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Poltergeist

Le sigle televisive – una carrellata

Così come aveva già fatto il cinema, anche la televisione ha ora dichiarato guerra ai titoli di testa: scorrono spesso sotto le immagini, sono differiti al settimo, ottavo, decimo minuto di composizione dell’opera, non sono che parole contro lo sfondo di una storia in pieno sviluppo. Forse si crede che facciano perdere tempo, che possano apparire ripetitivi, addirittura ridonanti quando le star televisive sono molto conosciute e quindi rischiano di annoiare. Per questo i telefilm non hanno virtualmente più sigle e privano ogni episodio di questa introduzione fondamentale, di questo leit motiv che dà il tono e introduce il significato profondo di una serie.

Non tutte hanno adottato questa strategia, naturalmente, e sono quelle con più attenzione artistica o quelle che riversano nella sigla una certa dose di virtuosismo a farle sopravvivere. In quest’ultima categoria rientra la sigla di Game of Thrones, composta da Ramin Djawadi, che è una fantasiosa e favolistica introduzione elaborata al computer come un videogioco – e questo la dice lunga su cosa sia questa serie: una elaborata e intelligente favola-videogioco. È una sigla che mostra una discendenza da quella bellissima di Boomtown, la serie dell’inizio degli anni Zero di breve durata ma che ha comunque lasciato un segno, e non solo a causa della sua bellissima e immaginifica sigla. La sigla di Game of Thrones si sviluppa come una sorta di ipertrofia grafica dell’altra sigla e ne estremizza l’aspetto tecnico fino a farne più un prodotto di virtuosismo che d’arte. Un’altra sigla virtuosistica è quella dei Borgia, una carrellata su mani, bocche, lingue e in generale su corpi, tratti da dipinti rinascimentali particolarmente inquietanti e carnali, dal macabro La Morte e la Fanciulla di Hans Baldung Grien

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al lascivo Venere, Cupido, la Follia e il Tempo di Bronzino segnalando fin dall’inizio che il corpo e la carnalità, in tutte le sue declinazioni, anche in quelle astratte della venalità e della cupidigia per il potere, sono il soggetto della serie. La melodia composta dal pluripremiato Trevor Morris per questi titoli di testa è una riscrittura indiavolata di un qualche generico tema musicale rinascimentale, tutto all’insegna di un violento pizzicato che nel mettere l’accento sul pesante premere delle dita sulle corde non fa che ribadire la corporeità della serie.

Fra tutte le serie degli ultimi anni però, si dovrebbe forse dare la palma d’oro ai titoli di Dexter la cui musica, composta da Rolfe Kent, un artista con al suo attivo collaborazioni in film come The Fight Club, è una metafora, e non una descrizione, del tema della serie. La musica è stranamente in controcanto con la violenza e l’attitudine al macabro della serie ed è invece una deliziosa ballata per una chitarrina che sembra un organo. Un raffinato montaggio sul ritmo musicale assimila gocce di ketchup a gocce di sangue, lame su fette di carne e rasoi sulla pelle, lacci di scarpe che s’infilano e si sfilano al bondage e una maglietta che delinea i contorni di un viso al senso di soffocamento o a un sudario, in una serie di simboli che raccontano sia gli elementi fattuali, pratici della serie (la storia di un uomo che uccide con discernimento una grande quantità di altri uomini) che l’elemento profondo della prigione in cui è rinchiusa l’anima del protagonista: quella di un serial killer nella vita di un normale padre di famiglia. Il tema musicale risente dell’influenza diretta dell’apertura della serie che aveva lanciato Michael C. Hall, il protagonista di Dexter, l’ottima sigla di Danny Yount per Six Feet Under, e di quella traslata, concettuale di un tema di Mike Post, la sigla di Hill Street Blues, la serie degli anni Ottanta che per la prima volta affrontava con realismo la vita dei poliziotti. La sigla di questo Ur-procedural, un tema tanto famoso che gli Who ne fecero addirittura una intera canzone, è un motivo per violini e pianoforte particolarmente dolce e sognante, con una punta di malinconia. Anche questa è un controcanto, e vuole essere un’elegia, una strana elegia della vita caotica e segnata dalla violenza degli agenti di una stazione di polizia.

Mike Post è stato il signore indiscusso delle serie televisive tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, componendo le sigle della Signora in giallo, di L.A. Law, di NYPD Blue e soprattutto di Law and Order – il tema musicale più riconoscibile dal pubblico americano – e Danny Elfman lo è stato dai tardi anni Novanta fino a oggi (componendo sigle memorabili come quella dei Simpsons e di Desperate Housewives) con la notevole eccezione di Michael Giacchino che si merita sicuramente un posto da comprimario anche solo per l’innovazione e la grandezza portata sul piccolo schermo con la musica per Lost. Lost è stata una delle serie senza sigla che però ha avuto una colonna sonora veramente notevole ed è per questo che ha trovato posto in questa breve disamina della musica per la televisione.

Da un’analisi comparata di due tra le migliori sigle mai realizzate emerge la profonda natura di cosa sia una sigla.

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The Practice, serie della fine degli anni Novanta poco conosciuta in Italia ma tra le più premiate della storia degli Emmy Awards, è un telefilm scritto e prodotto da David Kelley e ha una sigla composta da Jon Hassell e Pete Scaturro. La musica è pesantemente ritmata da un sottofondo elettronico ansiogeno e accompagnata da una triste melodia minimalista che ripete poche note suonate da violini elettronici. Il tutto è continuamente attraversato da sibili elettronici e suoni reali: un colpo di pistola, il battere del martelletto del giudice, le sirene della polizia, il chiudersi violento delle sbarre di una prigione. Quello che rende la sigla memorabile tuttavia, è l’insieme della musica e delle immagini. La sigla è una continua sovrapposizione di diversi piani d’immagine: i luoghi in cui si svolgono gli eventi (l’ufficio, il palazzo di giustizia, la prigione), gli oggetti (la pistola, le sbarre, le ambulanze), e i protagonisti. Questi diversi piani sono sovrapposti come se fossero stati stampati su carta assorbente e smacchiassero gli uni sugli altri, come se le immagini colassero, s’impregnassero e soprattutto s’imponessero le une sulle altre. La visione dunque non è mai diretta o, come dire, “pulita”: c’è sempre qualcosa che si sovraimpone, c’è sempre un piano che sgomita e tenta di coesistere con il piano che gli sta direttamente sotto e quello che gli è subito sopra. La sigla rappresenta molto bene il tema generale della serie che racconta la giustizia come un sistema opaco e ambivalente, gli avvocati e i pubblici ministeri come persone dilaniate da conflitti interiori e da interessi, gli accusati come innocenti e colpevoli allo stesso tempo. Un ritratto spietato e affascinante stinto in un blu profondo che attraversa tutte le immagini della bella fotografia di Dennis Smith.

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Si possono dire cose molto simili sulla sigla di NYPD Blue, la fortunata serie di Steven Bochco degli anni Novanta. Sicuramente uno dei capolavori di Mike Post, la musica si apre con il martellare di tamburi fatti di secchioni di metallo ed è un ritmo incalzante che attraversa tutta la sigla, anche quando a un certo punto si inserisce un intermezzo elegiaco suonato da un clarinetto elettronico. Le immagini sono tutte nascoste da ostacoli: è sempre molto difficile vedere chiaramente perché c’è costantemente qualcosa che si frappone tra chi osserva e l’oggetto osservato – l’ostacolo può essere un taxi di passaggio, una recinzione, il nastro giallo della polizia o le cancellate della metropolitana. La sigla stessa si apre con l’avvicinarsi di una metropolitana sopraelevata che punta verso lo spettatore per poi snodarsi in lunghezza, e si chiude con il dragone della festa di Chinatown che si snoda per le strade, appena prima della soggettiva da un treno della metropolitana (forse lo stesso treno dell’inizio?) che entra nel nero di un tunnel da cui affiora il distintivo dei poliziotti di New York. Forse non c’è sigla che spieghi meglio un’intera serie: NYPD Blue vuole rappresentare la difficoltà di raccontare in modo chiaro e univoco il complesso rapporto tra un poliziotto come persona e la vita da poliziotto che vive. I fatti non appaiono mai chiari, non sono scientificamente limpidi come in CSI, non c’è mai un rapporto trasparente tra il crimine e il movente, tra l’indagato e la sua colpevolezza. Il protagonista stesso – l’alcolizzato, umorale, razzista detective Andy Sipowicz – è tormentato dalle incertezze del suo lavoro al punto di essere diventato rigido e cinico e la serie non cerca di scusarlo o di farlo apparire umano, sebbene non sia corrotto nel senso etico del termine, ma sul piano privato, morale.

La sigla di NYPD Blue è superiore anche a quella di una delle migliori serie mai prodotte, The Wire, poiché quest’ultima è semplicemente esplicativa del tema presentato ogni anno: il primo anno la sigla rappresenta le intercettazioni telefoniche, il secondo la corruzione nel porto di Baltimora, e così via. La sigla di NYPD Blue, come tutte le migliori di sigle, ha una caratteristica di astrazione che ne fa un capolavoro.

  • luca celada

    Le mie top 3:

    3. Six Feet Under
    2. Luck/The Bridge (pari)
    1. True Blood

  • nefeli

    Eh, True Blood ha una canzone azzeccatissima, concordo.

  • luca celada

    ….e naturalmente Sopranos, capostipite assoluto. Con tante scuse ai picciotti di Satriale’s.

  • nefeli

    Il problema della sigla dei soprano – bellissima – è l’autoreferenzialità. Se non conosci il famoso tunnel che connette la città di New York al New Jersey non capisci quello che accade nella sigla, che è appunto un viaggio, appunto, dalla città alla provincia, dalla legalità all’illegalità, dalla cultura all’hinterland sottoproletario.