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L'urto del pensiero

25 Aprile: riscatto o ricatto?

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di PAOLO ERCOLANI

La Storia è una signora che richiede di essere compresa.
Ma per riuscirci non si può rinunciare agli strumenti della complessità e della distinzione disomologante.
Non basta conoscerla, evidentemente, nè si rivela particolarmente utile celebrarne le date in maniera meccanica e decontestualizzata, come troppo spesso fanno i suoi “conoscenti”.

La Storia banalizzata

Il modo di fare informazione, e di coltivare la pseudo-conoscenza, proprio del nostro tempo dominato dalle tecnologie mediatiche e dagli annessi meccanismi banalizzanti e riduttivi, induce a semplificazioni che si rivelano sterilizzanti e meramente celebrative.
È ormai, fra gli altri, il caso del 25 aprile, data simbolica della liberazione dal nazifascismo.
Sì, perchè credo serva a ben poco ricordare con enfasi legittima la data in cui ci siamo liberati da quel cancro, senza considerare che oggi (non ieri: oggi!) vi sono tutte le condizioni perchè quel cancro si ripresenti con tanto di metastasi aggressive.
Da questo punto di vista, non c’è dubbio che è responsabilità (e financo colpa) della Sinistra (e delle forze anti-fasciste in genere), crogiolarsi sulla festa per una malattia gravissima debellata tanto tempo fa, senza occuparsi seriamente della medesima che ci colpisce oggi.
E dire che superare la sciocca e improduttiva celebrazione dei successi lontani, per prendere coscienza del disastro odierno, sarebbe non soltanto cosa agevole, ma rappresenterebbe il vero modo di onorare la data del 25 aprile.

Causa ed effetto

Impedendo che si ripetano quegli orrori che richiederebbero una nuova liberazione.
Se solo smettessimo di guardare ai grandi eventi della Storia, cosa che invece ci induce a fare l’informazione omologata del nostro tempo, come a degli episodi senza un prima e senza un poi, o come a delle bandierine da sventolare quando tira il vento suggerito da un calendario automatizzante, prenderemmo coscienza del fatto che il 25 aprile del 1945 è stato il prodotto di situazioni ed eventi (tragici).
E che quelle situazioni e quegli eventi assomigliano paurosamente a quanto accade in questo nostro 25 aprile del 2017.
Quello in cui siamo di fronte al bivio sostanziale: celebriamo e festeggiamo queste 24 ore come se fosse una “giornata mondiale del non si sa bene cosa” (alla maniera sciagurata dei social network); oppure comprendiamo che non c’è nulla da festeggiare, specie se l’oggi ci presenta presupposti in grado di riportarci a ben prima di quella festa, e celebriamo il 25 aprile nell’unico modo davvero degno, ossia lavorando concretamente per combattere le tragedie che portano alle liberazioni?
Si tratta di mettere per un giorno la maglietta dell’antifascismo, oppure di dotarsi dell’abito mentale (e degli strumenti conseguenti) atto ad evitare il ritorno trionfale dei fascismi.
Ciò che condusse alla tragedia nazifascista, infatti, fu un combinato di fattori che oggi sembra ripetersi con somiglianza inquietante.

La Storia che si ripete

La crisi del sistema liberale e delle istituzioni democratiche, innanzitutto, dominati e di fatto sostituiti da un fondamentalismo del mercato che distrugge i diritti e la giustizia sociale, provocando masse di poveri e nuovi poveri perlopiù in guerra fra loro.
Il potere dell’alta finanza, ieri come oggi, osserva tutto dall’alto e se la ride, sapendo di averci ingabbiato all’interno di un ricatto da cui non sappiamo uscire.
O votiamo le forze moderate, prone ai dogmi del Mercato e composte da leader che garantiranno la continuità di politiche favorevoli all’alta finanza (si veda Macron in Francia). Oppure (e presto accadrà), esasperati dal dominio di un potere economico che produce disoccupazione e povertà diffuse, ci abbandoneremo al mito disperato del populismo, votando quelle forze estremistiche che, in nome della xenofobia, della guerra di civiltà, della distruzione della democrazia e delle soluzioni forti e palingenetiche, ci faranno ripiombare in un nuovo fascismo per il quale chissà quanto saranno lontane (e costose) le nuove liberazioni.
L’alta finanza sa di trionfare in ogni caso, lasciando a noi cittadini la sola scelta se sottometterci al suo potere soft (ma comunque impoverente e produttore di diseguaglianze intollerabili), oppure al suo potere violento, a quella che Karl Polanyi, riferendosi al nazifascismo, definiva la “soluzione” capitalista per non soccombere alle contraddizioni prodotte dal capitalismo stesso.

Il ricatto dell’alta finanza

Anche oggi siamo sempre lì: l’alta finanza domina la politica e le nostre vite, impone ordini e dogmi ai governi nazionali, che sono tenuti a rispettarli docilmente.
Questo dominio della finanza genera disuguaglianze, povertà e conflitti sociali fra poveri. Distrugge la democrazia e favorisce l’emergere di forze populiste, che godono del favore di un popolo disperato ed esasperato.
Peccato che questa “soluzione” fintamente anti-sistema, rappresenti nient’altro che il piano B di un potere che sa di non avere alternative.
E non le ha perchè oggi come allora, per riprendere l’illuminante testo di Wilhelm Reich (“Psicologia di massa del fascismo”), la Sinistra è senza progetti alternativi, frammentata in tanti rivoli che si odiano fra di loro, di fatto incapace di raccogliere il consenso di popoli esasperati dal dominio della finanza sulla politica.
Popoli privati della dignità e della speranza, che non scelgono la Sinistra (incapace di rappresentare un’alternativa e spesso correa col potere dominante), ma si abbandonano alla disperata “soluzione fascista”.
Che comunque rappresenta il tragico piano B di un potere finanziario che domina e se la ride.
Mentre noi ci illudiamo di rappresentare qualcosa mentre scendiamo in piazza a celebrare una Liberazione avvenuta tanto tempo fa.
Senza riuscire a vedere quella di cui potremmo avere un disperato bisogno molto presto.
La Storia è un tribunale severo, scriveva Hegel, e limitarsi a celebrazioni sterili delle sue date rappresenta uno dei modi per esporsi a sentenze terribili.

  • Walter Fidel Dos Cava

    Prof. Ercolani, non gioisco affatto, leggendo le sue parole, nel constatare che esse rappresentano la materializzazione di pensieri che, praticamente in identiche forme, mi turbano da almeno due/tre anni, e che ho verbalmente espresso fino ad annoiarmi della mia stessa voce in decine di conversazioni con familiari ed amici. Avrei preferito di gran lunga che tali pensieri fossero il risultato del vizio mentale di un pessimista come me. L’unico conforto è sapere che, tutto sommato, non sono solo. Ma solo quello.
    Grazie.