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Editoriale

Smemorati fan dell’eversore

Cesarismo criminale. La folta compagnia dello «statista», dalle grandi firme del Corriere, ai neofiti del neoliberismo del monopolista, ai D’Alema e Violante che ne omaggiavano l’impero mediatico. Fino all’approdo delle larghe intese

Per gli storici e per la storia bastava la sentenza della Cassazione del 1° agosto 2013 a certificare ufficialmente, oggi e per le generazioni future, che Berlusconi è un criminale. La sua decadenza da senatore – salvo sortite suicide in aula dei parlamentari Pd – taglia ora profondamente nella carne della politica, tanto dei suoi alleati che dei suoi avversari.
Chiude vent’anni di storia nazionale. Ma la sentenza è stata importante perché – nell’ipotesi improbabile che Berlusconi debba uscire indenne dai processi che l’attendono – mette già il bollo della legalità repubblicana sulla fedina penale del personaggio e colloca nell’indiscutibilità storica la sua condanna. E’ un atto formale importante, perché la legalità, in Italia, è diventata opinabile, oggetto di contese. Benché oggi sia lo stesso Berlusconi a mettere la sua firma autentica sotto la propria biografia di delinquente. E’ dalla data della sentenza definitiva che egli ha dismesso i panni dello statista e ha assunto quelli del capo eversivo, frenato solo dai quotidiani calcoli di convenienza.
Non solo egli non accetta la legge dello stato, ma è all’opera per ricattare il governo, il parlamento, la Presidenza della Repubblica e lanciare minacce in ogni direzione. Tale violenta insubordinazione illumina sinistramente sia le sue oscure origini di imprenditore che l’intero suo percorso di uomo politico. E’ evidente che egli non si è mai fermato di fronte ai vincoli di legalità quando li ha incontrati come ostacoli sul suo cammino.
Così come è chiaro che i tanti processi, passati e pendenti, dipendono da questa sua attitudine al crimine, negli affari e nella politica, e che la cultura del personaggio è quella del gangster. Gangster, termine già usato da Eugenio Scalfari, è etimologicamente calzante, perché trae origine da gang, banda e dunque rinvia al carattere organizzato del suo agire delittuoso. La condanna di Previti, compratore di giudici e proposto dal Capo quale ministro della Giustizia – in un processo da cui Berlusconi è uscito grazie alla prescrizione – lo ha provato ampiamente. Non a torto Roberto Saviano – lo ricorda Francesco Erbani su Repubblica del 5 settembre – ha osservato che Berlusconi usa un linguaggio di discredito della magistratura e di rifiuto delle sentenze che è il medesimo dei mafiosi e dei camorristi.

Dunque tutto racconta che un malvivente è stato per ben tre volte capo dell’esecutivo nel nostro paese e ha dominato per vent’anni la scena pubblica. Non era mai accaduto nella nostra storia né in quella dell’ Europa contemporanea. E in effetti il cesarismo criminale mancava alla collezione storica delle nostre perversioni politiche. Una parabola che si chiude nell’ignominia della persona e nel declino generale del paese, trascinato per quasi vent’anni dietro le sue politiche fallimentari. Insisto su tale aspetto – su cui molti commentatori si sono già soffermati – per sottolineare l’abisso da cui usciamo. Per tentare di tracciare una demarcazione di fuoco, tra questa fase e quella che deve necessariamente seguire.
Ma Berlusconi non ha agito da solo, né sul piano criminale né su quello legale. Non mi riferisco alla sua ristretta corte: il più squallido campionario antropologico che abbia mai calcato la scena politica in Occidente. Egli a lungo ha goduto dell’appoggio incondizionato di grandissima parte della borghesia italiana e dei suoi intellettuali. Sino all’esplodere della crisi ha avuto la Confindustria dalla sua parte. Perfino i giovani industriali erano entusiasti di lui. Qualcuno ricorda i raduni annuali nei quali i giovani imprenditori si spellavano le mani in applausi alle sue battute? Certo, essere un bravo imprenditore non sempre si accompagna all’accortezza politica. Ma scambiare Berlusconi per uno statista non è un errore da poco, benché nazionalmente così diffuso. Ma quanta stampa, anche non alle sue dipendenze, gli ha fatto coro e dato sostegno per anni? Occorrerebbe ricordare almeno gli editorialisti del Corriere della Sera, che hanno messo la propria autorevolezza e quella del loro giornale, con finti contorcimenti – si coniò allora il termine “cerchiobottista” – al servizio del gangster. Ricordo almeno un articolo di Angelo Panebianco (11 novembre 1997) che gridava a «un regime più o meno soft, fondato su un soffocante conformismo», incarnato nientemeno che dal governo Prodi. Un articolo di cui non si sa se stupirsi di più per la faziosità dello scienziato della politica o per l’inconsistenza predittiva del giornalista, che vedeva un regime nascente in un traballante governo, destinato a cadere 11 mesi più tardi.
I governi del Cavaliere (proprietario di 3 canali Tv, case editrici, giornali, produzioni e distribuzioni cinematografiche, istituti finanziari) ovviamente, per gli editorialisti del Corriere, fieri liberal e nemici dei monopoli, non incarnavano tali rischi. Ma Berlusconi ha goduto anche dell’appoggio della Chiesa italiana e soprattutto della Cei, fino a quando l’indecenza scandalosa dei suoi comportamenti l’ha reso possibile, e tollerabile agli occhi dell’opinione pubblica cattolica. E qui bisogna dire – e lo dico nel momento in cui papa Francesco sta inaugurando una pagina straordinaria di rinnovamento e di speranza – che la Chiesa, nel mercimonio sistematico con Berlusconi e i suoi governi, ha scritto una delle pagine più opache e scadenti della sua storia recente. Ci siamo dimenticati il rozzo e feroce razzismo di stato praticato dalla Lega dall’alto dell’esecutivo? Ebbene, prima che papa Francesco si recasse a Lampedusa, la Chiesa – evidentemente attenta ai vantaggi economici contrattati con l’esecutivo – ha taciuto o appena balbettato tanto sulla barbarie culturale della Lega che sui migranti respinti o segregati nei Cie, quando non perivano nel Mediterraneo. Per non dire della brutalità integralista con cui le autorità religiose, spesso col concorso di ministri che avevano giurato fedeltà alla Repubblica, sono intervenute per privare i cittadini italiani del diritto a nascere e a morire.
Ma del ventennio fanno parte anche gli avversari del Cavaliere, indubbiamente rimpiccioliti e immiseriti, dall’aver avuto come controparte nulla più che un malfattore, ancorché abile comunicatore di ciance. Raccontano le cronache che Massimo D’Alema abbia agli inizi considerato un vantaggio politico il fatto che Berlusconi fosse gravato da un così enorme conflitto d’interesse. E Luciano Violante ha poi rivelato che ci fu un accordo tra gli ex-comunisti e Berlusconi per non toccare le sue televisioni. Ma vantaggio per cosa? Il vantaggio che si trae dalla posizione di illegalità dell’avversario non può che essere la sua ricattabilità. E la ricattabilità quale beneficio potenziale offre se non quello di realizzare accordi sottobanco? Ma vantaggio per chi?Per una parte politica, forse, non per il paese.
Il non scalfito impero mediatico del Cavaliere, oltre ad alterare gravemente il gioco democratico, ha inferto un colpo mortale al pluralismo della comunicazione, ha fatto delle Tv, private e pubbliche, la macchina incontrastata per la colonizzazione consumistica dell’immaginario nazionale. Vent’anni di desertificazione culturale hanno spianato la vita pubblica italiana. Ma gli avversari hanno anche fatto propri gli stilemi, il linguaggio, la cultura mercantile del magnate televisivo. Chi non ricorda gli elogi di D’Alema per la Tv? Ma egli ha trasformato il vecchio Pci – che indubbiamente andava rinnovato – nel partito del leader, che può fare a meno del legame con i territori, delle federazioni e delle sezioni, e che parla direttamente ai militanti, ormai solo elettori, nuovi consumatori di messaggi, tramite la voce televisiva del capo.
Naturalmente affinità di linguaggi e di modalità d’azione rivelano affinità di programmi, di orizzonti culturali. In questi vent’anni non abbiamo soltanto subito il danno dell’azione dei governi berlusconiani e la macelleria sociale della sua fase finale, ma anche il calco soffocante di questa versione cialtronesca del neoliberismo sulla sinistra storica. L’attuale governo è l’esito naturale – il “piano inclinato” di cui ha parlato Asor Rosa – di questa affinità di due ceti politici che hanno finito per rassomigliarsi nell’intento di salvare se stessi, prima ancora che il paese. Il voto (obbligato) del Pd alla decadenza di Berlusconi dovrebbe perciò essere occasione di una rottura definitiva con un passato i cui errori e i cui danni generali sono sotto gli occhi di tutti. Il cambiamento del gruppo dirigente del Pd è anch’esso obbligato. Un cambiamento di persone, ma anche di strategia e di visione, di modo di operare di un partito. Per questo, fatta la riforma elettorale, il governo Letta – figlio di una legge incostituzionale – deve chiudere. Non è certo sufficiente mandare a casa Berlusconi e il governo delle larghe intese per uscire dalla miseria del berlusconismo, ma certo è un passo preliminare e fondativo.
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