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A proposito della crisi del manifesto

Questa è una mia personale risposta agli editoriali con cui a ottobre la direzione del manifesto (Norma Rangeri e Angelo Mastrandrea) ha rassegnato le dimissioni.

Li trovi qui e qui.

Leggendo le lettere che arrivano in redazione e ascoltando le parole delle persone più o meno vicine al giornale, mai come in questo momento è chiaro a tutte e tutti che il manifesto è davvero un bene comune.  Comune, innanzitutto, dovrebbe essere alle persone che lo comprano e in modo mai pacificato ne seguono le sorti, le varie crisi e i cambiamenti. Comune dovrebbe essere però, anche, a coloro che lo fanno e ogni giorno ne desiderano l’utopia.

Detta molto sobriamente, “questa è una storia d’amore”, scriveva Carla Casalini riassumendo in una frase i primi 35 anni di vita del giornale. Ma il vero amore è nel riconoscere i propri limiti. E di questo purtroppo la direzione uscente ha dato scarsa prova di sé. Sia nella pubblicazione degli ultimi editoriali che nell’organizzazione del giornale. Lo dimostra il fatto che siamo davvero a un passo dalla fine di questa straordinaria esperienza, una forma originale del giornalismo e della politica (non necessariamente in quest’ordine) lunga quarant’anni.

Fare un giornale “senza padroni né padrini” significa per prima cosa ammettere che attribuire le colpe a tutti tranne che a se stessi sarebbe infantile. Ma prima che cali il buio a ciascuno il suo. Di certo non rinunciamo a una forma tutta politica di giornalismo secondo la quale in un collettivo la direzione eletta è – dovrebbe essere – la sintesi finale di un lavoro plurale. Una rotta più che un comando, una stella polare più che una costellazione. Senza marinai, senza mappe, con uno scafo sempre più sottile e senza coordinate di riferimento non c’è capitano che porti in porto la sua nave. Lasciar balenare improbabili ammutinamenti non serve ad evitare gli scogli che tutte e tutti abbiamo di fronte.

Dispiace che i direttori uscenti non partano innanzitutto da qui. Da cosa non ha funzionato in questo lavoro comune.

Più che un “calabrone” che vola contro le leggi della fisica, questo giornale e il suo collettivo sembrano il canarino nell’antica gabbia dei minatori. Il primo segnale, il più chiaro e il più innocente, dell’aria malsana che tutti – anche a sinistra – respiriamo nel tunnel.

Tra le tante critiche che abbiamo ricevuto, una è la più sbagliata: che il manifesto non abbia scelto. Vendola o Ferrero? o Bersani? Primarie o Partiti? Berlusconi è “morto” o contro Berlusconi fino alla morte? Più mondo meno Italia? Più piazza meno Palazzo? La verità è che non potevamo scegliere se non giorno per giorno, nella sfida quotidiana contro il tempo rappresentata da un giornale.

Il vero non sta tanto nelle risposte quanto nelle domande. Che affiorano – tutte – dai commenti dei lettori sul sito e sul giornale. Se c’è un valore incontrastato del manifesto è che è uno specchio fedele della sinistra. Della sua bellezza e delle sue impasse. Della sua piccineria come della sua generosità.

Questa crisi del manifesto o è costituente o sarà definitiva. C’è bisogno di aria nuova, pulita. Se questo giornale è un bene comune, comune deve essere anche il verdetto. Dentro e fuori il giornale. E’ soprattutto su questo che è mancata la direzione uscente. E’ soprattutto su questo che dovrà dare risposte quella che verrà.

  • Harken

    “Questa crisi del manifesto o è costituente o sarà definitiva. C’è bisogno di aria nuova, pulita. Se questo giornale è un bene comune, comune deve essere anche il verdetto. Dentro e fuori il giornale. E’ soprattutto su questo che è mancata la direzione uscente. E’ soprattutto su questo che dovrà dare risposte quella che verrà”

    Esatto, caro Matteo.

    Tuttavia, da esterno quale sono, io non mi illuderei più di tanto di poter assistere a chissà quali rinnovamenti “di sostanza”, qualora la nuova direzione dovesse venire di nuovo “pescata” fra le solite carte.

    Perché la verità è che il manifesto andrebbe “rivoltato come un calzino”, rifatto da cima a fondo. Andrebbe soprattutto aperto all’aria fresca che viene – o può venire – dalla società, e liberato una volta per tutte da quell’aria stantìa e viziata dai dogm(atism)i (oltre che dalle Gauloises “de rigueur”) che ho la forte impressione ci si respiri adesso. Un’aria stantìa e viziata che – se così posso dire – “tiene in ostaggio” il giornale da almeno un decennio, impedendogli di maturare.

    Sicché, fino a quando non avrete il coraggio di – come dire? – “mettere in minoranza” quell’aria stantìa costringendola a farsi da parte, con tutto ciò che inevitabilmente ne conseguirebbe, ho l’impressione che continuerete così, a “bruciacchiare” come una candelina in una stanza buia ed ermeticamente chiusa: che dà poca luce e piano piano si spegne.

    E, detto fra noi, non so se un esito del genere non sarebbe anche un bene. Lo dico con l’enorme sofferenza del lettore quasi ventennale, che su questo giornale – come ho già scritto – si è formato e ha appreso una coscienza politica: ma a volte mi viene davvero da pensare che, al di là di certe facili – e un po’ comode – retoriche sul “manifesto come bene comune”, forse la fine del manifesto come l’abbiamo conosciuto finora potrebbe risultare anche chiarificatrice: diciamo, un salutare scossone a tutta la sinistra italiana. Intanto perché costringerebbe la suddetta “aria stantìa” a farsi da parte, volente o nolente; e poi perché obbligherebbe a uscire dall’ombra, e a prendersi le proprie responsabilità, chi davvero sia convinto della necessità di un giornale DI SINISTRA ANALITICO, che non si accontenti semplicemente di raccontare i fatti ma ambisca ancora a spiegarne cause nessi e (probabili) conseguenze: e tuttavia sia abbastanza elastico da essere capace di cercare strade, categorie e strumenti nuovi per farlo, senza voler continuare per forza e dogmaticamente ad usare strumenti e concetti ormai spuntati e logorati, solo perché così comanda l’ortodossia di riferimento…

    Un giornale di sinistra analitico e coraggioso: e UNA SINISTRA ALTRETTANTO ANALITICA E CORAGGIOSA. Due cose che – mi spiace doverlo dire – oggi non abbiamo (con buona pace vostra, e degli indignati del 15 ottobre)… 😉

    Harken

  • http://www.matteobartocci.it Matteo Bartocci

    Caro Harken,

    sono talmente d’accordo che quasi quasi ti proporrei come direttore…

    Io spero ancora che quello che tu auspichi sia possibile farlo senza chiudere i battenti.
    L’unica avvertenza, è che vorrei che i lettori sapessero davvero quanta fatica, quante rinunce economiche (perché non dirselo), quanta intelligenza e quanto amore sono necessari – anche oggi – per fare il manifesto.

    Una volta una mia amica ha detto che il manifesto è come il pane. Vale quello che vale ma è essenziale e non va sprecato.
    Proviamoci.

    Matteo

  • Harken

    Caro Matteo,

    ti ringrazio della stima – che ricambio :)

    “L’unica avvertenza, è che vorrei che i lettori sapessero davvero quanta fatica, quante rinunce economiche (perché non dirselo), quanta intelligenza e quanto amore sono necessari – anche oggi – per fare il manifesto.”

    Ci credo, ci credo: ed è infatti per questo che continuo, instancabilmente, a comprarlo / leggerlo / sostenerlo. Perché è un vizio che è difficile perdere ;-D

    Ma proprio per questo vorrei che fosse – o meglio: tornasse ad essere – anche una spada, un martello, un’ascia, con cui riuscire meglio di quanto non si riesca ora a farsi largo nella giungla di ca…te che sembrano soffocarci da tutte le parti.

    “Una volta una mia amica ha detto che il manifesto è come il pane. Vale quello che vale ma è essenziale e non va sprecato.”

    Bell’immagine, di cui mi approprio senza ritegno. È un punto di vista che ovviamente condivido: l'”auspicio” formulato nel commento precedente era, ovviamente, paradossale.

    Comunque: magari in modo furiosamente polemico… ma io ci sarò sempre ;·)