closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Senato, le aporie della riforma

Aporia: secondo il dizionario, problema le cui possibilità di soluzione risultano annullate in partenza dalla contraddizione. La riforma Renzi del senato ne risulta insanabilmente affetto.

Che senato è? Un’assemblea non elettiva di governatori, consiglieri regionali, sindaci, il cui mandato coincide con la permanenza nella carica elettiva locale. Si aggiungono 21 senatori nominati – per 7 anni – dal presidente della Repubblica, per aver illustrato la patria. Mentre il deputato rappresenta la nazione, il senato – non i singoli senatori – rappresenta le istituzioni territoriali. Tutti i parlamentari esercitano le funzioni senza vincolo di mandato, e hanno l’immunità per i voti dati e le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni. I senatori non hanno, invece, le garanzie dell’art. 68 Cost. vigente, commi 2 e 3, quanto ad arresti, perquisizioni, intercettazioni.

Chi rappresenta chi? La risposta è chiara per governatori, consiglieri regionali e sindaci dei comuni capoluogo. Ma i due sindaci eletti in ogni regione da un collegio elettorale composto da tutti gli altri sindaci? Dovrebbero rappresentare non il proprio comune, ma tutti i comuni della regione diversi dal capoluogo. Il collegio, peraltro, li elegge ma non può rimuoverli. La permanenza in carica dipende dalla vicenda politico-istituzionale del comune di appartenenza. Quei senatori sono comunque politicamente responsabili verso il consiglio del proprio comune, e uno scioglimento anticipato comporterebbe la loro decadenza. Emerge in prospettiva un insopprimibile conflitto di interessi.

Che senso ha il divieto di mandato imperativo? Nessuno, quando il senatore sindaco o governatore è soggetto ad atti dell’assemblea locale di provenienza – mozioni, risoluzioni, ordini del giorno – che possono chiamarlo a comportamenti determinati. E la cui inosservanza potrebbe essere sanzionata con un voto di sfiducia, che ne comporterebbe la decadenza dalla carica nazionale.

Perché viene meno la prerogativa per quanto riguarda arresti, perquisizioni e intercettazioni? È ovvio: mantenerla favorirebbe l’illecito nella politica e nell’amministrazione. Ma quella prerogativa ha il senso non solo e non tanto di proteggere il parlamentare, quanto la composizione e il corretto funzionamento dell’istituzione. Cancellandola, si espone l’assemblea a subire l’effetto di ogni iniziativa assunta localmente dalla magistratura limitativa delle libertà del parlamentare.

Perché 21 senatori di nomina presidenziale? In realtà, rimangono un corpo estraneo. Ancorché nominati per aver illustrato la patria, non rappresentano la nazione, perché l’assemblea si collega alle istituzioni territoriali. Chi e cosa rappresentano? Se stessi? Si aggiungono ai sindaci eletti in secondo grado come elemento che indebolisce il profilo della rappresentanza delle istituzioni territoriali.

Questo senato non vota la fiducia al governo, partecipa alla formazione della legge ordinaria in funzione di mero ripensamento, non ha il potere di inchiesta. Con l’Italicum e il megapremio di maggioranza, la metà più uno dei voti richiesta perché la camera superi il diverso avviso del senato perde ogni significato. Nel ripensamento, il peso del senato rimane pari a zero.

In prospettiva, il senato sarebbe chiamato a verificare l’attuazione delle leggi, che non ha il potere di scrivere, e di valutare le politiche pubbliche, che non può contribuire a determinare. Il tutto essenzialmente attraverso lo strumento delle attività conoscitive e ispettive: mozioni, interrogazioni e interpellanze al governo, sul quale non ha poteri, o audizioni, strumento noto per la scarsa efficacia. Strumenti, per di più, affidati a chi – sindaci e governatori – non ha certo interesse ad aprire contenziosi con il governo in un’aula parlamentare, dovendo trattare con lo stesso governo sulle risorse. Ma altrove e non nel senato, che su quelle risorse non ha voce.

L’ultima e definitiva aporia è nella partecipazione paritaria del senato alla revisione costituzionale. Abbiamo un’assemblea di rappresentatività incerta e a maggioranza occasionale, i cui componenti non sono immuni da condizionamenti e hanno presidi evanescenti a tutela della propria libera determinazione, sulla quale incidono per definizione vicende esterne, dalle inchieste giudiziarie alle crisi politiche locali. Come e perché sarebbe una garanzia affidare a una simile assemblea le libertà e i diritti? Quale legittimazione a decidere avrebbero soggetti selezionati in vista di altri obiettivi, in procedimenti elettorali in larga parte invisibili per la pubblica opinione nazionale, o in base a logiche di scambio per gli eletti in secondo grado, e comunque nell’ambito di un ceto politico della cui qualità le cronache ci danno ogni motivo per dubitare? La via giusta è un senato elettivo. Quanto ai costi della politica, si può fare di più e meglio senza distribuire medaglie al ceto politico regionale e locale, anche solo riducendo il numero dei parlamentari e tagliando gli sprechi veri.

Per avanzare proposte bisogna anzitutto capire cosa è una Costituzione. Qui la riforma vera e indispensabile sarebbe istituire un albo professionale per i riformatori.