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Alla Mostra del Cinema di Venezia passa The Canyons un “neo noir” lancinante di Paul Schrader su sceneggiatura di Brett Easton Ellis che per la forza artistica di entrambi gli autori e’ a tutti gli effetti un opera a quattro mani. Nella Los Angeles di oggi va in scena il nichilismo acido di ventenni aspiranti attori e produttori figli di papa’. Storditi dal bling e dalle spider, annichiliti da una vita di provini e scopate di gruppo organizzate su twitter, vivono vite che a distanza di 30 anni sono ancora “meno di zero”. Le anime alla deriva di Brett Eraston Ellis si muovono in una Los Angeles epidermica, irrorata di luce diafana come quella di un maxischermo. Nell’intrigo di tradimenti e gelosie Ellis e Shrader risuscitano i triangoli del noir classico ma con una mostruosita’ amplificata via Skype e Facebook. I personaggi sono cosi’ interpreti di un horror emozionale in cui Melrose, Sunset, Los Feliz, le strade celebirty di Los Angeles,  compongono la planimetria di una superficialita’ rapace. Annidati nelle ville di Malibu e nei comprensori di West Hollywood gli abitanti di The Canyons, si dibattono futilmente fra banalita’ e crudelta’ perche’, come ha speigato Ellis, la sua drammaturgia non sa che farsene di umanesimo e ottimismo mentre invece e’,  e sempre sara’ incuriosita da personaggi gelidi, gia’ morti dentro, che abbondano nel nostro presente. Al centro di questo mondo di piccoli psycho americani c’e’ Lindsay Lohan lucidamente voluta da schrader perche’ lei stessa interprete di una sua propria autodistruzione “gossip” molto pubblica. In Canyons  l’attrice da forse la sua prima prova adulta e dark in una interpretazoine che Schrader accosta, non senza ragione,  a quelle di Ann Margret e quella di Marylin ne Gli Spostati di Huston.  Il contrappunto visivo sono le immagini di cinema abbandonati che scandiscono il film come fronestpizi di un necrologio del cinema. Il complemento di Canyons infatti e’ il conrtributo di Shrader a Future Reloaded, la collezione di 70 micro-corti commissionati a 70 autori  per celebrare i 70 anni della mostra. Nei suoi 90 secondi Shrader ha deciso di riprendersi in passeggiata sulla HighLine di Manhattan con una mezza dozzina di webcam, 90 secondi in cui afferma che il cinema attraversa un periodo di “fluttuazione sistemica” e niente del passato vale piu’. Nessuno infatti conosce piu’ la forma odierna del cinema o la dimesnione degli schermi su cui si e’ frammentato il contentuto creativo. E’ in atto una rivoluzione, dice Shrader, in cui e’ difficile produrre cinema rivoluzinario. Il cambiamento e’ necessario ma stavolta con l’inquietante sospetto che questo possa non sfociare in una nuova forma ma semplicemente nello statso permanente di caotico flusso. Un discorso che abbiamo spesso ripreso qui su Losangelista,  e una relata’ che conferisce a un festival come questo l’inevitabile aspetto di una diga sempre piu’ futile contro un evoluzione inevitabile quanto ignota.