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Oltretevere, oltre Berlusconi

La lettura delle parole di Bagnasco fa scattare l’allarme rosso nel Pd. «Qua rischiamo di non vedere palla per i prossimi dieci anni», drammatizza un dirigente democratico scandagliando la prolusione vescovile. Decoro istituzionale, ringiovanimento della politica, religione cattolica come perno tanto di un paese che compie 150 anni quanto della fase dopo-Berlusconi.

Tre indizi fanno una prova: la linea Ruini stavolta ha vinto. E’ alla ristrutturazione del centro-destra (col trattino) che si guarda Oltretevere e nei sacri palazzi. Di Pd e dintorni non c’è quasi bisogno. E infatti nella prolusione non se ne trova cenno. Come d’incanto, al di qua del Tevere, nei palazzi romani tacciono i tamburi di guerra. Rinviato al 2 febbraio il voto della «bicameralina» sul federalismo e rimandata, salvo sorprese, anche la sfiducia a Bondi prevista alla camera. Oggi i capigruppo dovranno decidere sul rinvio proposto dall’Udc con la scusa del voto nel Consiglio d’Europa contro la persecuzione dei cristiani.

Sotto le «nubi preoccupanti» indicate da Bagnasco non è ancora chiaro che tempo farà alle camere. Soprattutto perché il perno della legislatura non si trova a Roma ma a Milano, a via Bellerio. Nella sede della Lega Bossi riceve per tutto il giorno i vari dirigenti del Carroccio a cominciare da Maroni. Lo stesso ministro dell’Interno che domenica sul Corsera ha difeso l’alleanza con Berlusconi avvertendo però che il 2 febbraio, voto sul federalismo, determinerà «di fatto, le sorti della legislatura».

Il Carroccio era e resta iper-prudente e iper-corteggiato da tutti. Casini inanella un’intervista al giorno: nuovo centrodestra ma senza Berlusconi (Tremonti andrebbe bene). Picche. E anche il Pd, preoccupatissimo di finire definitivamente fuori dai giochi, ripete l’aut-aut come un mantra: scegliete, o il federalismo o Berlusconi. E D’Alema ne ha anche per Casini: «La sua proposta è irrealistica. Servirebbe un governo costituente che vada da Vendola a Fini».

Le mosse centriste preoccupano anche il leader di Fli, che dallo schema «ruiniano» neo-dc ha tutto da perdere. Non a caso il presidente della camera cannoneggia la maggioranza con parole davvero poco istituzionali: «Bossi ormai sta difendendo l’indifendibile – dice Fini ad Ancona – la Lega non è più un alleato del governo ma è il suo dominus. I deputati del Pdl hanno paura di contraddire Bossi perché sanno che il governo si regge solo su questo rapporto».

Per ora il Carroccio può permettersi il lusso di unire riforme e Berlusconi. Ma è chiaro che per la prima volta il bivio è reale. Nella «bicameralina» l’affondamento della riforma cara ai padani è più di un’eventualità. Soprattutto se gli altoatesini della Svp alzeranno il prezzo col governo. Dopo lo smembramento dello Stelvio del 14 dicembre, l’Svp minaccia la sfiducia a Bondi perché il suo ministero ha restaurato monumenti italiani e fascisti a Bolzano.

Intanto anche il braccio di ferro tra Calderoli e Anci (i comuni) va avanti. Il ministro resta a Roma in cerca dell’ultima mediazione. Prima fa trapelare il via libera a un presunto «nuovo testo» sul fisco municipale. Poi, in serata, il presidente della «bicameralina» La Loggia (Pdl) fa capire che si tratta solo di «innesti puntuali» di alcune proposte presentate da enti locali e opposizione. Il Pd sottolinea le incongruenze della proposta del governo e invita a prendere direttamente il testo democratico come base di discussione «per fare presto».

Anche l’Anci è sul piede di guerra e ha già indetto per domani un ufficio di Presidenza per valutare le mosse del governo. L’associazione è tutt’altro che monolitica. Sergio Chiamparino, il presidente, è un sindaco uscente e con note ambizioni nazionali. Non tutti nell’associazione vedono di buon occhio il protagonismo degli ultimi giorni. Nel merito, però, c’è poco da fare.

Senza entrare nei dettagli, tutto l’impianto del federalismo targato Bossi-Calderoli è «regionalista» a discapito delle «municipalità» che sono la peculiarità storica di questo paese. Usare il cacciavite su una riforma così ampia è un’impresa disperata.

Tuttavia se la Lega può governare contro il Pd non può fare il federalismo contro i comuni. Il tempo stringe. La delega per la riforma scade il 21 maggio, guarda caso subito prima delle possibili elezioni anticipate.

Il Carroccio deve decidere se andare alle urne con il federalismo fresco di gazzetta ufficiale oppure scatenarsi nelle urne contro Roma ladrona. Per ora è certamente più solida la prima via: «Siamo a qualche metro dal traguardo, ‘tradire’ ora Berlusconi e andare al voto sarebbe folle». Intanto le quotazioni di Tremonti crescono ogni giorno di più.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 25 gennaio 2011