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Street Politics

Brasile: la città attende un nuovo futuro

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di Giorgio Sica (Rio De Janeiro)

Da venerdì notte un vento caldo sta soffiando ininterrottamente su Rio de Janeiro. La città è più silenziosa del solito, il tempo sembra sospeso. Rio sembra attendere qualcosa.

Venerdì sera il Brasile aspettava le parole della sua Presidente e, in un discorso a reti unificate, Dilma Rousseff ha riconosciuto il diritto e il valore delle proteste nel Paese, tendendo una mano ai leader dei manifestanti, “della cui energia e creatività il Brasile ha bisogno”, e dicendosi disposta a incontrarli per lavorare insieme alla costruzione di uno stato libero dalla corruzione e con una maggiore indipendenza dalle “limitazioni politiche e economiche”, che ne frenano lo sviluppo democratico. Nonostante le buone intenzioni, il discorso è tuttavia oggetto di una serrata critica sui social network e sui media indipendenti. Pur promettendo maggiori investimenti nella salute e nell’istruzione, e rivendicando l’abbassamento delle tariffe del trasporto pubblico, il cui aumento aveva dato origine alla protesta, Dilma non è, infatti, entrata nel merito di questioni fondamentali sollevate dai manifestanti. Non ha fatto cenno, in particolare, a due proposte di legge osteggiate con forza dai movimenti: la PEC 37 – la proposta di emendamento costituzionale che vuole limitare i poteri investigativi della magistratura – e la proposta del deputato e pastore evangelico Feliciano, presidente della commissione parlamentare sui Diritti umani, di prescrivere terapie per “curare” l’orientamento sessuale. Contro questa anacronistica proposta, da subito ribattezzata ironicamente “la cura gay”, ieri migliaia di giovani si sono mobilitati a Sao Paulo, chiedendone il ritiro prima del dibattito parlamentare.

Un’altra critica al discorso del Presidente viene dalle mancate scuse per gli abusi della polizia. Dilma ha criticato duramente le frange violente che, in varie città del paese, hanno commesso atti di vandalismo, pregiudicando le dinamiche pacifiche della protesta. E’ mancato tuttavia un qualsiasi accenno alla feroce repressione della polizia, che è invece oggetto di aspre critiche in rete e di cui finalmente si parla, seppure in una maniera ancora timida, sulla stampa ufficiale.

Dopo la diffusione di video e testimonianze che mostrano blindati delle truppe d’assalto sparare sui manifestanti in ginocchio, poliziotti in moto che lanciano bombe di gas contro case private e agenti della polizia militare che lanciano lacrimogeni in un ospedale pubblico dove venivano curati gli studenti feriti, i brasiliani si aspettavano qualche parola in più dalla sua Presidente, ex-guerrigliera, già vittima di torture ai tempi della dittatura militare. Ma, nonostante il silenzio di Dilma, la notte del 20 giugno difficilmente verrà dimenticata dai cittadini di Rio de Janeiro. “Il gigante si è svegliato”, recitavano molti dei cartelli issati dai manifestanti che giovedì scorso sfilavano lungo l’Avenida Rio Branco, durante una delle maggiori manifestazioni di protesta nella storia del Paese. Purtroppo, questo immenso corteo pacifico è stato costretto a disperdersi dopo l’attacco di alcune decine di violenti alla polizia e la reazione, scomposta e feroce, degli agenti. Ma mentre la condanna degli atti vandalici è unanime stupisce, sulla stampa ufficiale, la mancanza di un’analisi delle cause dell’emergere di questa violenza, finora confinata nelle favelas. Eppure, su Facebook, ragazzi nati e cresciuti nei sobborghi spiegano con chiarezza che il contatto con lo Stato è sempre, per loro, tensione e violenza. Schiacciata tra il narcotraffico e la polizia, un’intera generazione è cresciuta in un clima di brutalità senza nessuna speranza per il futuro. Adesso, in questa gigantesca operazione di maquillage in vista della World Cup, molti di loro sono stati perfino cacciati dalle loro case, che andranno demolite per fare spazio a parcheggi, strade, hotel e centri commerciali. Si tratta, finora, di oltre 100mila persone, sradicate dalle loro comunità in cambio di indennizzi assolutamente inadeguati. Le loro proteste erano iniziate da mesi, ma quasi nessuno, finora, aveva avuto voglia di ascoltarli. Forse, da oggi, il Brasile dovrà cambiare atteggiamento nei loro confronti.

Articolo del 19 giugno 2013