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Anziparla

40 anni senza Ingeborg Bachmann

bachmann

“Chi prima non si è bruciato la mano, non può scriverne”. Perché, di “poesie campate in aria”, Ingeborg Bachmann non ne ha mai avute. Il partire da sé, dalla propria carne e dalle proprie ossa, era la sua morale prima della morale. Il fare attenzione alla storia e al suo rapporto con le singolarità incarnate era in lei un impulso costante. Fu poetessa e scrittrice, attraversò i diversi generi letterari (lirica, romanzo, racconto, libretto d’opera, trasmissioni radiofoniche, articoli) come altrettante possibilità d’esperienza, usò con serietà le parole, come disse Christa Wolf, e affidò alla scrittura un compito radicale: arrivare al centro pulsante della vita, con la “ragione nel cuore”.

Morì a Roma, nel 1973, il 17 ottobre: si addormentò, con l’immancabile sigaretta tra le dita e prese fuoco. Pochi mesi prima, una regista tedesca, Gerda Haller, realizzò su di lei e con lei un documentario, il cui testo, a cura di Judith Kasper, è stato tradotto e pubblicato da Marietti 1820: Verrà un giorno. Conversazioni romane. Vi si ritrovano prose, versi, immagini, e un lungo colloquio con la regista, l’unica persona cui Ingeborg Bachmann permise di entrare nell’ultima stanza, quella riservata allo scrivere, nel suo appartamento in Via Giulia 66.

L’Italia, dove visse quasi ininterrottamente a partire dagli Anni Cinquanta, è il filo rosso che percorre queste pagine. L’Italia, con le sue “tracce di barbarie” sparse un po’ ovunque; con i suoi operai che sanno “cosa devono fare”, che hanno una fortissima coscienza di quel che non deve essere e di quel che, invece, “dovrebbe essere”; l’Italia, con le sue donne che sono indipendenti e allo stesso tempo non lo sono, impigliate in quell’istituzione “assurda” che è il matrimonio.

E, pagina dopo pagina, si fa chiaro come ciò che muove il racconto, che ne sta al fondo, è l’utopia. Che, da un tempo malato, schiacciato su un presente vuoto e brutale – “non c’è guerra e pace, c’è soltanto eterna guerra” – apre lo sguardo ad una vita altra. Non un’utopia, dunque, in senso stretto, politica, né immediatamente legata alla questione della lotta di classe, su cui Bachmann comunque si sofferma. Si tratta, piuttosto, di un’idea molto concreta che ha a che fare con ciascuno e ciascuna di noi. Che porta con sé la speranza di una vita migliore, slegata dalla messa in scena dell’io artificiale e violento della storia e della politica, delle convenzioni e degli stereotipi.

Nel suo fare vuoto, nella de-costruzione di ciò che, appunto, è stato costruito, Bachmann schiude lo spazio alla nudità dell’accadere, alla possibile metamorfosi. Ad un contro-tempo utopico: “Verrà un giorno nel quale gli uomini avranno gli occhi color oro rosso e voci astrali, nel quale le loro mani saranno fatte per l’amore e verrà ricreata la poesia del loro sesso…E le loro mani saranno fatte per la bontà, coglieranno con le loro mani innocenti i beni più grandi, perché non devono eternamente, gli uomini non devono eternamente, essi non devono eternamente attendere…”. Verrà quel giorno? “Non verrà, eppure ci credo, perché se non posso crederci allora non posso nemmeno più scrivere”.

Da Verrà un giorno. Conversazioni romane:

Sequenza 2
Quando si viene per la prima volta in Italia, si è soltanto un turista, anche se per me questo non è mai stato un paese straniero, ma molto familiare fin dall’inizio, e questo, però, non potevo proprio saperlo. Si desidera vedere tante cose, tutte quelle cose delle quali si è già sentito parlare e si è letto e questo l’ho fatto anch’io.

Credo di conoscere Roma quasi meglio della maggior parte degli italiani, perchè ho percorso per ore e ore la città alla scoperta di ogni suo angolo. Dopo tanti anni si giunge alla conclusione che è impossibile conoscere Roma, perchè per conoscerla veramente bisognerebbe avere dieci vite.

Sequenza 7
A Roma ho visto che la basilica di San Pietro sembra più piccola della sua mole, eppure è troppo grande. Si racconta che Dio volle avere la sua chiesa salda su una roccia. Essa sorge adesso sopra la tomba del suo santo, che così viene portato alla luce. Dunque chi la mette in pericolo e la indebolisce è il Santo stesso. Le festività continuano tuttavia a fare spettacolo, con balletti in porpora sotto baldacchini e nelle nicchie l’oro sostituisce a cera. Chiesa granne, divozzione poca. I poveri ancora oggi provvedono con la loro cura che la chiesa non crolli e chi l’ha fondata fa conto sul passo degli angeli.

[…]

A Roma ho sentito dire però che chi ha il pane non ha i denti e che le mosche passeggiano su ronzini macilenti. E che a uno è dato molto e all’altro nulla; che chi tira troppo strappa e che soltanto una solida colonna regge in piedi per cent’anni la casa. Ho sentito dire che nel mondo c’è più tempo che ragione, ma che a noi gli occhi sono dati per vedere.

Sequenza 8
Dagli italiani ho imparato qualcosa ma è difficile dire che cosa. Perchè da loro si può imparare soltanto dopo avere buttato via ogni idea che ci siamo fatti prima. Non sono le bellezze, nè gli alberi di aranci, nemmeno la splendida architettura, ma il modo di vivere. Qui ho imparato a vivere.

Sequenza 15
Verrà un giorno nel quale gli uomini avranno gli occhi color oro rosso e voci astrali, nel quale le loro mani saranno fatte per l’amore e verrà ricreata la poesia del loro sesso…

E le loro mani saranno fatte per la bontà, coglieranno con le loro mani innocenti i beni più grandi, perchè non devono eternamente, gli uomini non devono eternamente, essi non devono eternamente attendere…