closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Europa LIBRI

Una crisi mai vista

Per­fino nel con­te­sto di una crisi mon­diale la sini­stra si rivela inca­pace di con­trap­porre poli­ti­che alter­na­tive al neo­li­be­ri­smo. Que­sta impo­tenza, que­sta inca­pa­cità di rispo­sta, cor­ri­sponde quasi a una sparizione.

Uscire deci­sa­mente dalla scia dei poteri domi­nanti costi­tui­sce l’unica pos­si­bi­lità di resti­tuire alle forze del cam­bia­mento un ruolo e una prospettiva.

La causa prin­ci­pale di que­sta para­lisi è il fatto che non è stata ancora messa a punto una rigo­rosa ana­lisi della crisi in corso. In un momento che dovrebbe richie­dere il mas­simo impe­gno, si sen­tono solo dei bal­bet­tii e delle pro­po­ste timide, inefficaci.

il manifesto-mani­fe­stolibri, prima ed. novem­bre 2014, A.A.V.V., pagine 120, for­mato 14,5 x 21 cm

Dall’introduzione di Mas­simo Loche e Valen­tino Parlato

Vale ricor­dare che nel terzo libro del Capi­tale Marx mette in evi­denza il mec­ca­ni­smo dell’inevitabile caduta del sag­gio di pro­fitto. Data la distri­bu­zione del red­dito tra capi­ta­li­sti e lavo­ra­tori, i primi cer­che­ranno di com­pri­mere i salari sosti­tuendo i lavo­ra­tori con mac­chine. La sosti­tu­zione di mac­chine a lavo­ra­tori pro­duce la disoc­cu­pa­zione, dun­que con­cor­renza fra disoc­cu­pati e occu­pati, dun­que dimi­nu­zione del sala­rio. Que­sta pra­tica, per il sin­golo capi­ta­li­sta, è razio­nale: al sin­golo capi­ta­li­sta con­viene che la forza lavoro sia pagata il meno pos­si­bile. Ciò che con­viene al sin­golo capi­ta­li­sta non con­viene però al com­plesso dei capi­ta­li­sti, per­ché i red­diti che pagano le merci pro­dotte sono prin­ci­pal­mente i salari. D’altra parte l’aumento del capi­tale costante rispetto al capi­tale varia­bile, a parità di ogni altra cir­co­stanza, farà alge­bri­ca­mente dimi­nuire il sag­gio dei profitti.

In un certo senso vanno in crisi con­tem­po­ra­nea­mente gli impren­di­tori e i lavo­ra­tori dipen­denti. La ric­chezza si con­cen­tra enor­me­mente e agi­sce solo in ope­ra­zioni finan­zia­rie e non in imprese pro­dut­tive. Tutto que­sto pro­voca una crisi di domanda e il rista­gno dell’economia. La con­cen­tra­zione della ric­chezza, ma soprat­tutto la pre­tesa che essa possa essere usata solo per l’ulteriore accu­mu­la­zione, riduce la domanda di beni e servizi.

La crisi che stiamo vivendo è assai più grave di quella del 1929, che con­tri­buì alla cre­scita del fasci­smo e del nazi­smo e dalla quale si uscì, non tanto con il New Deal di Roo­se­velt, ma con la seconda guerra mon­diale. La crisi attuale (non solo in Ita­lia) si è abbat­tuta sulla poli­tica e soprat­tutto sulla sini­stra, che non ha più una base cul­tu­rale e, per­tanto, cerca di soprav­vi­vere in modo disor­di­nato e con­fuso. Come ognuno può vedere. Que­sto avviene per­ché il disor­dine è quello deri­vante dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio trion­fante che punta solo a pro­ce­dere come una varia­bile indi­pen­dente dalla pro­du­zione. Ovvia­mente chi trionfa non ha nes­suna inten­zione di cam­biare le cose. Altret­tanto ovvia­mente que­sto com­pito (cam­biare le cose) dovrebbe appar­te­nere alla sini­stra intesa in senso lato ma la sini­stra non c’è o, per quel poco che soprav­vive, è debole, divisa, rissosa.

(….)

Come si è già detto la crisi eco­no­mica ha pro­dotto crisi poli­tica e cul­tu­rale. Con la crisi eco­no­mica pre­vale un prin­ci­pio essen­zial­mente difen­sivo e di con­se­guenza, un’azione cieca che manca di ini­zia­tiva e di stru­menti cri­tici. La prima con­se­guenza è, come appare evi­dente a tutti, che i par­titi non ci sono più. Si sono tra­sfor­mati in aggre­ga­zioni disor­di­nate di inte­ressi , senza un ideale, e (come le per­sone) cer­cano solo di arran­giarsi. Così viene avanti l’astensionismo e il gril­li­smo, men­tre cre­sce il potere dei gruppi di inte­resse che pro­vo­cano gli scan­dali di cui son piene le cro­na­che. La crisi cul­tu­rale è con­se­guenza di que­sto pre­va­lere degli egoi­smi di basso conio.