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Società malata e «pericolo giallo»

Le reazioni esageratamente allarmate di parte della popolazione italiana, impaurita dal contagio di un virus sconosciuto e facilmente trasmissibile, sono assecondate e gonfiate da divieti e sbarramenti di ogni genere decisi non solo dal nostro governo, ma anche da quelli di altri paesi europei e non. Blocchi alle frontiere, autobus sequestrati e passeggeri messi in quarantena, navi-crociera trasformate in lazzaretti e altre reazioni simili ripetono il rigetto indiscriminato dei cinesi, spinto fino alla sindrome del «pericolo giallo».

Questa volta siamo oggetto, invece che soggetti, di manifestazioni aggressive che, generalmente, sono figlie della paura. E la paura, in quanto sentimento irrazionale, può essere immotivata, esagerata e perfino artatamente indotta.

In questi stessi giorni e settimane stiamo assistendo ad altre manifestazioni di aggressività e false paure in tanti episodi di un razzismo dilagante. Tra i due fenomeni, apparentemente diversi, esiste una connessione perché sono entrambi prodotti della chiusura crescente in atto nelle società tardo capitaliste. Una chiusura che continua ad avere la sua molla principale nella presunta minaccia rappresentata dai migranti.

La paura volutamente instillata nell’opinione pubblica europea e nord-americana del pericolo che i migranti dal Sud del mondo rappresenterebbero per il benessere e la sicurezza per le popolazioni di più lunga residenza si basa su un grave inganno. Infatti è ampiamente dimostrato che i paesi meta, non solo trarrebbero beneficio, ma hanno necessità di accogliere un numero di migranti molto maggiore di quelli che bussano attualmente alle loro porte. E ciò in termini demografici, economici, di supporto ai sistemi di welfare, nonché di arricchimento socio-culturale.

Da tempo è chiara la duplice funzione di tale inganno. Da un lato, serve ad occultare interessi economici e scelte politiche che, particolarmente negli ultimi decenni, hanno ridotto diritti e condizioni sociali delle classi lavoratrici e ceti medi dei paesi di più antico sviluppo. Dall’altro, trova in una presunta minaccia proveniente dall’esterno un facile strumento di controllo e disciplinamento sociale. Infatti le vere ragioni del malessere sociale e disorientamento politico vengono dirottate verso le false identità di razza, nazione, civiltà. Il risultato è una crescita su se stesse delle politiche di chiusura.
Senonché, le società umane sono sistemi viventi che necessitano di apertura e interazione con l’ambiente esterno per potere trasformarsi ed evolvere.

La chiusura le soffoca e le ammala. E una società malata precipita in una crisi di anomia e perde le coordinate di senso che sono necessarie alle scelte individuali e collettive.

Ci troviamo, perciò, di fronte ad una deriva pericolosa, perché discriminazione e razzismo sono sentimenti distruttivi del tessuto sociale e dei rapporti di convivenza che ne assicurano la tenuta. E l’indebolimento della compagine sociale non fa che aggravare il malessere e il disorientamento di gran parte della popolazione alimentando un circolo vizioso tra insicurezza e xenofobia che diventa sempre più difficile interrompere.

Sappiamo bene che in passato è stato in condizioni simili che è lievitata la propensione per regimi autoritari che hanno fatto leva su false identità e sicurezze.

Perciò va combattuto con grande determinazione ogni comportamento collettivo e strumentalizzazione politica che, per un verso o per l’altro, si accosti ad una tale pericolosa china.


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