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La rete nel cappio

La trasparenza radicale di Wikileaks

Con un messaggio stringato, rinviando a ulteriore precisazioni, il sito di Wikileaks ha annunciato la morte di Osama

bin Laden, invitando a visitare le pagine Internet che documentano il rapporto non sempre ostile tra il fondamentalismo islamico afghano e il governo degli Stati Uniti. Un messaggio in cui viene anche annunciato che Wikileaks cercherà di fare luce su quanto è accaduto a nord di Islamabad, visto le zone oscure presenti nella ricostruzione fornita dal governo statunitense sulla morte di uno dei capi di Al Qaeda, ricercato dal 2001 da parte dell’esercito e dai servizi di intelligence americani. Non è la prima volta che Wikileaks interviene sui fatti di cronaca e lo fa sempre per instillare il dubbio che la verità «ufficiale» non sempre coincide con quanto è accaduto prima e dopo che il «fatto» accadesse.
A leggere questo libro di Paolo Zelati – Julian Assange. L’uomo che fa tremare il mondo (Barbera Editore, pp. 192, euro 13,90) – si riconosce il marchio di origine di questo gruppo di attivisti che da sette anni diffonde notizie che i governi nazionali e grandi imprese non sempre vorrebbero venissero rese pubbliche. Già perché Wikileaks è una paladina della libertà di informazione e della sua circolazione, declinate nella forma più radicale: nessun segreto è ammesso, tutto deve essere reso pubblico se la fonte dell’informazione è una istituzione.
Di Julian Assange si sa molto, anche se questo volume fornisce molte notizie su cui i media ufficiali non sempre si sono soffermati, a partire dal fatto che il fondatore di Wikileak era un hacker famoso nei primi anni Novanta del Novecento. Il suo nickname era Mendax e il gruppo a cui faceva riferimento era l’International Subversives. Come molti hacker Assange era convinto che un sistema politico democratico non potesse tollerare il segreto di stato o industriale, perché i cittadini dovevano avere tutte le informazioni per meglio decidere cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. E come molti altri hacker aveva fatto ben presto la conoscenza della polizia, che lo ha accusato più volte di intrusione illegale nei siti Internet di qualche organizzazione statale o di qualche impresa. Ma Assange è sempre riuscito a evitare la prigione. Questo fino al suo arresto in Inghilterra, a causa di un mandato di arresto internazionale dopo l’accusa di stupro da parte di due donne con cui Assange ha avuto rapporti sessuali non protetti. Accusa che Assange ha sempre respinto, sostenendo che le due donne erano consenzienti, avanzando il sospetto che la magistratura svedese si sia celermente mossa a causa delle forti pressioni del governo statunitense, che ha spesso dichiarato che l’attività di Assange era un attentato alla sicurezza nazionale, dopo che Wikileaks aveva diffuso video e notizie sulle uccisione da parte di soldati americani di civili iracheni e di un giornalista. Ma questa era solo l’ultimi capitolo di un’attività di controinformazione che ha visto coinvolte banche, grandi corporation e governi nazionali, fino al cosiddetto cablogate, quando cioè Wikileaks ha reso pubblici centinaia di migliaia di cablogrammi «confidenziali» inviati dalle ambasciate statunitensi al dipartimento di stato.
Il libro di Paolo Zelati ricostruisce tutto ciò, anche se spesso la simpatia verso Assange prende troppo la mano, distogliendo l’attenzione su alcuni nodi teorici e politici che l’attività di Wikileaks mette in evidenza. Fa bene il giornalista ha ricordare la formazione «culturale» di Assange e degli attivisti di Wikileaks, ma ciò che emerge con forza è che quell’attitudine hacker deve necessariamente confrontarsi con l’uso intensivo e diffuso dei social network. E di come sia imprescindibile sciogliere la matassa del rapporto tra l’attivismo digitale e i media mainstream.
L’esperienza di Wikileaks pone il problema della formazione dellì’opinione pubblica in una realtà dove c’è un eccesso di informazione che determina una sua entropia. Assange e i suoi compagni hanno compreso che tale entropia non sia sinonimo di maggiore capacità di scelta dei singoli, ma che la massa di informazione debba essere sempre e comunque contestualizzata. Il nodo, cioè riguarda non l’informazione ma il contesto in cui viene prodotta e diffusa. Da qui la necessità di chi, singolo, o gruppo, si pone l’obiettivo di definire le coordinate sociali, culturali e politica in cui la denuncia dell’operato criminale di uno smaltimento di rifiuti tossici incontro il consenso delle istituzioni che dovrebbero contrastarlo, come è accaduto in uno degli scandali denunciati da Wikilieaks in Kenya. Il problema non è dunque l’informazione, ma come vengono prodotti e «governati» i flussi di informazione in una realtà dove il sovraccumulto di dati è la norma e non l’eccezione.
Il surplus di informazione non è dunque l’eccezione, ma la regola nel mondo della Rete. Da qui la necessità di un confronto con una realtà che definisce nuovamente il modo di produzione dell’opinione pubblica, che ha la Rete come luogo privilegiato, ma anche di come le grandi corporation operano dentro Internet.
Nell’asettico linguaggio di Internet il flusso dell’informazione c’è un’espressione che è frequentemente usata. Si tratta del cloud computing, che non coincide solo con la circolazione dei dati, ma anche del software, dell’hardware (il marxiano udo capitalistico delle macchine), dei social network, dei blog che lo veicolano. Va detto che Wikileaks prova a gestire efficacemente il flusso deidati che produce e veicola e prova a fare i conti anche con altri modalità di diffusione delle informazione (i media mainstream). E sceglie una modalità di rapporto che oscilla tra cooperazione conflitto.
Una cooperazione che ha avuto il suo acme quando Wikileaks ha scelto di fornire in esclusiva ad alcuni grandi quotidiani i materiali riservati scelti per la pubblicazione (Il «New York Times», «The Guardian», l’italiano «l’Espresso», solo per citarne alcune dei media tradizionali coinvolti nell’attività di Wikileaks), ma anche relazioni conflittuali al punto di considerare le grandi imprese dell’infotaitment uno strumento «uso e getta».
Wikileaks ha il grande pregio di fornire informazioni che evidenziano la crisi della democrazia rappresentativa, laddove si manifesta l’assenza di quel filo rosso tra maggiori informazioni e maggiore potere di scelta che il pensiero politico liberale e democratico ha ritenuto il fattore fondamentale per qualificare positivamente un sistema politico. La diffusione di informazione, così come un maggiore trasparenza non coincide con una maggiore democrazia, bensì pongono con forza la necessità di svelare l’arcano del modo di produzione dell’informazione e dell’opinione pubblica. È su questo crinale che si misurerà la potenza politica o meno di Wikileaks. Per il momento, non si può che essere d’accordo con Julian Assange, come d’altronde evidenzia il libro della Barbera Edizioni. Ma quella di Wikileaks è comunque un’esperienza dove luci e ombre si alternano dentro il flusso, meglio il cloud computing che caratterizza lo sviluppo attuale della Rete. La vera posta in gioco è quel flusso di dati che non coincide solo con l’asettica scansione di fatti e «eventi», ma con il modo di produzione della ricchezza en general.
Articolo apparso su il manifesto del  3 maggio 2011
  • http://www.alpcub.com Piero

    1 maggio internazionalista – anche a Perosa

    – libero chi legge (ricordiamoci di don Lorenzo Milani) –

    Della crisi Newcocot hanno già parlato le Rsu, il mio è un intervento personale, del resto la linea di alpcub la conoscete già dalle locandine di questi anni. Ho chiesto di parlare per 10 minuti e comincio dai titoli dei quattro punti che toccherò:
    1-Il sindacato deve restare vicino alle lavoratrici della newcocot qualunque sia la loro sorte
    2-Una mia riflessione sul 1 maggio e sulle lotte sindacali di questi mesi e future
    3- Novità politiche e religiose del primo maggio 2011: dirò due commenti
    4- Da metà degli anni Novanta siamo sempre in guerra: alcune riflessioni

    1.Parlo a tutte le lavoratrici e lavoratori presenti del cotonificio: scusate se parto dal mio limitato ruolo di volantinatore davanti alla fabbrica.
    *Ho passato 1ora e mezza la settimana per sette anni , da volontario alla porta della fabbrica- distribuendo la locandina a tutte. Se era sbagliato dovevate dirlo e io mi guardavo la televisione.
    Oggi non me la sento di buttare via questo lavoro che era alimentato dalle riflessioni delle operaie più consapevoli, di alp, del presidio e anche mie .Ora che sembra finire – per molte- l’avventura della telenovela del cotone, da tutte sperimentata sulla propria pelle, mi aspetto che alp stia ancora vicino alle lavoratrici. Molte perdono il lavoro, e torneranno nelle case della valle, c’è chi è sconsolata per le sorti dell’azienda e proprie e per aver vissuto in fabbrica molto isolamento e tanta derisione in passato.

    Anche se c’è chi dice che molte operaie sono come un terreno pietroso che dà poco o nessun frutto, dobbiamo continuare a seminare e raccoglieremo quel che ci meritiamo: spero in una crescita della ‘coscienza’ e della capacità critica collettiva.
    La storia di chi viene licenziato non finisce qui, la storia non si ferma, come non si è mai fermata in passato.
    Dobbiamo quindi aiutare le operaie anche in futuro, comunque andrà a finire, e sostenerle nella ricerca –difficilissima- di un lavoro alternativo a questa fabbrica, in valle o altrove.
    Penso al ‘mercato’ delle badanti, oggi costituito in valle da lavoratrici immigrate di altri paesi: se qualcuna di voi vuole provare a inserirsi in questo campo del lavoro di cura, il sindacato dovrà provare a organizzarle e aiutarle, ad esempio con una cooperativa, che permetta anche di evitare il lavoro in nero, pur col lavoro a ore.

    * Non sono solo un iscritto ad alp sono un ex licenziato della Fiat (1979) e resto un apprendista-comunista, oggi con 63 anni di età. Non mi sono mai fatto illusioni – almeno da dopo il 1980 , e quindi non sono deluso da niente, sono ottimista – fino a prova contraria. Non tanto sul futuro del lavoro in Newcocot ( oramai dipende dalla possibilità di trovare un padrone –buono o cattivo-) sono ottimista sulla lenta e possibile maturazione delle persone. Alp non ha lavorato invano, pur con tutti i suoi difetti. La crisi mondiale e la globalizzazione avanzano producendo la crescita di lotte, movimenti, coscienze: apriranno gli occhi a tutti prima di quanto crediamo.
    Termino questo primo punto ripetendo che sono a riposo, riduco di molto il mio il mio impegno per alp, anche per l’età, ma questo non vuol dire che mi ritiro,anzi aspetto ordini dalle operaie del presidio.

    2. Il 1° maggio, deve unire la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori italiani con quella dei lavoratori e dei disoccupati di tutti i paesi. ( da uno scritto del sito internet di alpcub che ho curato per 11 anni)

    ” Italia: quali lotte, quale unità sindacale e per cosa? (nota A)

    Lo sciopero generale della CGIL arriva 3 mesi dopo quello proclamato da FIOM e sindacati di base per il 28 gennaio (sulla Fiat e la linea Marchionne), e dopo lo sciopero separato del sindacato di base Usb e quello del 15 aprile dichiarato solo da CUB, Cobas, Comitato immigrati.
    La CGIL ha deciso di lottare, non è mai troppo tardi, ma la lezione dell’Egitto ci insegna, con tutte le differenze, che occorre in Italia una lotta più dura, più lunga, più partecipata e con obiettivi veramente legati agli interessi della classe operaia e dei disoccupati.
    Oggi siamo lontani da questo obiettivo, occorre ‘aspettare’ che la crisi del capitale chiarisca a molti – attendisti o ancora ‘garantiti’ – che occorre scendere in piazza e difendere ‘tutti insieme’ – a partire dagli operai- (ma chi vuole mettersi insieme agli operai?) la propria sopravvivenza immediata e futura. Occorre anche che cresca la capacità critica, la coerenza di vita personale, la ‘libertà’ dai modelli di consumo e dall’ideologia, imposti dalla classe dominante. Insomma bisogna fare la propria- difficile a farsi- rivoluzione personale.

    Non è facile arrivare all’unità di lotta: i lavoratori la chiedono (almeno i più consapevoli ), ma i vertici sindacali continueranno a marciare divisi per lungo tempo se restiamo passivi e deleghiamo loro le decisioni. (Non ho mai accettato di dividere i lavoratori in base alle diverse bandiere sindacali, politiche e religiose , né di tifare per una o l’altra sigla. Ho aderito ad alpcub nel 1995 per la situazione particolare di burocratizzazione – anche nella CGIL pinerolese, – e contro l’accordo sulle pensioni.Per anni anche la CGIL pinerolese si è ‘addormentata’. So che le divisioni sindacali sono il prodotto, fra l’altro, della degenerazione inevitabile del sindacalismo moderno) – notaB: Questa parte non è stata letta al 1 maggio perché era rimasta negli appunti….
    * E poi non basta la lotta sindacale, che si svolge nel limite della contrattazione della forza lavoro – spezzettata- con padroni e governi. Ho abbastanza esperienza per attendere il ‘giusto’ momento, senza cedere alle scorciatoie e senza più illusioni giovanili , nè subire quelle delusioni che in questi anni hanno decimato la sinistra italiana-. Non ho fretta. Chi ha fretta faccia la sua strada e provi – da solo – a cambiare il suo avvenire , come dice la propaganda padronale e di regime.
    Può darsi che il ‘momento giusto’ arrivi presto o … con un’altra generazione. Intanto, quando non si lotta, ‘siedo sulla riva del fiume ad attendere il passaggio del cadavere dell’avversario di turno’(Mao- a memoria). Nessun umano, nessun potere, è eterno, nemmeno il sistema capitalistico in cui ‘viviamo’.
    ‘Scenderò in piazza’ quando si muoveranno le grandi masse ( per me la ‘rivoluzione’ è quella condivisa dall’80% della popolazione di un paese (e non in un solo paese) . Sono per una rivoluzione che non abbia bisogno di ricorrere alla violenza nè prima, nè durante, nè dopo – a parte la giusta legittima difesa (come scrisse Gandhi) per contenere la minoranza privilegiata e conservatrice del vecchio potere che facesse resistenza. ”
    (nota A )Piero Baral/pensionatoalpcub ( chi vuole discutere queste posizioni scriva a pbaral@alice.it

    3. * Il 1 maggio 2011 cade di domenica e viene oscurato in Italia dalla decisione del papa attuale di proclamare oggi beato Karol Wojtyla, proprio nel giorno della festa mondiale dei lavoratori.
    Lo stesso papa Ratzinger pregava ieri sera dicendo di essere vicino ai deboli e ai poveri e sofferenti, ma non ha specificato se si riferisce anche ai lavoratori licenziati,in cig, precari, ai disoccupati, al 28% di giovani senza lavoro in Italia e nel mondo.
    · Riporto ora gran parte di un comunicato tratto da internet sul 1 maggio, dal titolo
    : “Un’unità di cui i lavoratori non hanno nessun bisogno”
    “CGIL, CISL e UIL dedicano la giornata del primo maggio di quest’anno al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ovvero all’unità dei lavoratori (italiani) con i padroni (italiani).
    Anche noi vogliamo dedicare il nostro primo maggio all’unità, ma all’unità di un altro tipo: quella dei lavoratori (italiani e non) contro i padroni (italiani e non).
    I lavoratori di tutto il mondo che sgobbano nelle fabbriche, nei campi, negli uffici… non sono italiani, ma noi ci sentiamo solidali con loro: noi siamo loro.
    Marcegaglia, Berlusconi, Montezemolo e tutti i loro domestici parlamentari sono italiani, certo, ma noi cosa abbiamo a che fare con loro?
    Che ci importa della nazione in cui siamo casualmente nati se in quella nazione noi siamo sfruttati ogni giorno da “connazionali” che fanno la bella vita arricchendosi con il nostro lavoro?
    Nessuna retorica può nascondere il fatto che da una parte stanno gli sfruttati, dall’altra gli sfruttatori.
    Chiunque non evidenzia con forza questa separazione e ci chiama all’unità nazionale, democratica, patriottica, legalitaria, securitaria, ecc… non è nostro amico. (…)”

    4 Siamo in guerra. In mancanza di un rapporto di forza adeguato e preventivo, ossia di una mobilitazione mondiale dei lavoratori, dei movimenti, all’ONU ha prevalso mesi fa una linea ambigua ed errata che ha dato il via alla guerra in Libia, che prima era solo una ‘limitata guerra civile’. L’ ONU doveva mandare le sue forze di interposizione per tenere divisi gli opposti contendenti.
    * Oggi vediamo così che continua la guerra alla Libia, è sotto l’egida della NATO, e segue, a partire dagli anni ’90, quella contro la Jugoslavia, l’Iraq e l’Afghanistan. La guerra è mossa dai precisi interessi dei poteri economici, politici e militari, opposti agli interessi delle popolazioni locali. NO ALLA GUERRA!
    * Il razzismo di stato, fatto di legislazioni speciali e di campi di concentramento per i cosidetti’clandestini’ , in cui incappano le migliaia di immigrati che giungono in Occidente per sfuggire alla morsa della miseria e della guerra ne è una ulteriore dimostrazione.

    contributo scritto di Piero Baral
    al 1 maggio 2011-Perosa
    (letto al 1 maggio promosso unitariamente dalle RSU della Newcocot)

  • bozo4

    Finalmente un articolo su Assange! E su quanto sia necessaria alla sopravvivnza
    della democrazia la libera circolazione delle informazioni.
    Ma a tutto questo manca una colonna: i cittadini devono avere tempo per
    discutere e riflettere, senza questo neanche le infomazioni aiutano molto. E una
    umanità impegnata 12 ore al giorno a lavorare o produrre bambini questo tempo
    non lo ha.