro, non erano contenti del sound: avendo suonato per chiudere la serata, avevano inevitabilmente ereditato i sound fix dei gruppi precedenti, e per dei perfezionisti come sono questi ragazzi, ciò li ha dispiaciuti. Io non ho osato dire loro che – a parer del sottoscritto – era tutto piuccheperfetto, ma aspettiamo la serata-bis del 19 aprile per riregistrare i loro contributi. Per ora, una foto del nostro backstage.

Backstage. I DIk Dik

Backstage. I DIk Dik

Poi però accadono cose inattese. Accade che ospite della serata è Ricky Shayne, direttamente dalla Scozia. Entrò nella mitologia italiana degli anni sessanta con il 45 giri “Uno dei Mods”, uscito oltre mezzo secolo fa.

Ricky Shayne 2016. Uno dei Mods, 1965.

Ricky Shayne 2016. Uno dei Mods, 1965.

Succede poi che alla cena prima del concerto venga a salutare Dino, al secolo Eugenio Zambelli, altro grande idolo degli anni sessanta, e che reincontri Ricky Shayne dopo appena 50 anni.

Dino. Ricky Shayne, uno dei Mods. Alberto Radius.

Dino. Ricky Shayne, uno dei Mods. Alberto Radius.

Succede che Alberto Radius e Tonino Cripezzi dei Camaleonti siano molto amici, ed uno possa cogliere un bel momento.

Alberto Radius e Tonino Cripezzi dei Camaleonti

Alberto Radius e Tonino Cripezzi dei Camaleonti

E magari, ti aspetti che Ricky Shayne faccia “Uno dei Mods”, ma non con una band composta da Alberto Radius e da Martin Grice dei Delirium

Ma la mitologia si conclude con Hey Joe di Jimi hendrix. sempre dalla stessa formazione di cui sopra. E qui uno pensa: beh, potrò dire che ci sono stato. Grazie. Il Beat è uno stato d’animo, e non morirà mai.

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