closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Non assegnato

Selfie e buon senso, Warren prova a rubare voti a Sanders

Stati uniti. La senatrice batte gli Stati palmo a palmo, ma per ora non riesce a scalare i sondaggi. La spaccatura a sinistra e l’exploit di Buttigieg pesano sulle primarie democratiche

La senatrice democratica Elizabeth Warren in una scuola di Lebanon, New Hampshire

La senatrice democratica Elizabeth Warren in una scuola di Lebanon, New Hampshire

Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, dopo un momento di salita costante, si è arenata nei sondaggi: nonostante la sua preparazione, è ferma a un 13/16 percento da cui non riesce a salire. «C’è ancora del pregiudizio nei confronti delle donne – ci dice Gloria, ex insegnante 70enne – Lo ha subito Hillary e lo sta subendo lei. Per le donne non si guarda nemmeno se siano più o meno socialiste o conservatrici, il fatto che non siano un uomo sorpassa tutto».

Al comizio di Warren, di domenica mattina a mezzogiorno, arrivano famiglie intere e gruppi di amici, e la conversazione più che sulla candidata verte sull’identità americana. «Non so come sia possibile amare così tanto questo paese e contemporaneamente volergli dare fuoco – commenta Steve, 47enne del Connecticut – ma è ciò che provo da quattro anni. Altri quattro anni così non li posso sopportare».

L’esasperazione trasversale serpeggia nell’elettorato democratico, ma nel team Warren se ne respira di diverso tipo. «Abbiamo davanti una candidata perfetta – ci dice Martin, 36enne del New Hampshire – È liberal ma rassicurante, ha un piano per la sanità dettagliato e attuabile, ma viene attaccata da tutti. E specialmente dagli amici». Il risentimento nei confronti di Bernie Sanders è sottinteso nei discorsi del pubblico come in quelli che arrivano dal palco.

A dare manforte a Warren è arrivata dal Massachussets Ayanna Pressley, deputata super liberal, una delle quattro democratiche più a sinistra della Camera, conosciute come «la squadra», di cui fa parte Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib, tutte sostenitrici di Sanders.

Pressley ha presentato la sua senatrice come una rivoluzionaria di buon senso, diversa da «narcisisti di cui non abbiamo bisogno, mentre c’è bisogno di piani e non di promesse sparate per avere consensi».
Il riferimento al convitato di pietra Sanders è più che palese, anche se Warren non lo fa mai in prima persona, preferendo parlare di se stessa e del suo programma.

Questa spaccatura nella sinistra del partito si fa sentire, più che nella lotta scoppiata anche tra moderati dopo l’imprevista ascesa di Buttiggieg. Ai comizi di Warren si incontrano anche molti giovani ex sandersiani.

«Ero una supporter di Sanders, ho fatto campagna per lui – dice Eva, 22enne del Michigan – Sono passata a Warren perché lo vedo sempre allo stesso punto. Ha avuto quattro anni per prepararsi e non l’ha fatto. Le sue risposte sono vaghe e se dovesse vincere non so con chi potrebbe fare una coalizione. Come si governa senza coalizione?».

Quello dell’immobilità di Sanders è un argomento ricorrente, al contrario della capacità di Warren di convincere i propri compagni di strada riluttanti. La campagna della senatrice si svolge in modo capillare, batte gli Stati palmo a palmo e alla fine dei comizi spende moltissimo tempo a parlare con gli elettori e a fare foto con loro.

«La foto, il selfie, è un modo per entrare in contatto – spiega Lauren, che fa parte del comitato Warren di Concord, la capitale del New Hampshire – Ci si fa una foto insieme, si scambiano delle battute come tra amici, tra gente di cui ci si fida. Liz ha trovato il modo per comunicare con gli elettori».

Tutto il tempo dedicato alle foto è uno degli elementi distintivi della sua campagna e anche uno dei preferiti della senatrice, come spiega durante la conferenza stampa. Incalzata dai giornalisti che le chiedevano se, visti i risultati deludenti in Iowa e i sondaggi poco entusiasmanti in New Hampshire, stesse pensando di cambiare registro e abbandonare questa strategia ad personam.

«Ciò che non mi fa sentire la stanchezza e che mi regala energia, è il costante contatto con gli elettori – ha spiegato Warren ai giornalisti – Se non parlassi con loro perderei il contatto con la campagna».
Di cambiare prassi, quindi, non se ne parla e lei non sembra intenzionata nemmeno a cambiare strategia.

«Spesso il problema a sinistra è che i candidati sono talmente certi del loro pensiero da rimanerne imprigionati – ci spiega Conrad, 56enne professore di scienze politiche, che voterà per Warren e per chiunque vincerà le primarie – È come se, essendo sicuri della bontà del proprio pensiero, non sentissero il bisogno di veicolato nel modo più ampio per attirare nuovi elettori. È un problema di Sanders ma anche di Warren. Purtroppo in una campagna elettorale non basta essere dalla parte giusta della storia. Non basta esprimere il proprio pensiero, per quanto giusto e brillante sia, perché le masse lo abbraccino entusiaste. Questo sia la destra che i moderati lo sanno, a sinistra lo ignorano».