closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Quinto Stato

A Torino chi vuole lavorare nel cinema paga 500 euro

Un collage di primi piani di Lou Castel, protagonista di "Mechanismo" (dal sito taxidrivers.it)

Un collage di primi piani di Lou Castel, protagonista di “Mechanismo” (dal sito taxidrivers.it)

Torino. Dopo il lavoro gratis a Expo, ecco il lavoro a pagamento: il caso del cortometraggio «Mechanismo», diretto da Louis Nero, che ha vinto il bando «Short Film Fund 2014». Per la Film Commission Torino Piemonte “i confini tra produzione cinematografica e formazione sono poco definiti”. L’interpellanza del consigliere regionale Sel Piemonte Marco Grimaldi: “Eravamo abituati all’idea di stage gratuiti, adesso si propone l’idea di pagare per lavorare”.

***
Vuoi lavorare come assistente alla regia? O alla fotografia? E ancora come truccatore, scenografo? Paga 500 euro. Questo è il costo per partecipare alla lavorazione di «Mechanismo», un cortometraggio con la regia di Louis Nero, protagonista Lou Castel. Prodotto dalla Louis Nero Film, in collaborazione con Film Commission Torino Piemonte, il copione di «Mechanismo» è stato scritto da As Chianese, in collaborazione con Louis Nero, e ha vinto il bando «Short Film Fund 2014» della Film Commission Torino Piemonte. Se a Milano si lavora gratuitamente all’Expo, a Torino si paga per lavorare nel cinema. Accadrà agli aspiranti aiuto registi, ai fotografi del cinema, ai truccatori o agli scenografi per partecipare ai sei giorni di lavorazione previsti tra fine aprile e inizio maggio 2015.

Il problema è capire se l’offerta riguardi un corso di formazione oppure un lavoro nel cinema vero e proprio. L’ambivalenza, per non dire la confusione, è sottile ed è difficile distinguere l’uno dall’altro. Sul magazine online taxidrivers.it, si può leggere un annuncio, piuttosto enfatico, dove la richiesta di personale per un set a Torino, e dintorni, non viene presentata né come un lavoro, né come un workshop, se non con una breve frase finale. Si parla, invece, di un’«esperienza», un’«avventura», un «viaggio» per prendere parte alla realizzazione di un film «leggendario». Dunque non ad uno stage, ad un tirocinio o ad un percorso di formazione.

«Più di un corso – si legge ancora – un vero e proprio viaggio sul set di Mechanismo, cortometraggio ispirato al leggendario Philip K. Dick e ambientato in un’affascinante società futurista dove convivono uomini e androidi». Al termine del testo, dopo il lungo elenco delle esperienze curriculari degli artisti coinvolti nella lavorazione (il regista Louis Neri, il fotografo Davide Borsa, la truccatrice Vanessa Ferrauto e la scenografa Sara Ferraris) viene anche assicurata la possibilità di disdire via mail l’iscrizione e con un rimborso del 50% dell’importo fino a 10 giorni prima dell’inizio del seminario».

Il consigliere di Sinistra Ecologia e Libertà Marco Grimaldi ha presentato ieri un’interpellanza a risposta orale al presidente del consiglio regionale Piemonte dove chiede, tra l’altro, alla Film Commission locale la conferma dell’effettiva esistenza di questa «offerta» di lavoro (o di formazione?) e se abbia preso le «debite distanze» da un qualcosa che si allontana dal principio di «giusta retribuzione» stabilito dall’articolo 36 della Costituzione.

La risposta della Film Commission, diretta da Davide Bracco, è arrivata dopo poche ore. Con un linguaggio paludato, il comunicato conferma l’attribuzione a «Mechanismo» di un contributo nell’ambito del Short Film Fund. Successivamente la produzione ha comunicato un «progetto di formazione». La Film Commission ne ha preso atto «nel rispetto della libera attività imprenditoriale», pubblicando la notizia sul suo sito. «Si tratta – precisa – di iniziative cinematografiche sviluppate sul territorio e non direttamente da noi organizzate». E, infine, venendo al punto: «Siamo consapevoli che le interazioni tra produzione audiovisiva, professionalità e percorsi formativi rappresentano un tema complesso e dai confini poco definiti, che Film Commission tuttavia segue con attenzione».

«Bisogna stigmatizzare questi atteggiamenti – risponde Grimaldi – La Film commission non deve dare copertura, nè patrocini, a un’iniziativa che ha dietro non solo un’illusione ma è di fatto un raggiro delle persone. Attirate dall’idea di un “viaggio” o “un’esperienza”, in realtà sostituiscono i lavoratori già poco retribuiti. Eravamo abituati all’idea di stage gratuiti, adesso si propone l’idea di pagare per lavorare e per fare curriculum».

***

Cinema, “Mai chiesto di pagare per lavorare”, la versione del regista di “Mechanismo”

  • guinn

    devo dire però che c’è una certa genialità in tutto questo…. si propone un viaggio e ci si garantisce di avere gli schiavi che porteranno i caffè sul set. Gli schiavi stessi, poi, garantiscono una sorta di via italiota al crowdfunding…

  • Giovanni

    Da Torinese, devo dire che il titolo di questo articolo è inaccettabile nella sua totale “scorrettezza” e “pretestuosità”… una deriva che speravo fosse prerogativa abituale di altre testate, ma prendo atto come sia invece un vezzo anche del Manifesto! In questo momento a Torino stanno lavorando nell’ambito dell’audiovisivo alcune decine di professionisti, normalmente pagati, coinvolti in diverse produzioni che investono denaro su questo territorio in stipendi e in fornitori. Una città che nonostante un periodo particolarmente denso di eventi (a dir poco complessi), non si tira indietro e si dimostra sempre disponibile e desiderosa di accrescere ancora di più l’indotto, l’occupazione e l’industria che ruotano intorno all’audiovisivo.
    Detto questo, a mio parere anche la polemica in sé cela una buona dose di contraddizioni e altrettanta pretestuosità. Sicuramente la proposta del regista in oggetto è formulata “male” e non in modo forse così “chiaro e trasparente”, ma al di là di questo, ciò che segue sono tutte “inferenze” davvero poco plausibili a esaminarle con un minimo di coerenza e giudizio, che non siano faziosi o utili a generare polemiche prive, d’altra parte, di proposte costruttive.
    1) Innanzitutto non si dà alcun credito a chiunque decidesse in piena libertà di accettare la proposta, supponendo che in giro ci siano solo “incapaci” che necessitano di essere tutelati per la propria ingenuità.
    2) ingenui che però per qualche motivo, non meglio precisato, sarebbero perfettamente in grado di lavorare su un set (senza bisogno di essere formati) e di sostituire un “professionista” che – a detta dei professionisti stessi – ha impiegato anni a imparare la propria professione. Delle due cose solo una può essere vera: se si vuole qualcuno che lavori su un set in un certo ruolo occorre che sia un professionista capace (e allora lo si paga), viceversa se uno non è un professionista capace allora non può svolgere su un set un certo ruolo. Decidete, ma diteci quale sia vera!
    3) Gli si fa fare lo schiavo? Quindi una persona, almeno secondo qualche politico, e i molti che hanno protesto sui social network, paga per stare su un set e per qualcosa che gli viene venduto come un “momento formativo” o simile, ma poi invece gli si fa fare lo schiavo, magari gli si fanno fare i caffè, scopre di non poter neppure rivolgere domande, né gli viene spiegato nulla di nulla e questi (essendo cretino due volte) non pone ovviamente alcuna obiezione, ma anzi ringrazia supinamente per l’occasione che gli è stata offerta e per il denaro che gli è stato “estorto”… Vi pare davvero plausibile? Vi pare uno scenario credibile? Non sarà invece che il lavoro sul set verrà rallentato? Che il regista e gli altri professionisti coinvolti dovranno necessariamente rendersi disponibili? Che dovranno tutti rispondere a molte domande e quindi – almeno da un certo punto di vista – se non “formare”, contribuire comunque a far vivere un’esperienza di un certo tipo all’incauto (o forse no) “pagante” che gli consenta in qualche modo di ritenersi soddisfatto?

    Personalmente non vedo di buon occhio neppure gli “stage” gratuiti. E non voglio nemmeno aprire il discorso, ad esempio, sui master post-laurea (nell’ambito delle stesse università)… a suon di rette a dir poco “elitarie”.
    Quel che si dovrebbe dire, però, per onestà, è che il panorama formativo – a pagamento – è zeppo di proposte simili. “Fai il corso e realizza un vero documentario”… poi il documentario di chi è? La chiamano “Scrittura partecipativa”: fate il corso e contribuite a scrivere una vera web-serie che sarà realmente realizzata. E poi la web-serie e le idee venute fuori durante il corso di chi sono? E la tutela del diritto d’autore? Chi sfrutterà i diritti e l’eventuale successo della serie stessa? Trovate ovunque proposte di questo tipo eppure il Manifesto non mi pare ne abbia scritto, né mi pare, cogliendo l’occasione in oggetto, abbia avviato un’inchiesta contestualizzando il fatto specifico in un ambito più ampio, come dovrebbe fare un giornalista e come dovrebbe pretendere un giornale… ma capisco che si faccia prima a fare un po’ di “copia e incolla” o a compiacere qualcuno… E dirò di più: sui set ci sono spesso alcuni stagisti che davvero non sono in nessun modo tutelati e che davvero (sfruttando la loro passione) finiscono per fare gli schiavi, perché non possono lamentarsi, perché altrimenti vengono cacciati, perché se vogliono farcela, devono necessariamente resistere e perché raramente sul set qualcuno dedica loro del tempo (seppure per legge, lo si dovrebbe fare: anzi sono gli stagisti che devono essere veloci, furbi, svelti e soprattutto silenti, per essere apprezzati)… eppure anche uno stage dovrebbe essere un’esperienza formativa. Ecco, prima di cavalcare un’onda, di muovere accuse alle intenzioni, da lettore e cittadino chiederei semplicemente agli addetti ai lavori di fermarsi a riflettere. Sollevare questioni è ovviamente sacrosanto. Fare chiarezza in un ginepraio di proposte spesso “al limite” e conseguentemente “normare” sempre nella direzione della più totale “trasparenza” è certamente doveroso… ma la verità, in questo caso, mi pare più complessa di come la si vuole far apparire qui e coloro che invece pretendono di averne “in tasca” una univoca o sono in malafede o appunto non hanno riflettuto abbastanza. D’altra parte una polemica che si prevede possa avere un buon impatto mediatico a qualcuno evidentemente serve sempre… da sinistra a destra! se poi nel mentre si sparge gratuitamente un po’ di fango qua e là, cosa importa? E’ uno sport nazionale d’altra parte…
    Infine, a tutti quelli che in questi giorni si sono prodigati ad aizzare la polemica, a difesa di presunti “incapaci di intendere e di volere”, vittime di un’intenzione (tra l’altro lungi dal realizzarsi), a chi riveste cariche istituzionali e che ha pensato bene di cavalcarla, ai lavoratori e ai professionisti torinesi dell’audiovisivo, a tutto il mondo della serissima industria audiovisiva piemontese, il titolo del Manifesto vi fa davvero piacere? Vi fa gongolare il fatto che la polemica sia arrivata agli onori della cronaca in questo modo? O questo titolo vi fa piuttosto incazzare? Mi permetto qualche suggerimento intellettualmente onesto: “Un regista torinese chiede 500 euro per lavorare sul suo set” oppure “Proposta indecente di un regista torinese: vuoi lavorare con me? Paga!” o magari “Regista torinese propone Workshop a pagamento sul set. Non sarà lavoro mascherato?” o ancora “Regista vende Workshop sul set a 500 euro” e ancora “Viaggio su un set cinematografico: 500 euro!” ah già, così però dov’è la polemica?

  • guinn

    mi permetto di replicare pur non avendo nulla a che fare con la testata ed il giornalista che ha redatto questo articolo.

    1) condivido che il titolo non sia il massimo delle scelte poiché tende a generalizzare troppo.
    2) ognuno è libero di decidere cosa fare o non fare del proprio tempo e della propria professionalità così come del proprio denaro. Forse, però, lei non ha letto l’annuncio da cui parte questo articolo. Se volesse farlo, e non le sarebbe difficile reperirlo, capirebbe che la proposta, per come viene enunciata, è assolutamente fuorviante. Ovviamente non ci si rivolge ai professionisti ma ad “aspiranti” che come tali vengono indotti a credere che ciò che è “più di un semplice” corso davvero possa essere offerto. Un aspirante assistente non conosce la realtà di un set e non immagina ciò che in realtà accadrà una volta versati i 500 euro richiesti. Una persona completamente a digiuno dal punto di vista tecnico, su un set non troverà nessuno che fermi il lavoro per spiegare cosa si debba fare. E così lo “schiavo” come viene definito in gergo, potrà soltanto guardare cercando di capire e riuscendoci poco per la verità e rispondere alle richieste di chi lavora sul serio. Quindi i caffè, portare i cestini, accompagnare a casa qualcuno, questo genere di cose, insomma. Nessun momento formativo può esistere su un set. Perché il tempo è denaro e il denaro scarseggia sempre. E anche in caso contrario è giusto che sia così, che ogni specialista sia concentrato esclusivamente sul suo lavoro. Questo caso è diverso da quello dei corsi alla conclusione dei quali si mette in pratica quanto si è studiato producendo un corto o un documentario. Non che non si rischi di incappare in truffe anche in quei casi, ma qui si sta promettendo qualcosa che chiunque abbia fatto parte di un set, anche solo una volta, sa che è assolutamente realizzabile. Al resto non serve risponderle perché purtroppo, se si parla di tutele, il mondo del cinema e quello della televisione nostrani hanno fatto scempio non solo delle tutele ma della professionalità in genere. Concludo facendo riferimento a quanto lei dice a proposito di “processi alle intenzioni”. Non è questo il caso. Qui le intenzioni sono palesi e la rimando al mio primo commento per comprenderle. Io ho avuto uno scambio di idee direttamente col regista che ha ideato questa cosa ieri su facebook e lui, dopo qualche risposta generica, ha ritenuto di rimuovere la pagina. Ergo…

  • Giovanni

    Gentile Guinn, la ringrazio per la sua pacata replica. Non conosco personalmente il regista in oggetto e non spendo una parola sulla sua eventuale buona fede o meno… io però ne facevo un discorso di principio, proponevo un ragionamento logico al quale per la verità, non mi pare lei risponda. Innanzitutto non si può a rigore sapere cosa succederebbe o sarebbe successo sul set specifico e come si sarebbero comportati i professionisti nei confronti di questi incauti “paganti”… si possono solo fare delle inferenze e questo si chiama appunto “processo alle intenzioni”. Quello che inoltre io sottolineavo è che a me pare impossibile che una persona che abbia pagato una cifra tra l’altro cospicua non abbia poi alcuna pretesa, ma si riduca a svolgere le mansioni che lei descrive, senza nulla obiettare. Almeno a me parrebbe totalmente illogico… detto questo: personalmente non penso che l’operazione sia stata promossa con chiarezza e trasparenza e non credo, anche per questo motivo, che riscuoterà successo o adesioni (seppure sia sempre possibile)… preferirei in realtà venisse ritirata e basta. Credo inoltre che anche chi debba ancora imparare un mestiere, quando lo fa sul campo e non sui banchi di scuola, debba ricevere al minimo un rimborso spese, ma idealmente anche qualcosina di più, perché comunque sta dedicando il proprio tempo (che ha un valore) per agevolare il lavoro di qualcun altro. Ma occorrono delle regole, dei paletti, occorre chiarire un “panorama” di offerte spesso al limite (i miei sono esempi precisi altrettanto dubbiosi glielo assicuro, anche se non ho citato nomi e cognomi) e quindi normare questo ginepraio. Solo allora di fronte a situazioni di questo tipo non ci si troverà a imbastire un “processo alle intenzioni”… ora nel caso specifico gli altri professionisti pare si smarchino dalla proposta del regista, non essendone – dicono – stati messi a conoscenza e anche questo a me pare assurdo, perché è evidente che ci sarebbe voluta tutta la loro collaborazione sul set. Evidentemente questo “smarcamento” getta ulteriori ombre sull’iniziativa specifica. però non modifica il fatto di principio, né il mio ragionamento generale. Grazie e cordiali saluti.

  • http://www.altrofilm.it L’Altrofilm Produzioni

    Preghiamo chi volesse approfondire, di leggere la risposta a questo articolo, per noi, non corretto.
    Grazie a Taxidrivers che ci ha dato la possibilità di replicare.
    http://www.taxidrivers.it/62808/eventi/extra/rettifica-dellaltro-film-al-manifesto.html
    Il regista Louis Nero e la casa di produzione L’Altrofilm (www.altrofilm.it)

  • guinn

    condivido quasi tutto del suo ragionamento ma mi permetto di chiarire perché il mio non è un processo alle intenzioni. Lavoro sui set da parecchi anni ormai e so per certo che nessuno dei professionisti coinvolti in una produzione ha il tempo di insegnare qualcosa a qualcun altro. Nella rettifica, tra l’altro, pubblicata dalla produzione successivamente a questo articolo, si cerca di correggere il tiro dicendo che gli aspiranti assistenti selezionati parteciperanno ad”Un corso ben focalizzato, destinato a sole 4 persone, nel quale i partecipanti assistono alle riprese del cortometraggio con un focus verso gli argomenti che desiderano approfondire”. Questa frase, da sola, spiega l’inutilità di un corso di questo tipo. Se lo “stage” sul set fosse stato preceduto da un corso teorico sulle varie discipline, forse, avrebbe avuto senso proporlo e comunque non certo a fronte di un pagamento di 500 euro da parte degli allievi. La proposta così come è formulata cerca di catturare l’attenzione di persone che nulla hanno a che fare con il mondo del cinema e che possono essere facilmente attratte da quella che apparentemente può risultare come un’opportunità. Solo dopo, una volta spesi i denari richiesti e trascorso i sei giorni sul set, si renderanno conto di non aver capito nulla di quanto accaduto durante la lavorazione, di non aver ricevuto neanche una infarinatura tecnica riguardo al lavoro. Di essere, in ultima analisi, serviti solo per dare una mano a fare il lavoro “sporco”.