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FranciaEuropa

23 settembre, altra giornata contro la riforma delle pensioni

L’indomani della grande giornata di protesta in tutta la Francia contro la riforma delle pensioni, ritenuta “ingiusta” dalla maggioranza dei francesi, Sarkozy ha fatto qualche concessione. Ma, per i sindacati, non è sufficiente. La riforma resta “ingiusta” e le concessioni fatte dopo i 2,7 milioni in piazza del 7 settembre sono “insufficienti”. Dopo una lunga riunione, questo pomeriggio, l’intersindacale ha deciso un’altra giornata di mobilitazione, il prossimo 23 settembre. Quel giorno, la riforma sarà già stata approvata dall’Assemblera – il voto è previsto il 15 – ma passerà all’esame del Senato ad ottobre. Il 15 ci sarà una giornata di azione, a livello locale, ma senza manifestazioni massicce. 

Malgrado il successo dei cortei del 7 settembre, per  i sindacati non è facile decidere cosa fare. Concretamente, indire scioperi è difficile, perché le famiglie sono con l’acqua alla gola, i soldi sono pochi. Bernard Thibault, segretario della Cgt afferma che “i lavoratori non hanno la possibilità di far fronte a vari giorni di sciopero”. I sindacati devono mantentere l’unità, per sperare di ottenere qualcosa di più. Ma già Solidaires e Force ouvrière, che chiedono il ritiro puro e semplice del progetto di legge di riforma (e non delle modifiche, anche se profonde, sulla linea di Cgt e Cfdt) , sono scontente della decisione di rimandare al 23 la prossima protesta. I sindacati, per il momento, hanno scelto di non gettare olio sul fuoco e di non giocare la carta della radicalità.

Sarkozy, che è in prima linea come non mai perché si gioca la rielezione, ha fatto qualche concessione, anche se resta fermo sulla princpale decisione: la pensione a 62 anni e non più a 60 e i 67 anni per averla a tasso pieno. Il presidente ha fatto una dichiarazione in Consiglio dei ministri, dove ha proposto che chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo – e che quindi sarebbe obbligato a pagare i contributi per 43-44 anni, cioè 2-3 anni più del dovuto – potrà continuare ad andare in pensione a 60 anni. Sarkozy propone inoltre che i lavoratori sui quali verrà riscontrata da una commissione medica un’incapacità di lavoro del 10% (invece del 20% della prima versione del testo di legge) potranno andare in pensione a 60 anni (si passa da 10mila a 30mila persone l’anno). I sindacati rifiutano questa visione individuale del “lavoro usurante” e chiedono una definizione collettiva. “Bisogna essere già malati per poter andare in pensione a 60 anni” spiegano.  Sarkozy ha promesso qualche ritocco ai “polipensionati”, cioè chi ha carriere complesse, che ha lavorato sotto vari regimi pensionistici. Ma nulla è stato detto dal presidente, per esempio, sulla grave questione delle donne, che hanno più spesso carriere a singhiozzo e saranno obbligate ad aspettare i 67 anni per avere una pensione a tasso pieno (e non una pensione da fame, a 62). Niente neppure sulla questione dell’occupazione: chi ha più di 55 anni, in Francia, trova molte difficoltà a trovare (o a mantenere) un lavoro. La pensione da 60 a 62 anni significa per molti, di fatto, due anni in più di disoccupazione. I commentatori parlano di “paura dell’avvenire” dei francesi.  Ma l’idea di una riforma delle pensioni non è respinta per principio. Quello che i cittadini choiedono è una riforma che non sia cosi’ ingiusta. Mentre le grandi ricchezze vanno a braccetto con i politici. Il simbolo negativo dell’affaire Bettencourt, che ha messo in causa il ministro del lavoro, Eric Woerth, potrebbe essere la goccia di troppo.