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Editoriale

Stiamo assistendo a una indegna e inutile tortura

Intervento. Con tutte le scelte sulla Grecia l'Europa esce priva di ogni residua credibilità. Le misure richieste prolungano l'agonia di Atene, centellinando la tortura

Hollande, Merkel e Juncker

Con le proposte di lunedì scorso il governo Tsipras si è spinto molto in là nelle concessioni alla Troika.

All’inasprimento della pressione fiscale sulle imprese si è aggiunto un inasprimento non banale dei contributi sociali che colpisce imprese, salari e pensioni. Queste in Grecia sono piuttosto basse con il 60% dei pensionati con un reddito netto sotto i 700 euro mensili, malgrado le sciocchezze che si sentono – martedì sera dal prof. Quadrio Curzio su Radio 1 – di pensioni a livello tedesco. E spesso la pensione è l’unico reddito della famiglia estesa.

Nonostante ciò la Troika non è soddisfatta, soprattutto nei riguardi delle misure sulle imprese (che non necessariamente sono un bene). Si tratta di misure recessive che non interrompono l’austerità. Non ci deve consolare l’alleggerimento del target di surplus primario del bilancio pubblico dai 3 o 4,5% chiesti dalla Troika al’1% nel 2015 (e 2% nel 2016).

La differenza è nell’uccidere subito il condannato o torturarlo ancora più a lungo. Perché di una indegna e inutile tortura stiamo parlando.

La soluzione ragionevole c’è, e Varoufakis l’ha riproposta all’Eurogruppo la scorsa settimana: il fondo salva-Stati europeo emetta titoli per acquistare i titoli greci in mano alla Bce (26 miliardi) con il duplice effetto di dilazionare la restituzione di questo debito fra dieci o vent’anni dando respiro al bilancio greco e consentire alla Grecia di entrare nel programma di quantitative easing della Bce (ora quest’ultima non può acquistare titoli greci perché già ne ha troppi in pancia).

Su questo tema l’Europa ha già detto no, che se ne riparlerà più avanti.

Che se ne dovrà riparlare è sicuro visto che la confermata austerità impedirà alle finanze greche la restituzione di questi fondi alla Bce e anche di quelli al Fmi (32,5m).

L’unica concessione alla Grecia sono i famosi ultimi 7,2m del piano di salvataggio in scadenza con cui essa potrà ripagare la tranche al Fmi in scadenza questo mese e le rate di luglio e agosto alla Bce.

Questo è perverso. Si sa che un nuovo piano di salvataggio sarà necessario quando le prossime rate verranno a scadenza. Ma il salvataggio deve avvenire, nel disegno dei torturatori, centellinando le erogazioni in corrispondenza alle rate in scadenza, tenendo il governo greco col cappio al collo.[/do]

Logica vorrebbe che l’Europa si assumesse subito e ora tutto il debito greco con Bce e anche Fmi – come molti economisti hanno invocato, anche conservatori quale Jacob Kirkegaard del Peterson Institute – nei fatti dilazionandolo per qualche decennio sì da liberare per un po’ la Grecia dal fardello.

A quel punto pur vincolata da obiettivi stringenti di bilancio, la Grecia disporrebbe di uno o due miliardi al mese in più (lo dico ad occhio) da spendere per sostenere la domanda interna ed effettuare politiche di sviluppo.

La prospettiva cambierebbe radicalmente.

La ragione dell’apparentemente illogico rifiuto europeo va probabilmente trovata nelle elezioni spagnole: far capire a Podemos che non v’è possibilità di europeizzazione dei debiti sovrani e all’elettorato che le forze alternative troveranno un muro.

E non si dica che il cattivo è il Fmi. Nel 2013 questo ha fatto autocritica affermando di essere stato tirato dentro al primo «salvataggio» della Grecia nel 2010 – quello che salvò le banche francesi e tedesche coi soldi anche del contribuente italiano – consapevole già allora che il debito greco andava ristrutturato.

Una volta tirato dentro il Fmi, che gestisce quattrini dei contribuenti di tutto il mondo, fa il suo mestiere di pretenderli indietro. Se vuole, l’Europa lo può liquidare.

È questa che ne esce priva di ogni residua credibilità, sperabilmente anche agli occhi di coloro che pervicacemente ancora sperano in un suo mutamento.