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Editoriale

Se la rabbia diventa sensazionalismo

In un articolo del 28 dicembre scorso avevamo previsto che presto si sarebbe affievolita l’ipocrita indignazione della politica politicante per le stragi del proibizionismo, per il trattamento indegno riservato a migranti e rifugiati, per lo scandalo dei lager di Stato. Avevamo immaginato che neppure la coraggiosa auto-reclusione nel centro di Lampedusa del deputato Pd Khalid Chaouki e la protesta delle bocche cucite nel Cie di Ponte Galeria avrebbero scosso in modo decisivo partiti di governo e istituzioni centrali dal loro profondo disinteresse per questi temi, sebbene dissimulato a fasi alterne da manierati sussulti di sdegno. Siamo stati facili profeti: a distanza di meno di un mese, i «trattenuti» nel Cie di Ponte Galeria tornano a cucirsi le labbra e così ci sbattono in faccia che ben poco è cambiato.

Nel darne notizia, molti quotidiani online, dalla «Repubblica» al «Fatto quotidiano», fino a qualche organo di sinistra-sinistra, non sanno rinunciare alla ridicola locuzione di «protesta choc» (senza neanche il trattino). Può accadere, come nel caso del «Messaggero» del 26 gennaio, che, posto nel titolo, il mostro lessicale richiami un «potrebbe interessarti anche:‘Pamela Prati posa senza veli a 55 anni’», collocato in calce all’articolo e corredato da una foto semi-porno.

Questa notazione, in apparenza incongrua, è per dire che per i media italiani questo è lo «choc» provocato da tredici esseri umani costretti a cucirsi la bocca per non venire ridotti al silenzio assoluto: un frammento di sensazionalismo con cui vivacizzare una pagina occupata da notizie di noiosa cronaca politica nostrana.

Sul versante del governo e delle istituzioni rappresentative, ancora una volta la montagna di dichiarazioni, roboanti e perlopiù malinformate, circa la necessità di «superare la Bossi-Fini» (come se essa non fosse la figlia, ancorché un po’ estremista, della Turco-Napolitano) ha generato solo qualche topolino simbolico: il Senato ha votato sì per l’abrogazione del reato di clandestinità – tre anni fa bocciato finanche dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea-, ma continua a conservare «rilievo penale» ogni violazione di provvedimenti amministrativi legati alla condizione d’irregolarità.

Quanto ai lager di Stato, per la metà svuotati o chiusi dalle rivolte dei «trattenuti», è vero, essi non godono più di buona fama, anche perché costosissimi, ingestibili, inefficaci. Così che vanno moltiplicandosi dichiarazioni di sdegno autentico, come quelle di Angiolo Marroni, Garante dei detenuti del Lazio, nonché interrogazioni parlamentari e mozioni di consiglieri comunali che chiedono la chiusura di questa o quella struttura. Intanto, dall’indegno Cara di Mineo al lugubre Cie di Ponte Galeria, più sbarrato di un carcere di massima sicurezza, sono anzitutto gli internati a sollecitare l’attenzione pubblica con proteste e rivolte. Alle quali fanno eco le decine di occupazioni, cortei, sit-in, picchetti di migranti e rifugiati, fino al grande corteo romano del 18 dicembre scorso, che, lungo tutta la penisola, rivendicano libera circolazione e diritti di cittadinanza. Dal 31 gennaio al 2 febbraio, nell’isola che è divenuta simbolo dell’essenza mortifera del confine, convergeranno dalle due sponde del Mediterraneo attivisti, collettivi, associazioni, organizzazioni, per scrivere la Carta di Lampedusa: una pratica di «diritto dal basso» che collochi «al primo posto le persone, la loro dignità, i loro desideri e le loro speranze». E il 15 febbraio, a Roma, promosso dalle Reti antirazziste romane e dai Movimenti per il diritto all’abitare, si svolgerà un corteo per la chiusura del Cie di Ponte Galeria e di tutti gli altri lager di Stato, comunque mascherati: ingranaggi non secondari «del sistema di governo dei flussi migratori che rende la popolazione migrante illegale e ricattabile».