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Editoriale

Scuola, da dove ripartire

Istruzione. Contrastare l'abbandono tra i banchi, ridare valore e identità sociale al ruolo dei docenti, incentivare la formazione didattica e pedagogica, destinare l’8 per mille all’edilizia scolastica

Renzi e il suo governo dicono di tenere molto alla scuola. Cosa devono fare? Siamo ignoranti. Quasi un giovane su quattro, tra i 18 e i 24 anni, nel nostro paese, ha solo un titolo di scuola media inferiore. Solo il 17% degli adulti tra i 35 e i 44 anni nel nostro paese è laureato, contro la media Ocse del 34%. E i nostri 15enni hanno in media famiglie molto meno istruite di quelle degli altri paesi. Bisogna studiare di più e lottare contro l’abbandono scolastico.

Bisogna ridare valore e identità sociale al ruolo dei docenti italiani. Il ministro Giannini ha un’idea: «Le retribuzioni degli insegnanti in base al merito e alle condizioni del mercato del lavoro rilevante per ciascuna specifica disciplina, al fine di attrarre alla carriera docente i migliori laureati nelle materie scientifiche»; perché «i migliori laureati possono trasferire alle future generazioni la passione per la scienza e la ricerca». Ma essere i migliori laureati, significa avere poi la competenza didattica e la passione pedagogica per insegnare? Non è detto. Come un sistema premiale non basta per incentivare e ridare identità sociale ai docenti. Piuttosto ci vorrebbe più formazione: specie didattica e pedagogica.

Ancora: bisogna pagare di più i docenti. Che non sono contrari alla valutazione, ammesso che sia una valutazione della qualità e non un sondaggio, perché rilevare e valutare sono due cose assai diverse. Altra cosa ormai improcrastinabile comunque la si pensi: invece di tagliare, come avviene da oltre vent’anni, occorre aumentare gli investimenti su scuola, ricerca, formazione. Occorre certamente introdurre l’educazione digitale a scuola, ma non in modo strumentale e non a scapito di un rapporto docenti/studenti che, chiunque docente lo sa, ma anche qualsiasi genitore, è spesso il dato numero uno legato alla qualità dell’insegnamento e della scuola. Voglio dire: lo stesso docente, con la stessa preparazione e competenza, darà molto di più se in classe ha 15 o 20 studenti invece di 30 o 35. È lapalissiano. Ancora sul digitale: è inevitabile che i computer e le lim delle scuole servono a poco se non ci sono corsi di formazione seri per i docenti per imparare a usarli nel modo migliore e non primitivo, come per esempio si usa una tv o un programma di scrittura.

C’è molto da fare anche sui dirigenti, ammettiamolo. Che spesso sono stati dall’oggi al domani trasformati in manager scolastici solo dal punto di vista nominativo; e sono comunque i manager meno pagati tra tutti i manager in qualsiasi comparto. Occorre inoltre avere un sistema di valutazione e una volontà politica che non intende penalizzare le scuole nelle zone più disagiate, quelle più in difficoltà, colpevolizzandole sotto il Giano bifronte Merito/Demerito, ma aiutarle: se non altro perché stiamo ancora parlando di una scuola pubblica. Perciò la redistribuzione delle risorse è assolutamente strategica in una fase che si vorrebbe di rinnovamento vero. Infine è assolutamente necessario migliorare gli edifici scolastici e renderli non solo luoghi più sicuri, ma anche luoghi dove può essere piacevole vivere e studiare. E i soldi? La domanda è sempre quella. Tra le tante proposte che girano in questi giorni, alcune anche molto fantasiose e francamente di difficile realizzazione, forse varrebbe la pena ripensare anche alla buona proposta che ha fatto lo scorso fine gennaio, a cui l’ex ministro Carrozza si era dichiarata favorevole, della senatrice Pd Mariangela Bastico: destinare l’8 per mille all’edilizia scolastica. Una proposta da tempo sostenuta anche da varie associazioni della società civile. Perché no?