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Editoriale

Sotto gli occhi dell’Europa

Il gruppo dirigente di Alba Dorata è stato arrestato ieri mattina ad Atene con l’accusa di associazione a delinquere, secondo l’articolo 187 del codice penale che consente di non tener conto dell’immunità parlamentare. L’ordine d’arresto è stato firmato dal procuratore della Cassazione in evidente discontinuità con la precedente politica di tolleranza, se non di connivenza, nei confronti di un’organizzazione criminale che ha avvelenato la vita politica e sociale greca con la diffusione di una cultura razzista che non si vedeva in Europa dai tempi della Germania nazista. Cosa accadrà successivamente è difficile prevederlo, è indubbio, tuttavia, che si è trattato di un atto dovuto che arriva con grande e colpevole ritardo.
Il consenso popolare a un manipolo di nazionalsocialisti, come quelli di Alba Dorata esplicitamente si autodefiniscono, è cresciuto nel giro di quattro anni a vista d’occhio e nessuno è in grado di dire quali saranno le ricadute dell’operazione giudiziaria di ieri sulla loro forza elettorale passato il momento iniziale di shock. L’auspicabile effetto catartico può forse arginare per il momento un’evoluzione inquietante ma certamente non potrà annullare l’avvelenamento psicologico e culturale di una parte crescente della popolazione greca dal momento che tutti i fattori che l’hanno determinato restano in opera. Non si può comprendere l’enormità del fenomeno di Alba Dorata se non si tiene conto del fatto che in Grecia la cultura fascista/nazista non ha mai attecchito, perfino all’epoca dei colonnelli, e la sua esplosione sembra sorta davvero dal nulla come una malattia maligna di cui si è ignari fino al momento della sconvolgente diagnosi. Il popolo greco è allo stremo sotto il peso di una strategia di «cura» (la cui iniziale natura punitiva è stata ufficialmente riconosciuta dagli stessi responsabili europei che se ne occupano) che appare senza via d’uscita tanta è la gravità degli effetti collaterali che determina. I danni «iatrogeni» (come si definiscono nel gergo medico i risultati patogeni delle terapie) sono tali che il malato è sul punto di soccombere. Non si tratta solo del ritorno ai livelli di povertà di quarant’anni fa in poco tempo né del fatto che un’intera generazione di giovani è senza destino (con imprevedibili conseguenze per le generazioni prossime); la violenza acrimoniosa con cui una «lezione» insensata viene loro impartita da chi, con tutta l’ingenuità che fa parte delle relazioni affettive, hanno a lungo considerato come amico e alleato, lascia i greci tramortiti e esposti a reazioni psicologiche tanto sconsiderate quanto storicamente prevedibili.
Dopo la prima guerra mondiale le nazioni europee vincitrici non hanno resistito alla tentazione di punire in modo esemplare il popolo tedesco, parte indissociabile della loro stessa cultura e ragion d’essere. Mortificare il fratello vinto è ubris, come Antigone ci insegna: mancanza del senso dei limiti che è foriera di catastrofi. Non ha importanza se decenni fa a essere umiliata è stata la grande Germania e oggi a mangiar polvere è la piccola Grecia. Quando il germe dell’insensibilità e del disprezzo trova terreno fertile in noi (nel tedesco contento di sé nei confronti del «furbo» greco e nel greco abbrutito nei confronti dello «sporco» pakistano) il futuro si tinge di nero per tutti: giusti e ingiusti.

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