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Editoriale

Segnali francesi

Mentre scriviamo ancora non è definitivamente accertato se al primo posto del primo turno delle presidenziali francesi c’è il candidato centrista Emmanuel Macron o l’esponente xenofoba del Front National Marine Le Pen. Non sarebbe una differenza di poco conto, perché si  tratta di vedere se il clima teso, blindato, derivato dall’ormai endemico terrorismo che colpisce la Francia e lo sciacallaggio sul poliziotto ucciso sugli Champs Elysées da parte di Marine Le Pen hanno in qualche modo pagato, influendo o meno sulle scelte del voto.

Di sicuro, visto il superamento dell80% dei votanti, è stata smentita l’attesa della marea astensionista.

Intanto ad appena un’ora e mezza dalla chiusura delle urne in Francia sono già accaduti alcuni avvenimenti che danno il segno della svolta in atto, vale a dire dei movimenti evidenti e sottobanco che aprono già la tornata del secondo turno tra due settimane il 7 maggio.

Ha parlato a risultati non conclusi Marine Le Pen singolarmente appellandosi a De Gaulle, chiaramente fuori gioco e sconfitto François Fillon che si è subito pronunciato per un voto per Macron “contro chi è antisistema”; ha parlato anche Mélenchon ringraziando per l’effettiva impresa realizzata dai suoi sostenitori di portare la sinistra estrema “raggruppata e unita” a sfiorare il 20% dei consensi, senza dare ancora indicazioni di voto però perché ha detto “non abbiamo avuto questo mandato”, ma aggiungendo significativamente che “ognuno in cuor suo sa qual è il suo dovere;  mentre scompariva il candidato socialista Benoit Hamon appena al 6-7%.

E infatti subito ha dato indicazione perché il voto socialista vada- come del resto è già maggioritariamente andato – al centrista Macron, aggiungendo  lo slogan “la sinistra non è finita”. Ma, con tutti gli sforzi, è difficile immaginare che la “sinistra” continui con Macron presidente.

Atteso per due ore, alla fine Macron ha parlato, e da presidente in pectore,  sostanzialmente non dicendo nulla ma inviando gli unici tre segnali significativi, in un senso o nell’altro.

Le due settimane che separano dal secondo turno saranno decisive per definire l’esecutivo che verrà proposto ai francesi, e qui rilanciando al centro la formula del rassemblement  su cui in tanti a destra in Francia hanno fallito negli ultimi 20 anni, dichiarando che sarà formato “senza chiedere da dove vieni ma dove vai” – con echi storici da centrosinistra italiano. Ha insistito, con chiarezza, contro Le Pen per una Francia della patria e dei valori di protezione “di chi non ce la fa” e che si batte contro i nazionalismi; e soprattutto ha rilanciato la carta dell’Europa che va, senza bene spiegare come – come da campagna elettorale – ridefinita.

Ora la Francia è “En Marche!”. Vale a dire che il centrismo incolore, né di destra né di sinistra, di Macron dovendo vincere le presidenziali al secondo turno, sta per imbarcare il sostegno di tutti quelli che nel sistema di governo e di potere fin qui ci sono stati.

I commentatori anche francesi sostengono che ha pagato la scelta europeista. E l’Euro, vale a dire che si conferma solo l’Europa della moneta unica.

Fin qui sembra un magro risultato. I populismi che dovevano e debbono essere sconfitti torneranno recrudescenti e rafforzati se si conferma e rilancia un asse strategico Germania-Francia sostenuto dalla finanza internazionale.

Non va dimenticato che l’endorsement più pesante per Macron è venuto dal ministro tedesco delle finanze, l’ordoliberista Wolfgang Schauble.

Esulta già tutto il fronte dei centristi d’Europa, di quella Europa che nell’Unione ha bandito il riferimento alla sua natura sociale e che partecipa d’abitudine a troppe guerre.

Se dunque qualcuno pensa che finalmente tutto deve cambiare perché nulla cambi, non ha capito che i ritorni, vendicativo di Matteo Renzi in Italia, vintage di Tony Blair in Gran Bretagna, della Grande ossidata coalizione in Germania, tutti dietro il “marciatore al centro” Emmanuel Macron, altro non saranno che fresco alimento alla deriva di un populismo peggiore di quello in campo e ancora più radicale che rischierà di svilupparsi nei prossimi cinque anni, contro l’Europa e sempre più nazionalista.