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Quinto Stato

233 milioni alle scuole private

La notizia risale alla settimana scorsa, e non dovrebbe destare troppa indignazione, visto che lo stanziamento di 233 milioni alle scuole private, in maggioranza cattoliche, rientra nella partita ordinaria di rifinanziamento del fondo previsto nel 2012. Ma la coincidenza di un simile provvedimento con l’aumento dell’orario di lavoro a 24 ore per i docenti di ruolo nella scuola pubblica, e il corrispondente taglio degli “spezzoni orari” che provocheranno il licenziamento di migliaia di docenti precari dal settembre 2013, è uno degli incidenti – non il più grave, ma forse il più simbolico – che il governo Monti poteva evitare. Bastava il buon senso.

Ma il buon senso – che è categoria di dubbia tenuta, sarebbe meglio evitarla – non può sussistere da quando le leggi finanziarie – perché tale è la “legge di stabilità” che verrà discussa in parlamento fino a Natale – è diventato un provvedimento “omnibus” dove si trova di tutto, dalla regolazione della lunghezza degli spilli e alle grandi partite finanziarie sull’Iva, queste coincidenze possono accadere a decine. Ma non è sfuggita al redivivo deputato finiamo Fabio Granata che l’ha denunciata. Granata non è nuovo a queste incursioni strumentali sull’istruzione, lo ricordiamo intrepido sul tetto dei ricercatori a Fontanella Borghese durante il movimento anti-Gelmini.

Insieme a uno spaurito drappello di colleghi finiani aveva scalato le grondaie per assicurare i ricercatori che il parlamento avrebbe comunque votato – e lui con esso – il contestatissimo provvedimento perché lo voleva il Presidente della Repubblica Napolitano, lo voleva l’Europa, lo imponeva il destino della modernità di un paese. Tutto falso ovviamente, come si è visto nei due anni successivi che hanno reso giustizia di un provvedimento fondamentalmente inutile, il cui unico effetto è stato quello di bloccare l’università per il prossimo decennio. Ma Granata è una certezza. Nel testimoniare l’ineluttabile..

La notizia non è dunque il finanziamento alle private – che è stato tagliato anch’esso, ma certo nulla a confronto degli 8,5 miliardi di euro della scuola pubblica a cui la legge di stabilità aggiunge altri 723 milioni, più 182 del blocco dell’indennità contrattuale. La notizia è il tentativo – che fallirà, o almeno così sembra – del governo Monti di introdurre il lavoro gratuito nella scuola.

Una cosa alla greca». Ha colto un punto la perifrasi infelice usata ieri dal segretario della Uil Luigi Angeletti per descrivere l’incremento delle ore di lavoro per i docenti della scuola che il governo ha introdotto nella legge di stabilità. Con questa norma spericolata e contraddittoria si vuole introdurre il lavoro gratuito nella scuola, realtà ben conosciuta negli ambienti del lavoro privato in Italia, come da poco anche nel pubblico impiego in Grecia.

Una prospettiva che alimenta la protesta dei sindacati. I Cobas hanno annunciato la partecipazione allo sciopero generale e alla manifestazione del 24 novembre lanciata da Cisl, Gilda, Snals e Uil e propongono anche alla Cgil di incontrarsi per organizzare un corteo unitario. La Gilda ha deciso di boicottare le gite degli studenti.

Nel frattempo il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo potrebbe avere individuato la via d’uscita dal tunnel dove si è infilato con troppa leggerezza. Grazie alla mediazione del suo sottosegretario Marco Rossi Doria, sta concordando con la maggioranza un emendamento al contestatissimo comma 42, quello delle 24 ore gratis. Profumo intenderebbe stralciare la norma e discuterla separatamente in un negoziato sul rinnovo del contratto nazionale per il personale della scuola nel 2014.
Le incognite sono però ancora sul tavolo. Nella legge di stabilità il governo ha fissato un taglio alla scuola che ritiene «inderogabile».
Alla fine del consueto «assalto alla diligenza» che avverrà nelle prossime settimane, il taglio di 723 milioni alla scuola resterà
immutato. E gli insegnanti precari, i veri bersagli di questa manovra, continueranno a sudare freddo. Nella relazione tecnica che accompagna la legge di stabilità, l’unico strumento per svelare il mistero dell’aumento dell’orario di lavoro, sono ancora loro nel mirino.

Resta infatti la decisione di obbligare i docenti di ruolo a lavorare fino a 6 ore in più «senza ricevere più una remunerazione aggiuntiva». Sarà il dirigente scolastico a stabilire a quali docenti assegnarle. Questo è il «contributo di solidarietà» chiesto da Profumo al mondo
della scuola per garantire la stabilità dei conti del suo governo. Un colpo di mano che non ha solo cancellato le relazioni sindacali e il
contratto nazionale, ma nasconde un’insidia per i precari perché cancella gli «spezzoni di cattedra», anche di due o tre ore,
fondamentali per accumulare punteggio in graduatoria, e strappare il reddito per un anno.

Secondo il governo, la norma «non comporta modifiche e in particolare riduzioni di organico[…] mantiene immutato l’orario di cattedra». Dunque non ci sarebbero licenziamenti tra i precari. Vediamo però i dati nel dettaglio. Oggi gli spezzoni orari sono 20.752 nella scuola di primo e di secondo grado, e vengono assegnati ai docenti precari. Il governo intende fare coprire la metà di questi spezzoni (9.269) dai docenti di ruolo, mentre i restanti 11.483 dovrebbero continuare ad essere attibuiti ai «supplenti». Alla luce di questi dati si può concludere che, in ogni caso, ci sarà una riduzione di nomine per i precari che insegnano 9.269 ore che per il governo valgono un «risparmio» di 265.705 milioni di euro per il 2012. Questo saldo, lo ha confermato il ministro per i rapporti con il Parlamento Giarda, è «inderogabile» e non potrà essere sfiorato nel corso dell’iter della legge di stabilità.

Se verranno confermate queste cifre, il taglio dei precari non sarà di 100 mila, nè 80 mila, ma di certo sarà una cifra preoccupante (30 mila?). Se, invece, come sembra, nessuno vuole aumentare le ore ai docenti di ruolo, e quindi tagliare i precari, bisognerà reperire queste risorse. Dove? Il mistero continua.