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Editoriale

Siamo fuori fase, il lavoro è fuori mercato

Covid. Bisogna garantire un reddito di base capace di proteggere ogni lavoratore occupato ma anche ogni disoccupato: dai danni della pandemia ma anche dal bisogno e dai ricatti del lavoro

Mentre la pandemia rincrudisce, c’è una sola certezza. Per il capitale, per le istituzioni finanziarie d’affari che lo rappresentano anche internazionalmente e per la Confindustria la sospensione del lavoro produttivo subalterno (e del consumo individuale) è un atto intollerabile. Tutto si può limitare, quello giammai. Mentre da più parti – fuori dalle fabbriche e dai luoghi considerati direttamente produttivi – cominciano le proteste delle categorie meno sicure nel reddito e più colpite dai nuovi mini-lockdown, che rischiano di agitare una guerra di tutti contro tutti e con le disuguaglianze destinate ad aumentare.

Ma è altrettanto intollerabile per questo governo, sentendo il presidente dal consiglio Conte che dichiara di volere salvaguardare «la salute e l’economia»? E per l’Unione europea, fino a pochi mesi fa vincolata al predominio di poche nazioni e alla ideologia ordoliberista tedesca, e che ora «grazie» alla pandemia è costretta a rivedere l’atteggiamento sul debito?

Le domande tornano utili ora che si dovrebbe elargire il Recovery Fund – quando fu deciso, l’Italia era il paese più colpito dal Covid-19, più bisognoso e pronto a tutti i costi a riprendere ogni attività produttiva con la richiesta, per la prima volta, di finanziamenti «a fondo perduto»; mentre ora i Paesi più colpiti sono Spagna, Francia, Belgio e non solo.

Era la «Fase due», sotto questo doppio ricatto. Ora a che fase siamo? Potremmo dolorosamente dire «fuori fase».

Con l’emergere del ruolo contraddittorio delle «contee» che autonomamente vanno a provvedimenti di chiusure e sospensione, senza contropartite, di forme di socializzazione che cominciano a rasentare la limitazione della libertà – che accadrà con la scellerata «autonomia differenziata» è mostruoso da immaginare.

È un fuori fase che subito pesa sulle condizioni di ripresa delle attività, quelle legate alle forme della socializzazione, quelle dei servizi – a cominciare da quelli sanitari pubblici prima disprezzati e ora all’improvviso diventato «eroici» e quelli della cultura, del cinema e del tetro che tornano ad essere considerati «tempo libero» e non produttori a tutti gli effetti. E che pesa come un macigno, ma di questo si tace, sul lavoro considerato direttamente produttivo. Un peso e un pericolo che precipita sulle spalle dei lavoratori e del sindacato e sulla democrazia che vive nei larghi spazi. In scacco appare anche la scuola che pure ha riaperto.

Fatto singolare il capo della Confindustria Bonomi scalpita, zufola e rimbomba. Vuole la normalità del mercato, a partire dalla libertà di licenziare subito o quanto prima, covid o non covid: un attacco che trasforma il cosiddetto lavoro subalterno garantito nella condizione prossima di precariato diffuso e sotto ricatto. Perché si agita tanto? Perché la condizione di pandemia svela che il re è nudo: gli salta sotto gli occhi il principio del comando sul lavoro. E invece si rende evidente che il lavoro.

Il salario e le imprese sono sovvenzionate dallo Stato, mentre i profitti restano privati. Per il lavoro infatti è bene dire che il riavvio non c’è mai stato: durante il lockdown dei mesi scorsi hanno continuato a lavorare 16,218 milioni di persone, pari al 69,6% della popolazione attiva, mentre un abbondante 30% è rimasto a casa (circa 7 milioni di lavoratori); invece dal 4 maggio fino ad oggi con la «fase due» lavorano ben 20,626 milioni di persone, circa l’86% del totale degli attivi.

Insomma, si chiudono bar e ristoranti alle 18, e si avviano chiusure generalizzate per fermare le notti «dell’aperitivo categorico» dalle 24 alle 5, ma si dimentica che milioni di persone lavorano in contro-orario dalle 5 alle 18, o alle 24. Ci si chiede: con quale distanza sociale nelle fabbriche, nei trasporti, e senza riduzione di orario per ridurre l’esposizione al rischio, visto che lo smart warking copre solo una minima parte dell’erogazione di lavoro? Intanto i contagi corrono. E stavolta tutto il mondo dei virologi prevede una lunga durata e una ripresa della pandemia.

Così decine di morti al giorno nelle aree del nord e non solo – delle fabbriche disseminate in aree interregionali raggiunte con trasporti precari a dir poco -, non sono marginali. Soprattutto si dimentica che non ci sono le condizioni sanitarie diffuse, dopo decenni di tagli alla sanità pubblica, di azzeramento di ogni prevenzione e di dilatazione del ruolo del privato (sempre garantito da soldi pubblici).

Nel silenzio quasi assoluto – rotto però, è bene ricordarlo, da scioperi operai nei primi mesi della pandemia – milioni e milioni di lavoratori in questi quasi 9 mesi, hanno continuato senza sosta a lavorare, un lavoro «forzato», che non può essere rifiutato nemmeno per difendere la propria salute, nelle fabbriche e nelle campagne.

È questa la protesta che manca, la sola che può unificare sotto il segno della solidarietà il disagio sociale e impedire una guerra intestina dentro lo stesso mondo del lavoro, tra «garantiti» e non. Intanto tra una task force e l’altra – sempre affidate a eminenti figure del mercato come Colau – è emerso il concetto mitologico di «lavoro eccezionale»; svelando, per esempio, che fabbricare armi e cacciabombardieri F35 è stata la filiera d’«eccezione» finalizzata alle guerre, che non si è mai fermata, come non si sono fermate le tante fabbriche «essenziali» che hanno devastato ambiente e salute come l’Ilva.

L’ultimo Dpcm assegna al comparto della difesa – armi e tecnologia di riferimento – ben 12 miliardi di euro di investimenti che si aggiungono ai già stanziati 26 miliardi, che – sempre per fare un esempio – andranno ad oliare gli investimenti della «nostra» Leonardo nella guerra in corso nel Nagorno-Karabakh.

Così da una parte abbiamo avuto e continueremo ad avere il lavoro «necessario», magari in telelavoro e per il mercato internazionale, ma di produzione di morte. Con la corsa folle a riaprire le attività produttive per sfidare la concorrenza su fette di mercato che rischieranno l’iperproduzione.

Se la guerra è necessaria al mercato, con la pandemia e la sua globalizzazione infettiva, proprio no: che modello di salvaguardia della vita è esportare armi a paesi in guerra, e contro le nostre stesse leggi che lo vietano?

Al contrario, dall’altra parte, si è affermato in questi due mesi di contagio, il lavoro di cura, non più nel solo ambito ristretto della famiglia ma nella società, e ha assunto «dignità» l’intero comparto del lavoro nero, dai braccianti, ai migranti, ai rider – questi ultimi soggetti ai ricatti più vergognosi.

C’è dunque un conflitto sotterraneo che la pandemia ha aperto e che va fatto emergere: il lavoro «necessario» o essenziale può essere solo quello riconvertito nella produzione materiale secondo una domanda sociale e collettiva e a salvaguardia della salute e dell’ambiente, come da dettato della Costituzione. Come? Cominciando a considerare il lavoro stesso come fuori mercato, reinventando – su questo il Sindacato più consapevole dovrebbe intervenire non stare a guardare – cosciente che proprio la pandemia propone forme organizzative dirette e autogestite – sulle modalità concrete della sua redistribuzione.

Garantendo, in una fase che fa esplodere i dati sulla povertà di massa, un reddito di base capace di proteggere ogni lavoratore occupato ma anche ogni disoccupato: dai danni della pandemia ma anche dal bisogno e dai ricatti del lavoro.

 

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