closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

Duroville 1

duroville-before-sml


Duroville e’ un accampamento di roulotte fatiscenti che cuociono nei 40 gradi del deserto di Coachella, California, residenza per mille famiglie di immigrati  che lavorano nei campi agricoli del paniere californiano. La valle di Coachella era un polveroso deserto fino agli inizi del secolo scorso quando venne dirottato il Colorado River e iniziato l’irrigamento intensivo che ne ha fatto una specie di serra  agroindustriale; si coltiva di tutto, dai datteri alle melanzane, raccolti dai campi che appartengono quasi tutti a grandi conglomerati agroalimentari multinazionali come la Dole, Cargill, Archer Daniels Midland. “Basta aggiungere acqua” dicono da queste parti – acqua e braccia: la forza lavoro del comparto agricolo del sudovest americano e’ composto  interamente da braceros, braccianti ispanici immigrati dal vicino Messico, molti  indocumentados come dicono qui, che vivono perlopiu’ in condizoni da terzo mondo. Duroville, Los Duros, come lo chiamano i residenti, quindi e’  un insediamento ‘tipico’ dell’economia e dei flussi migratori globali,  anomalo solo nel fatto di esistere sul territorio di una riserva indiana (i Torres Martinez Indians) e quindi fuori dalle pur minime  norme di igiene e abitabilita’ altrimenti vigenti nella provincia. “Quando si entra Duroville”, mi dice suor Gabi che mi accompagna a fare un giro del campo, “si esce dagli Stati Uniti”.  Accanto al campo dove razzolano bambini e cani randagi c’e’ una discarica, una delle decine di  depositi abusivi di scorie, spesso tossiche, che punteggiano la zona in cui abitanti emarginati e impotenti hanno costruito sul mercato grigio  dello smaltimento illegale dei rifiuti una economia sommersa, con la connivenza delle aziende.  Duroville e’ un  caso particolarmente triste per come i residenti – molti sono indigeni Purepecha’ dello stato messicano di Michoacan  – sono stata sfruttati da Harvey Duro, propretario del terreno e a sua volta indiano, membro di una tribu’ esautorata come tutte al tempo della colonizzazione bianca, e  rinchiusa in una desolata riserva. Un ciclo di violenza e abuso che si e’ perpetuato con la colpevole complicita’  di autorita’ che hanno potuto chiudere un occhio su cio’ che accadeva dopotutto su “terre sovrane”. Oggi qui le condizioni sono molto migliorate per via della bonifica imposta dal giudice che ha sequestrato il campo quando il degrado e’ venuto alla luce, quella a cui lavora tenacemente suor Gabi. Mi mostra il campo ripulito perlopiu’ di spazzatura e l’angolo dove vuole aprire un asilo nido per i bambini, le fognature appena istallate. E’ soddisfatta ma allo stesso tempo mi ricorda: “Di accampamenti cosi’ qui in zona ce ne sono altri cento”.