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A Roma il 25 aprile riparte

[Questo è un contributo scritto da @vanja riguardo il 25 aprile che a Roma si sta provando a far ripartire in maniera collettiva]

Sono anni che Roma fatica a organizzare un 25 aprile di unità degli antifascisti. Le ultime volte che collettivi, spazi sociali, associazioni e singoli cittadini erano riusciti a ritrovarsi insieme per costruire una mobilitazione alternativa a quella, davvero ormai troppo ingessata e ammuffita, di Anpi e istituzioni varie, si era riusciti a dare corpo a gran bei cortei, con migliaia di persona che attraversavano il centro per portarsi poi a piazza Vittorio. La conclusione in quella piazza poi era molto significativa.

Lasciamo perdere la declinazione dell’Esquilino come cuore multiculturale della città. La gentrificazione ha spostato sempre più all’esterno anche i migranti e, senza dover scomodare “la Molembeek all’amatriciana”, la quotidianità di Torpignattara o Centocelle è segnata in maniera più nitida dalla presenza di cittadini stranieri. A rendere piazza Vittorio profondamente significativa purtroppo c’è ben altro, l’obbrobrio ormai legalizzato di Casapound e tutta la monnezza che ne esce in termini di manifesti, adesivi, scritte e altra propaganda neofascista.

In anni di alta tensione, tra squadrismo diffuso e violento e antifascismo quotidiano, militante e culturale, partire in migliaia di Piramide per arrivare sotto a Casapound, aveva il senso dell’escrache, della denuncia rumorosa di quella anomalia avallata e sostenuta dalle amministrazioni di Veltroni e Alemanno.

Più il 25 aprile si è depotenziato come momento di mobilitazione unitaria degli antifascisti, e più sono emersi i nodi critici, le fratture e le tensioni che attraversano l’uso pubblico della memoria della Liberazione. L’Anpi ormai da qualche anno ha nuovamente abbandonato la linea di apertura verso le nuove generazioni, adagiandosi in una gestione tutta politica che l’ha ricondotta all’ovile condotto dal Partito democratico, che naturalmente non avrà mai l’interesse a renderla strumento di legittimazione per la quotidiana resistenza alla xenofobia o ai neonazisti, visto che lo stesso Pd non fa molto per fermare la spirale della cattiveria e della segregazione dei migranti. Poi c’è il tema della partecipazione della Comunità ebraica. Un nodo problematico, perché la festa della Liberazione parla anche della fine delle persecuzioni razziali, ma negli anni le tensioni tra comunità ebraica e attivisti antisionisti ha raggiunto livelli altissimi, con reciproca delegittimazione alla partecipazione. La Comunità ebraica romana è molto schierata a destra, la sua rappresentanza ufficiale vede da anni vincere una lista di personaggi paradossalmente invischiati con l’estrema destra neofascista. La loro presenza è ovviamente da vedere con il fumo negli occhi, tuttavia ora come ora siamo giunti al paradosso che nemmeno l’Associazione ex deportati aderisce più alle celebrazioni di Porta San Paolo.

Un vuoto politico che rischia di diventare vuoto di memoria rispetto alla data del 25 aprile. Da un certo punto di vista è sempre salutare quando una data, a forte rischio di imbalsamazione come il 25 aprile, diventa terreno di scontro. Lo diceva anche Jacques Le Goff, che la lotta per l’egemonia della memoria produce conflitto di classe. Se intorno a quella data c’è scontro per accreditarsene il monopolio, significa ha ancora un senso celebrarla, muoversi per avere una partecipazione che rispecchi contenuti e lotte dell’oggi. E’ importante continuare a scontrarsi, soprattutto per sottrarla a chi la vorrebbe mummificata con celebrazioni anacronistiche, magari con contorno di forze armate (le stesse che in Italia, nemmeno troppo in segreto, continuano a essere un bel ricettacolo di fascisteria, nazionalismo e nostalgie da nausea).

Ma proprio per questo è sempre necessaria la riattualizzazione dell’antifascismo. Il 2016 è il decimo anno dall’omicidio di Renato Biagetti, un ragazzo davvero come tanti a Roma, ucciso all’uscita di una dancehall reggae in riva al mare. Ad assassinarlo due pischelli di periferia, ma non della periferia degradata, ma di quella triste, abusiva e mezza borghesotta dell’hinterland romano. Fascisti senza tessera, ma per evidente simpatia.

I suoi compagni stanno portando avanti una campagna lunga un anno per ricordarlo insieme alla mamma Stefania e al comitato di madri da lei fondato. Tra le varie tappe della campagna c’è anche questo 25 aprile, per il quale, finalmente, è stata nuovamente lanciata una piazza cittadina unitaria, che partirà dal Colosseo e arriverà a Piramide. Da là, come ogni anno, le tante anime della città antifascista poi proseguiranno per le tante feste di quartiere: Casalbertone, Pigneto, Cinecittà e quest’anno anche il centro di cultura della comuntà curda, Ararat. Uno spazio storico sotto sgombero che però ci parla tanto delle nuove resistenze al fascismo: all’oscurantismo di Daesh, a cui i curdi e gli altri popoli del Medio Oriente si oppongono armi in pugno; al regime razzista e militarista di Erdogan, che tiene sotto scacco mezzo continente grazie alla sua ambiguità nei confronti del Califfato e facendosi ben pagare per fare il cane da guardia della Fortezza Europa; alla retorica xenofoba dei fascisti di casa nostra che prendono voti starnazzando contro l’Islam e chiudendo le frontiere, ma finiscono per rappresentare la copia simmetrica di Daesh a casa nostra.

Riattualizzare il 25 aprile forse significa tutto questo ed è sempre un buon motivo per ritrovarsi in piazza in un bel giorno d’aprile.