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Se la scuola difende l’identità di genere

Leggiamo il ddl Zan immaginandoci in una scuola secondaria di secondo grado. In classe c'è un ragazzo, Paolo, che parla di sé al maschile: si sente, e dice di essere, maschio. Ma sul registro – e all'anagrafe – si chiama Paola, perché purtroppo le scuole come il Liceo Ripetta di Roma sono poche. Ipotizziamo che subisca una discriminazione – che, beninteso, non significa chiamarlo «Paola», atto che denota ottusità burocratica e mancanza di sensibilità, ma non una discriminazione sanzionabile. L'atto «davvero» discriminatorio sarebbe punibile se la legge si riferisse solo al sesso o all'orientamento sessuale? No, perché il suo essere...

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