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Napoli centrale

A.A.A. Vendesi mille pezzi di Campania

Non è molto chiaro cosa potrebbe succedere se un privato acquistasse una piazza salernitana o un panorama, qualche idea viene subito in mente invece se si svendono antiche chiese, campi da basket, o terreni dove (per il momento) c’è il divieto di costruire. La caccia all’affare in tutta la regione Campania è già partita perché i grandi costruttori, gli immobiliaristi sono pronti da tempo a questa svendita di beni demaniali decisa dal governo per fare cassa. Sono, infatti, almeno due anni che alle sovrintendenze del paese è stata chiesta una ricognizione del patrimonio culturale italiano e che si parla di “alleggerimento” o di passaggio delle proprietà agli enti locali. Chi non ricorda il Giulio Tremonti imitato da Corrado Guzzanti che aveva in mente di vendere la Sardegna per ripianare i debiti e diceva a Serena Dandini: “Non lo direi se non avessi già un compratore”. E bene se non siamo arrivati a quei livelli, seppur l’idea sia partita proprio dall’ex ministro dell’economia, ma poco ci manca. Pezzi di Positano, Capri, Salerno, di paesini sperduti o mete ambite del turismo, sono oltre mille (sui 12mila nazionali) i beni messi sul mercato in regione. Basta andare sul sito dell’Agenzia del demanio ed eccoli lì, elencati ad uno ad uno compresi di indirizzo e relativo cartellino. Si va da prezzi simbolici per affidarli ai comuni o milioni di euro per il mercato.

C’è un po’ di tutto. L’ex acquedotto di Agerola, una ricevitoria del lotto a Boscoreale, un ex ospedale a Castellammare, decine di cabine elettriche, arenili, box auto, immobili popolari e perfino un ex campo nomadi. Ma ci sono anche belle sorprese come il fortino San Michele nella proprietà del principe Caracciolo o la scarpata a valle di Largo Polifemo entrambi a Capri, per non parlare della Napoli sotterranea, la piazza della Concordia a Salerno. E ancora l’istituto d’arte Palizzi (20 milioni di euro), la chiesa di Santa Maria di Betlemme del 1653 (455mila).

Dalle sovrintendenze erano più o meno preparati e sapevano che il bubbone prima o poi sarebbe scoppiato, meno i cittadini, l’opinione pubblica che forse faticherà a comprendere come si possa mettere sullo stesso piano l’ex deposito di carburante dell’aeronautica a Casoria con l’ex casa del fascio ad Acerra (603mila euro). Per legge infatti qualsiasi proprietà che abbia più di 50 anni è considerata un bene culturale, chiaro che nel calderone finisca di tutto, come le decine di cabine elettriche sparse per la Campania che comprensibilmente non essendo state realizzate nel diciottesimo secolo è poco probabile che abbiano valore storico. Per questo alle sovrintendenze era stato chiesto un censimento, una ricognizione nei gioielli di famiglia per capire cosa poteva essere “dismesso” e cosa preservato. Il problema è che lo screening non è stato portato a compimento, e dove è stato fatto è poco esaustivo. Si è vissuto alla giornata e certificato solo le proprietà che dovevano essere svendute perché magari vi erano contenziosi, oppure gli immobili popolari ceduti per evitare ulteriori perdite. Eppure il codice obbligava già dal 2005 a una verifica dell’interesse, ma con l’organico ridotto ormai all’osso di più non si poteva. Ecco anche perché questa prima svendita potrebbe essere un po’ confusionale e fruttare buoni affari agli speculatori di turno. Gli addetti ai lavori però avvertono di non buttare benzina sul fuoco, se infatti lo stato possiede un patrimonio immenso di caserme dove da anni non c’è nemmeno un sorvegliante e la cosa migliore sarebbe venderle per destinarle ad un diverso uso si svende per esempio la cappella della marina a Meta di Sorrento per poco più di 16mila euro oppure la cisterna militare Callito a Forio d’Ischia per 6.900. Ma non c’è da stare tranquilli se per esempio proprio a Napoli almeno due splendide chiese nei decumani di proprietà comunale, con le precedenti amministrazioni, sono state vendute ai privati, mentre lascia un po’ di melanconia il fabbricato nel verde dello Scudillo, sulla collina dei Colli Aminei, lasciato in eredità da tale signora Marianna Albane perché non aveva parenti prossimi. Per lo stato vale 27mila euro.