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Il Post nel carrello di Bezos

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L’acquisto del Washington Post da parte di Jeff Bezos e’ lo sviluppo piu’ clamoroso nel giornalismo Usa dalla vendita di Newsweek nel 2010 (allora il settimanale era di proprieta’ proprio della societa’  Washington Post) al prezzo di $1 (la successiva cessazione della pubblicazione e passaggio a sito web annesso al Daily Beast di Tina Brown e’ stato l’altro evento simbolo). Il prezzo pagato ieri dal fondatore di Amazon per la testata forse piu’ politicamente prestigiosa d’America e’ stato leggermente superiore ma pur sempre un affarone. I $250 milioni sono l’ultimo saldo della stagione crepuscolare dei vecchi giornali e accanto ai listini prezzi che girano a Silicon Valley per l’acquisto di una semplice startup, e’ un ‘inezia, l’ultima,  che fotografa la svalutazione terminale della carta stampata nel mondo di internet. La notizia ha scatenato una prevedibile  ondata di ironia su twitter ma oltre alle battute sul costo della consegna e i consigli per gli acquisti “simili” e al di la  delle obbligatorie considerazioni sul passaggio delle consegne cartacee al radioso futuro del giornalismo digitale, la notizia in defintiva e’ stata accolta con sostanziale gratitudine  da una categoria (i giornalisti che l’hanno commentata) abituata ormai a sentirsi in via di estinzione. Non per niente Salon ha titolato “l’iceberg salva il Titanic” rilevando l’ironia di un salvataggio del venerabile foglio ad opera di un uomo simbolo proprio di quella new economy che e’ la principale responsabile della annunciata scomparsa della carta  stampata. Bezos, l’uomo che ha adattato l’onniscienza della rete alla pronta consegna a domicilio di ogni cosa,  partendo dai libri, e’ ben cosciente dopotutto del valore della parola stampata intesa come bene di scambio,  contenuto per il Kindle di suo brevetto e gadget affini. La fase matura del modello Amazon prevede un enfasi sempre maggiore su contenuti immateriali come l’intrattenimento in streaming, film e serie originali  prodotti dalla Amazon studios e “branded content”, marchi di riconosciuto prestigio  che contribuiscano alla fedelta’ dei clienti Amazon, come appunto una testata storica del calibro del Post. Bezos poi e’ un magnate dalle tasche molto ma molto profonde, un precursore capace di gestire imprese in perdita per anni in attesa di un profitto. Di certo e’ un’alternativa preferbile a rottamatori come Rupert Murdoch o Sam Zell, specializzati nello spolpare i giornali per rivenderne le carcasse svuotate. Ne si tratta dei frateli Koch, finanziatori di Tea Party e teocon che hanno apertamente dichiarato di cercare testate prestigiose da convertire in megafoni per la loro agenda politica (suscitando recentemente un ondata di panico al Los Angeles Times). Rimane a vedere se Bezos oltre ai milioni portera’a Washington anche un progetto editoriale; e probabile invece che si accontenti di mettere in magazzino il suo nuovo scintillante acquisto senza interferire con la redazione. Quale giornale sull’orlo del precipizio non vorrebbe un acquirente cosi’, anche a costo di diventare sempice content sul planetario scaffale digitale.