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Poltergeist

24 – Antigeografia americana

La propaganda, in tempo di guerra come in tempo di pace, avanza a passo di marcia corazzata di un sorriso rassicurante per penetrare silenziosa nelle case e sedersi accanto a noi davanti alla televisione accesa. Negli anni del regno di Bush le tecniche della propaganda erano diventate il pilastro che ha promesso sostegno alla paura, quella forza che si nutre del panico per schiacciare il pubblico nell’abbraccio potente di ciò che non si conosce.

Uno schieramento di telefilm armati di propaganda come un esercito mediatico ha invaso l’Europa durante l’amministrazione Bush e il telefilm 24, in cima alle classifiche di gradimento in America quanto in Italia è stato forse il prodotto di propaganda militare più forte che quel governo abbia costruito, la risposta televisiva a coloro che non si sono schierati e che sono stati dichiarati, anche apertamente e pubblicamente dal presidente americano, come dei disertori.

24 è un telefilm letale, giustifica violenza e persecuzione schierandosi dietro alla litania tutta americana della menzogna come peccato imperdonabile e della violenza come risposta necessaria. Nella serie non vi è episodio in cui qualcuno non venga torturato, in cui l’Fbi o la Cia non faccia saltare in aria un edificio o non entri in uno scontro a fuoco con uomini armati provenienti da qualche nazione straniera con il fermo intento di distruggere l’America in 24 ore. Questa sorta di criminali con un occhio al Guinness dei primati e la mano sui versetti del Corano sono tanto truci e ottusi da farci credere che le torture di Guantanamo siano più che giustificata e che gli Stati Uniti hanno ragione a essere costantemente in stato di guerra: c’è sempre un nemico che li tiene sotto scacco.

Il New Yorker ha pubblicato pochi mesi dopo l’11 settembre una copertina che rappresenta le paure dell’americano medio di essere ormai circondato o addirittura conquistato dagli arabi:

Del resto, l’americanocentrismo era già stato raccontato in un’altra famosa, e raffinatissima, copertina del New Yorker, questa volta del 1976, firmata da Saul Steinberg:


In 24 «cattivi» non sono più i sovietici ma spesso dei generici jugoslavi (gli autori della serie non sembrano essere al corrente dei recenti sviluppi della politica europea e non sembrano sapere nulla della divisione della Juvoslavia o di quella della Cecoslovacchia), o dei cinesi caratterizzati con la finezza dei Ming di Flash Gordon o i super-crudeli mediorientali (persone che vengono da un’area che si estende dal Marocco all’Armenia). 24 descrive un’America in stato di vacanza legislativa e istituzionale, un paradiso per quella parte di pubblico che vorrebbe potersi occupare solo delle cose facilmente risolvibili senza tante discussioni inutili (nella serie è infatti l’ONU a essere quasi sempre sotto minaccia), e non solo in politica estera, ma anche in quella interna, avvelenata dagli strascichi del dibattito su questioni sociali ed economiche: in una parola, 24 presenta l’America come Bush la desidererebbe, un mondo in cui la politica scollata è completamente scissa dal rapporto con i cittadini e concentra tutti gli sforzi e le risorse per fermare le incursioni contro la più Grande Democrazia del Mondo.

La bellissima idea che sta dietro il telefilm (24 puntate che vivono minuto per minuto le 24 ore della minaccia terroristica) non è in grado di assorbire la valanga di ideologia e di propaganda che sembra esser fatta apposta per giustificare l’esistenza della destra guerrafondaia, quella che continua a parlare di esportazione di democrazia. Per fortuna gli Stati Uniti producono anche serie diverse da questa e, in una puntata di Boston Legal in piena era Bush, un avvocato commenta che «forse sarebbe meglio smettere di esportare democrazia all’estero e importarne un po’ nel nostro paese».

(La visione geografica americana del mondo è stata oggetto di molto sarcasmo, anche da parte degli americani stessi. Ecco alcuni esempi di popolari traduzioni per immagini di questo fenomeno)