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Scienza in Africa? «Si può fare, fa bene anche a noi»

Diritto alla conoscenza. Intervista ai radicali Marco Cappato e Marco Perduca, al Congresso mondiale della ricerca scientifica convocato ad Addis Abeba dall’associazione Luca Coscioni e da Science for democracy

Foto opportunity con i partecipanti al Congresso di Addis Abeba

Foto opportunity con i partecipanti al Congresso di Addis Abeba

Oltre 300 partecipanti provenienti da 35 Paesi del mondo, soprattutto africani, si sono riuniti presso la sede dell’Unione Africana di Addis Abeba per parlare di scienza e diritto alla scienza. Quella dell’Associazione Luca Coscioni e di Science For Democracy era una sfida ardua: forse nessuno, in Europa, avrebbe pensato mai di organizzare un congresso scientifico in Africa. Sviluppo sostenibile, staminali, Ogm, editing del genoma, diritti sessuali e riproduttivi, intelligenza artificiale, libero accesso alla scienza, tutte tematiche di grande peso che sono state letteralmente eviscerate dai relatori del congresso, dal Nobel per la Medicina Sir Richard John Roberts alla vice direttrice dell’Unesco Angela Melo, dalla Commissaria dell’Unione Africana alla scienza Sara Angbor agli scienziati Pete Coffey e Malin Parmar.

Gli animatori del VI Congresso Mondiale della Ricerca Scientifica, il tesoriere dell’associazione Coscioni, Marco Cappato, e il co-fondatore di Science for Democracy, Marco Perduca, ci aiutano a capire meglio la spinta propulsiva verso il diritto alla scienza che il Congresso ha voluto imprimere.

Perché Addis Abeba?

Cappato: «Dal punto di vista istituzionale e politico è la sede dell’Unione Africana e di un’importante sede dell’Onu. L’Africa sta sempre più cercando la strada giusta per comportarsi come un continente, oggi è in una fase più matura: l’Unione Africana, con l’area di libero scambio, intraprende un processo che un po’ ricorda quello dell’Unione Europea. La capitale istituzionale ha quindi un significato importante, non solo tecnico, e in più l’Etiopia presenta caratteristiche demografiche, economiche, di dinamismo e di sviluppo e, sul piano politico, con una presidente donna, un primo ministro di un’etnia (gli Oromo, ndr) che ha fatto pace con un’altra etnia e con l’Eritrea, è uno dei Paesi in cui si sono viste maggiormente le potenzialità».

Perduca: «Quando ci riunimmo nel 2018 al Parlamento Europeo l’intenzione era di transnazionalizzare questo tipo di dialogo tra la scienza e i decisori. Aveva ancora più senso andare laddove la scienza potrebbe essere molto più alleabile alla politica, un po’ per la mancanza di regole e un po’ perché ce n’è proprio bisogno. L’Africa è il nostro vicino più importante ed interessante e l’Etiopia stava avviando una transizione significativa e strutturale verso un futuro di tipo diverso: più democratico, più libero, più aperto, con una grande attenzione alle donne. Una volta arrivati qui abbiamo trovato la commissaria dell’Unione Africana Sara Angbor che ci ha detto “certo, il Congresso lo co-convochiamo, insieme”».

Non c’è il rischio che questa iniziativa possa essere vista come “l’occidente che va a spiegare le cose agli africani”? L’Unione Africana che tipo di supporto vi ha dato?

Perduca: «L’Unione Africana ci ha messo in contatto con tutti i rappresentanti delle accademie scientifiche africane, degli istituti di ricerca e anche con chi coordina gli esperimenti, i trial clinici, africani. Siamo arrivati in un momento storico propizio: queste cose infatti non sono nell’Agenda con cui si è avviato il dialogo tra Unione Africana e Ue e nel 2020 inizia il decennio finale per il perseguimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che non possono essere raggiunti in tempo senza un’alleanza con la scienza».

Cappato: «Noi, da italiani e da europei, abbiamo bisogno dell’Africa da tantissimi punti di vista. C’è un elemento psicologico che riguarda l’entusiasmo e la speranza. Noi europei operiamo dentro la società del pessimismo, della disillusione, a volte del cinismo e della rassegnazione. È dunque il contrario di “andare a insegnare qualcosa agli africani”: è cercare di non rimanere tagliati fuori da un processo che l’Africa ha già avviato da tempo e lo potrà fare, anzi lo sta già facendo, con una solida sponda cinese o americana, in due modi molto diversi. L’Europa potrebbe essere una terza sponda “di qualità”, abbiamo l’esperienza di un’Unione di Stati diversi, una spiccata sensibilità alle regole, ma l’Europa di oggi non ha fiducia in se stessa, nella forza di attrazione della libertà, della democrazia, della scienza. Se scommettessimo, se investissimo in questa forza di attrazione, riusciremmo a non essere tagliati fuori dallo sviluppo economico, culturale, sociale che l’Africa ha già iniziato».

L’Africa è uno specchio di chi e cosa eravamo noi?

Cappato: «Sì, e da qui la questione fondamentale della scienza. Se c’è una cosa positiva di questa disillusione dell’opinione pubblica in Europa è che la gente vuole guardare i fatti. Oggi c’è un disincanto tale per cui o tu mostri i benefici per le persone, e l’opinione pubblica è pronta a coglierli, o la politica non è più credibile. Per questo il titolo del Congresso è una frase fondamentale: il diritto a godere dei benefici della scienza. Agganciare la scienza ai diritti umani fondamentali significa dare loro un motore in più. Per farti vivere bene, mangiare bene, coltivare bene, curare bene, accedere alle informazioni quando ne hai bisogno… o siamo capaci di allearci con gli africani per garantire tutto questo, in Africa e in Europa, o la partita la vincono altri con altre dinamiche. Il diritto alla scienza offre una strategia alternativa».

Perché un diritto umano alla scienza?

Perduca: «Perché i benefici sono per tutti. Potrebbe essere uno strumento ulteriore per la società civile organizzata, una volta che questi Paesi avranno digerito questo concetto, di avere un luogo dove vedere tutelati i diritti umani declinati con metodo scientifico. La nuova generazione politica deve avere a che fare con i fatti, non è retorica: le leggi devono poggiare su delle evidenze. Poi, certo, la decisione è sempre della politica ma se non hai uno stimolo a parlare di fatti l’ideologia avrà sempre la meglio».

Quali sono i vantaggi di una collaborazione con l’Africa su questi temi?

Cappato: «Insieme possiamo avere una massa critica di studenti, ricercatori, pazienti per cambiare il modo di vedere le cose. Pensiamo al tema ecologico: se all’interno del diritto a godere dei benefici del progresso scientifico faciliti un trasferimento di conoscenza in cui vai a privilegiare informazioni, ricerche e applicazioni tecnologiche che aiutano alla mitigazione o alla riduzione del cambiamento climatico, non pretendi di fare indottrinamento ecologista ma stai chiedendo al leader politico un’alleanza ecologista che sia conveniente anche sul piano dello sviluppo economico: vale per la medicina, vale per l’ecologia, vale per il trattamento dei dati. È un tentativo da fare: oggi il tema di fondo si chiama “conoscenza”. Non a caso la commissaria alle risorse umane dell’Unione africana, Sarah Agbor, ha annunciato un programma di alfabetizzazione informatica che coinvolgerà un milione di persone in tutto il continente entro la fine dell’anno. Porre le basi per rapporti tra università, per la libera circolazione di studenti e pubblicazioni scientifiche, significa poi avere un ritorno di questa conoscenza, della ricchezza culturale, genetica, sociale del continente africano della quale noi potremo beneficiare».

Perduca: «Quello che ancora non si è digerito è che la scienza va inquadrata in una dimensione di diritti. Non è che se tu sei povero non puoi farti carico della necessità di far godere tutti dei benefici della ricerca scientifica. La salute è un diritto e come ci ha fatto notare durante il Congresso il premio Nobel, Roberts, la prima medicina del mondo è il cibo. Investire in cibo sicuro, più ricco e meno costoso, che consuma meno risorse e che può essere coltivato in maniera più attenta alla biodiversità locale, significa fare politiche basate sulla scienza».