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losangelista

2011: il ritorno di Spielberg

War Horse

E” stato un anno intenso per Steven Spielberg a cominciare da Super 8,  il film piu’ spielberghiano degli ultimi anni che pur prodotto dal maestro, e’ frutto pero’ dell’ammirazione  e immaginazione di JJ Abrams, regista del film e discepolo, in questo caso, piu’ realista del re. Oltre l’omaggio, la fanta avventura dei ragazzi-filmmaker di una provincia americana “primordiale”  che si trovano a dare la caccia ad un minaccioso alieno fra l’omerta’ ufficiale e l’incredulita’ deli adulti,   e’ praticamente un remake di una ipotetica pellicola (mai) girata dallo Spielberg del periodo “classico” – metti fra ET e Incontri Ravvicinati; un’operazione filologica che riesce perche’ nasce da un sincero atto di amore filmico. Poi c’e’ stato Cuori di Acciaio – altra produzione esecutiva con la regia affidata  stavolta a Shawn Levy – e un altro involucro fantascientifico (i pugili-robot di una novella di Richard Matheson) con un ripieno di sentimento  morbido morbido ad alto contenuto saccarino. Spielberg ha poi preso direttamente in mano la cinepresa (virtuale) per Tintin,  la collaborazione con Peter Jackson che lo ha portato al cartoon ibrido con risultati effettivamente strabilianti di “motion capture”,  pur se anemici nel reparto emozione. A rischio di passare per presenzialista  l’anno Spielberghiano si chiude ora con War Horse adattato dagli omonimi  romanzo e spettacoli teatrali. Il libro di Michael Morpurgo sulle disavventure di un cavallo nella prima guerra mondiale  ha gia’ dato vita a uno sceneggiato radiofonico  BBC oltre che a produzioni teatrali a Londra e Broadway, di enorme successo grazie  soprattutto alle impressionanti  marionette equine del Handspring Puppet Theater. La versione spielberghiana inizia in una campagna idillica e stilizzata dove rudi e virtuosi mezzadri anglosassoni fanno i conti con i sassi che tempestano la brughiera e le angherie di avidi fattori.  Un mondo stilizzato che richiama l’Irlanda idealizzata da John Ford in Un Uomo Tranquillo, dipinto dal direttore di fotografia  Janusz Kaminski  in un technicolor saturo che rimanda istantaneamente al look e al pathos di un Via col Vento– insomma un iperrealismo che astrae la storia in una dimensione mitica. Ma l’iniziale scelta stilistica e’ prefazione ad un sentimentalismo viscoso e quando il cavallo protagonista (il piu’ bravo del cast) si ritrova, per una serie di vicende romanzesche, al fronte e nelle retrovie della grande  guerra,  lascia il passo  a una soffocante retorica su onore e eroismo e coraggio che oltre a sciropposi sono a dir poco moralmente equivoci in un film sulla guerra.

National Velvet: Gran Premio

L’idea del romanzo era di visitare l’umana crudelta’ attraverso una soggettiva animale, quella di Spielberg e’ un peana celebratorio scandito dalla incessante sinfonia di John Williams. Verra’ cancellato dal doppiaggio, ma  perfino i bambini (tutti esordienti) recitano male: in un film di Spielberg e’ tutto dire. Il peccato peggiore di questo Spielbergh manierista non e’ la retorica anacronistica  ma un “animalismo” sentimentale come registro unico e monotono – un film che fra il filo spinato delle trincee riesce ad evitare, non dico il pacifismo di  Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale,  ma anche il melodramma sincero di Gran Premio. Se dobbiamo occuparci di cavalli, aspettiamo Luck la serie di Michal Mann ambientata nel demi-monde delle scommesse e delle corse, con Dustin Hoffman e Nick Nolte, che sta per iniziare su HBO.