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Alias Domenica

Starnone, quel che segue a un terribile segreto

Scrittori italiani. In «Confidenza» l’intreccio viene a più riprese interrotto da inserti di natura critico-riflessiva sulla scuola, la politica, la disgregazione sociale, perfezionando il carattere del protagonista: da Einaudi

Olivo Barbieri, «Napoli 09»

Olivo Barbieri, «Napoli 09»

L’amore, la scuola, l’invecchiare: tornano, inseriti all’interno di una complessa vicenda sentimentale, i motivi consueti della narrativa di Domenico Starnone, e i temi più saggistici a lui cari, a partire dalla questione pedagogica: il motore dell’intreccio, in Confidenza (Einaudi, «Supercoralli», pp. 152, € 17,50: una mattinata con autori einaudiani gli verrà dedicata, oggi, al Piccolo Eliseo di Roma) è semplice ma ha in realtà una risoluzione assai articolata. Un uomo, alla fine della sua relazione, confessa alla donna il proprio segreto più terribile, e dunque procede nella sua vita di marito, padre, insegnante, intellettuale pubblico, considerando quella rivelazione tanto come una bomba in grado di distruggerlo, quanto lo sprone a diventare un uomo migliore.

Tre donne sono al centro dell’intreccio: tre figure che in qualche modo rispecchiano le velleità, le qualità e le idiosincrasie del protagonista. Teresa, sua allieva, mette a frutto il proprio talento a discapito degli affetti familiari, dell’amore e anche del culto del proprio territorio di appartenenza e delle istituzioni nelle quali combatte per cambiare le cose; ma funziona anche da pungolo per il protagonista, perché si rinsaldi nella sua funzione, sia pubblica che privata. Nadia, la moglie, è il prodotto di generazioni di insegnanti, la trincea difensiva di un ambito privato onesto e dignitoso che mostra tuttavia i lati oscuri della frustrazione e di episodiche depressioni. La figlia Emma ha mutuato dal padre la coscienza politica e un sincero desiderio di azione che si scontra tuttavia con i dubbi paterni, con l’insicurezza di lui come intellettuale, padre, marito.

Tre componenti formali si sommano a vantaggio, anche, della trama: ad un primo livello, Confidenza è un romanzo-saggio, il cui intreccio viene a più riprese interrotto da inserti di natura critico-riflessiva (sulla scuola, la politica, la disgregazione sociale), inserti che tuttavia non restano esterni al testo, anzi contribuiscono a perfezionare la fisionomia del protagonista (e il suo rapporto con gli altri personaggi). Nell’oscillazione fra l’immagine che il protagonista intende offrire di sé al mondo e la propria autoanalisi sta forse il vero centro del romanzo, che conduce al secondo elemento formale: come spesso gli accade, Starnone scavalca all’indietro, con piena coscienza, due assunti che sembrano dominanti nel romanzo italiano d’autore degli ultimi anni: la scarsa importanza dell’intreccio e l’assenza di introspezione psicologica.

In Confidenza, l’intreccio è centrale, incalzante fino alle ultime pagine: i fatti, sembra dire Starnone, contano ancora parecchio e la funzione della letteratura è ancora quella di raccontare storie. In secondo luogo, la spietata autoanalisi che il protagonista compie su di sé guadagna un posto centrale nella narrazione e si traduce nella formazione di un carattere, trasformando il romanzo in riflessione sul ruolo (pubblico e privato) del pedagogo e, per estensione, dell’intellettuale tout court.

Naturalmente, non è prevista alcuna destinazione finale per questa identità in fieri, ma il senso dell’operazione narrativa sembrerebbe stare proprio nella impossibilità di approdare a un punto fermo, di giungere a una coerenza fra sfera pubblica e privata, in un tentativo, sembra dire l’autore, destinato a durare tutta una vita. L’ultimo elemento formale su cui vale la pena fermarsi è infatti il lunghissimo arco temporale del romanzo, che ci fa seguire il protagonista dai suoi trent’anni fino all’estrema vecchiaia.

Sempre dominante su quello simbolico, il polo realistico finisce per escludere lo svolgimento di una vicenda esemplare. Il silenzio in cui il protagonista si rinchiude dopo aver pubblicato i suoi primi due saggi non è altro se non lo specchio del suo fallimento, che può anche funzionare da sintomo di qualcosa di più vasto; ma l’estremo realismo della narrazione scoraggia una simile allusione, e fa pensare che Starnone, più che pretendere di rappresentare una intera generazione abbia voluto interpretare una delle sue possibili parabole.