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Dal Pdl assedio a Tremonti

Berlusconi riunisce i vertici di Pdl e Lega. Poi va da Napolitano e assicura che il suo governo è il migliore antidoto alle speculazioni. Galan chiede al Cavaliere di prendere direttamente il timone dell’Economia. Il ministro o cambia rotta o si gioca le deleghe economiche. Saccomanni a Bankitalia, avviate  le procedure per la successione di Draghi. 

Berlusconi non molla: «Non mi dimetterò mai, se vogliono mi dovranno sfiduciare in parlamento con il voto», ribadisce il premier ai tanti, anche nel Pdl, che scrutano con preoccupazione lo stato precario del suo governo. «Vado avanti perché abbiamo una maggioranza forte, perché e per chi dovrei fare un passo indietro?», continua a ripetere da giorni a chiunque lo incontri. Nonostante l’assedio giudiziario, la crisi economica e il crollo di credibilità internazionale del suo leader, il Pdl non ha intenzione di modificare i suoi piani.

In una giornata di tensione molto simile a quella del voto di sfiducia chiesto dai finiani nove mesi fa, tutti i ministri berlusconiani smentiscono che il premier si stia per dimettere o che il Colle abbia chiesto la sua testa. Però, quando in serata il Cavaliere sale al Quirinale e resta a colloquio con Napolitano per più di un’ora e mezza, il Palazzo intero resta con il fiato sospeso.

Ufficialmente, l’incontro è dedicato alle misure «per la crescita» che il governo varerà entro metà ottobre e all’avvio delle procedure per la successione di Saccomanni alla guida di Bankitalia al posto di Draghi. Napolitano ha chiesto al premier garanzie serie di fronte alla crisi gravissima che rischia di affondare l’Italia. Ma per Berlusconi la migliore garanzia contro quelle che chiama «speculazioni internazionali» è solo che il governo resti in carica.

Valutazioni divergenti, dunque, che fotografano uno stallo se non un muro contro muro. Su cui il Colle però può fare poco o nulla finché il governo mantiene la sua maggioranza. Napolitano, del resto, ha ribadito in tutti modi che questa è la via maestra prevista nella Costituzione dalla quale non vuole deviare. Più praticabile ma tutta da verificare, invece, la richiesta all’esecutivo di allargare il confronto sulle misure economiche a tutte le forze politiche.

Berlusconi mantiene la rotta. Nel pomeriggio fa il punto a Palazzo Grazioli con Alfano, Bossi, Calderoli e i governatori leghisti Cota e Zaia. Un vertice infinito che certifica i dubbi sul voto segreto per Milanese previsto per oggi. Anche la frase serale con cui Bossi annuncia il no della Lega all’arresto («Io voto per non far cadere il governo»), rischia di essere un’arma a doppio taglio in caso di «incidente». Perché i malumori nei confronti di Milanese sono trasversali ma diffusi soprattutto nel Pdl. Indebolire il braccio destro di Tremonti vuol dire indebolire Tremonti.

Andare avanti dunque. Ma per fare che cosa? Le ultime riunioni tecniche tra Confindustria, banche e super-ministro, per dirla con le cronache attente del Corsera, hanno prodotto un «nitido nulla». In serata il ministro diffonde una nota di aggiornamento al Def che smentisce le previsioni del Fondo monetario: nonostante il calo del Pil il pareggio di bilancio nel 2013 ci sarà come promesso (a Washington prevedono invece un deficit dell’1,1%) e ci sarà anche un forte «avanzo primario» che consenta di impostare la riduzione del debito al 121% del Pil.
Comunque vada su Milanese, Tremonti sembra destinato a finire spiaggiato come tutti i presunti «delfini» prima di lui. Galan ripete un’idea che è maggioritaria nel Pdl: «La responsabilità della politica economica deve passare direttamente a Palazzo Chigi, bisogna evitare il concentramento dei poteri in un solo dicastero».

Tremonti parafulmine? Berlusconi pensa che se il governo resiste fino a gennaio poi non c’è che il voto anticipato. E anche la Lega, come scriveva ieri il maroniano Stucchi sulla Padania, non appoggerà mai un governo tecnico che rischia di marginalizzarla. Tuttavia l’idea che si possa salvare il governo cambiando come se niente fosse il ministro più importante non è nuova. Il centrodestra in crisi ci è già passato nel 2005 con la parentesi di Siniscalco. Ma stavolta la situazione è più grave e non consente errori.

Tutte le cancellerie e le borse del mondo, da Shangai a San Paolo, scrutano le mosse italiane con un sospetto prossimo al pregiudizio. Che la situazione sia critica il premier lo ha sentito ieri direttamente dal suo amico Fedele Confalonieri, anche lui ricevuto tra un vertice politico e l’altro. Da maggio a oggi, Mediaset ha perso due terzi del suo valore.

dal manifesto del 22 settembre 2011