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Ceci n'est pas un blog

A pochi metri da casa

Il confine turco-siriano a est e a ovest di Kobane lo riconosci non solo dai presidi militari o dalle reti che lo delimitano: un enorme fila di auto, furgoni, camion, che gli abitanti di Kobane in fuga sono stati costretti ad abbandonare dall’esercito turco, lo hanno trasformano in un luogo inquietante, quasi spettrale, somigliante a uno di quegli sfasciacarrozze presenti nelle grandi città.

Con carri armati, blindati e checkpoint la presenza militare del governo Erdogan è pressoché capillare, tutto intorno una campagna spoglia, dal terreno marrone e sassoso, dove ogni tanto appare un trattore impegnato ad arare.

In alcuni punti di questo confine ci sono dei piccoli villaggi molto poveri ma di quella dignitosa povertà sconosciuta alle periferie occidentali. In uno di questi ci vivono uomini e donne costretti alla fuga a causa dell’Isis. A ridosso delle case è facile incontrare qualche blindato dell’esercito e soldati di guardia a pochi metri dalle case.

Bambini che giocano a 10 metri dalle reti del confine e a meno di un km davanti a noi sorge un villaggio altrettanto minuscolo: “Vedete quella casa laggiù?” Indicando la meno lontana, proprio davanti a noi: “Quella è casa mia, sono stato costretto a scappare dopo aver provato a difendere il villaggio e ora è occupata dagli uomini dell’Isis. Se fossi rimasto avrebbero ucciso me e tutta la mia famiglia. Ogni tanto da lì ci sparano ma senza rischiare di colpire un militare turco”.

In effetti alle spalle c’è un buco abbastanza grande, di un qualche tipo di fucile o mitragliatore. Avrà forse 30 anni e in poche parole, meglio di qualsiasi analista politico ti spiega cosa accade e cosa e accaduto finora: “La Turchia è complice dell’Isis. Gli fanno attraversare il confine per farli venire a combattere. Perché non ci hanno dato le armi per difenderci? Se avessimo avuto armi pesanti non avremmo lasciato la nostra terra. I carri armati dell’Isis passavano qui a pochi metri dal confine e la Turchia non diceva niente. Se gli avessero impedito di prendere questi villaggi non sarebbero mai entrati a Kobane. Perché gli americani non bombardano Isis? Glielo do io il permesso di bombardare casa mia. Tanto è occupata da quegli assassini. La distruggessero pure. Preferisco vivere in una tenda dov’era casa mia che in una tenda di un campo profughi da questa parte del confine”.

Non puoi che rimanere in silenzio e annuire solidale. I Kurdi stanno combattendo da soli questa guerra contro l’Isis ad armi impari.

Nel frattempo i vecchi del villaggio indicano delle colonne di fumo che si alzano dalla periferia opposta alla nostra, verso ovest.

È domenica ma la battaglia oggi è più cruenta del solito, almeno parrebbe ascoltando i rumori dei mortai o le grosse deflagrazioni. Gli abitanti di questo villaggio assistono cercando di capire cosa accade.

Tutto intorno lungo la linea di confine, soprattutto nei tratti rialzati, si raggruppano persone con cannocchiali alla mano, che cercano di capire cosa accade al di là dal confine. La battaglia per Kobane è al 68esimo giorno ed è la battaglia di tutti i Kurdi. La partecipazione emotiva è forte quanto discreta. Nessuna enfasi, solo voglia di riscatto e liberazione.

Chiunque parlando afferma con sicurezza che tornerà “a vivere a Kobane”.

  • Luigi Farrauto

    “Tornerà a vivere a Kobane”. Vado a letto con queste parole, per oggi mi bastano, grazie zerop.