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Serafini, satrapo patafisico che apre le porte del Paese delle meraviglie

Intervista. L'autore del Codex Seraphinianus

Luigi Serafini

Luigi Serafini

Nella sua abitazione-studio romana, dove da un momento all’altro ci si aspetta di incontrare Alice, il Bianconiglio o il Cappellaio Matto, Luigi Serafini, artista poliedrico, pittore, architetto, designer, autore dell’ineffabile Codex Seraphinianus, racconta del suo parallelismo al centenario vianesco.

Boris Vian è uno dei satrapi del «Collège de Pataphysique», e lo sei anche tu…
Sì è stato Fernando Arrabal in particolare a promuovermi, più che altro per i meriti del Codex. Il vero e proprio ingresso nel College è avvenuto in un bistrot di Parigi, l’Old Navvy al 150 di boulevard Saint-Germain. Ora non c’è più, è bruciato in un incendio, i gestori si sono spostati in un altro bistrot storico, Le Balto in rue Mazarine. La mia investitura a satrapo è avvenuta così, seduti a un tavolo con Thieri Foulc il provveditore del Collège, bevendo un bicchiere di vino. È stata una investitura molto patafisica.

Si può spiegare cosa sia un satrapo del Collège?
È una carica onorifica, non comporta nessun obbligo, nessuna prebenda né riconoscimenti. I membri del Collegio decidono che qualcuno – per meriti acquisiti – possa entrare nel Collegio e così avviene l’investitura. A me è capitato nel 2016 e sono l’ultimo nell’elenco. Prima, tra gli italiani, c’erano stati Umberto Eco, Dario Fo e Enrico Baj.

Di Boris Vian mi ha molto affascinato questa suo rapporto con la letteratura e il jazz, scrivere e suonare sembrano due cose lontane, più che disegnare e suonare. Mi ha affascinato questa attrazione che ha avuto per il jazz e pensando al suo viaggio a New Orleans, la Nouvelle Orléans, sentire forse chissà degli echi di qualche eredità francese lasciata da quelle parti. Lo sdoganamento in ambito cinematografico del jazz avviene proprio a Parigi con Miles Davis che fa la colonna sonora di Ascensore per il patibolo, mitico film di Louis Malle, è la prima colonna sonora interamente jazz.

Avevo sentito parlare di patafisica, Jarry, Pere Ubu… è un grande evento incontrare un personaggio come Ubu, l’ho incontrato da giovane, per una certa affinità col surrealismo, e quel mondo mi ha portato a incontrare in particolare Raymond Roussel, che secondo me è anche piu patafisico anche se lui non si è mai detto tale. Un libro che mi impressionò moltissimo fu Locus Solus che ai tempi dei tempi fu ripreso da Memè Perlini, per me fu una rivelazione, più che Jarry,
In Francia Boris Vian si studia a scuola, in Italia è quasi sconosciuto…

È sconosciuto come può esserlo Raymond Roussel, o Alfred Jarry, diciamo che tutta quella parte surrealista, post-surrealista è stata liquidata in modo maldrestro. Nella Storia dell’arte di Argan, il surrealismo era archiviato in quattro e quattrotto. Io credo invece che abbia rappresentato un cambiamento quasi antropologico.

Si possono paragonare surrealismo e dadaismo alla Beat generation?
Certo, penso che la rivoluzione surrealista sia stata ciò che ha permesso tutto il resto. In Italia ha vissuto un artista come De Chirico che era considerato quasi un profeta del surrealismo da Breton – lo chiamavano Sciricò e credo che sia ancora ricordato ancora così in Francia.

Che rapporto hai con Parigi?
La conosco abbastanza bene, almeno alcune sue zone, non posso dire che ci ho vissuto ma ci sono stato innumerevoli volte, sempre per periodi brevi, meno di un mese. È una città che amo molto anche perché è talmente intrecciata con la storia d’Italia, con la cultura, Mazarino, i Medici… è una continua trama di relazioni.

Conosci certo il ristorante Polidor…
Vi abbiamo fatto spesso cene patafisiche, l’ultima un anno e mezzo fa, è nella zona dell’Odeon, piena di librerie, passeggiare là fa proprio bene. Penso ci siano più librerie attorno all’Odeon e boulevard Saint Germain che in tutta Italia, si sente un rispetto per il libro, una passione.

Come è nato il «Codex»?
Ci ho lavorato dal 1976 al 1978/79, ma il tempo è diverso quando sei giovane e poi all’epoca non esistevano i telefonini, c’erano meno «distrazioni», sono stati due anni e mezzo di lavoro continuo, cosa che credo oggi sarebbe un po’ difficile. C’è stato un lungo periodo dall’ultima edizione del Codex, del 1993 mi pare con Franco Maria Ricci, e il 2006 quando Rizzoli mi chiese di ristamparlo. All’epoca pensavo che il destino del Codex fosse di rimanere un incunabolo, un libro raro, invece Rizzoli mi dette la possibilità di trasformarlo, di toglierlo da quella immagine un po’ controriformista della copertina in nero e oro. Quella prima edizione certo godeva della sorpresa, della novità, per questo poi è ambitissima dai bibliofili.

Ti aspettavi quel successo straordinario?
No certo, ma soprattutto non mi aspettavo il successo che sta avendo adesso. Nel bene e nel male l’arrivo di Amazon ne ha permesso una maggiore diffusione. Ma la cosa che mi stupisce di più è che è legato alle nuove generazioni, che lo stanno anche usando in un modo, come dire, quasi come l’I Ching, come un libro non dico divinatorio ma un libro che comunque aiuta a immaginare, a creare. Da quello che si vede sui social ci sono giovani che mettono da parte i soldi, lo prendono, lo fotografano, ne parlano con gli amici. Altra cosa incredibile sono i tatuaggi che si stanno diffondendo in modo virale. Se mi metto a cercare in rete potrei ricostruire – non dico tutto – ma una buona parte del Codex disegnato sulla pelle di ragazzi. Alcuni sono diventati dei topos, il pesce con l’occhio probabilmente è il bestseller. Per inciso Calvino l’ha messo sulla copertina del suo Collezione di sabbia pubblicato nell’84 da Garzanti. Questa diffusione sui social è sorprendente anche perché il Codex non ha avuto nessun tipo di marketing, di pubblicità, è andato avanti per qualche sorta di passaparola.

Hai conosciuto Fellini…
Tutto cominciò nel 1982. Un giorno, di prima mattina, Fellini mi chiamò al telefono e pensai a uno scherzo. Mi fece tante domande sul Codex, che aveva visto a studio di Fabrizio Clerici e di cui aveva sentito da Sciascia. Insomma, un po’ troppo tutto insieme, poi ci fu qualche lettera e infine cominciai a frequentare con lui l’Osteria del Fico a Grottaferrata. Un giorno Federico mi chiamò, chiedendomi se avevo voglia di fare una locandina per il suo nuovo film La Voce della Luna. I Cecchi Gori mi disse volevano un supporto per la prevendita del film in Usa, all’Afm (American Film Market) di Los Angeles. E così cominciai a disegnare lunaticamente, finché un giorno, ecco, catturare la Luna… e l’idea piacque subito a Federico, perché lì si incontrarono le nostre comuni origini adriatiche. Infatti chi ha giocato sulle spiagge di quel mare ha visto sorgere la luna piena all’orizzonte, quando le barche di pescatori lontani scompaiono nella sua luminosità. Posso assicurare che lungo la costa adriatica raggiungere la Luna sembra molto più facile che da Houston.


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